News

Bettye Kronstad, prima moglie di Lou Reed, torna a parlare

Bettye Kronstadt oggi
Bettye Kronstad oggi
Bettye Kronstad, prima moglie di Lou Reed, rompe il silenzio nel quale si era confinata dopo il divorzio del 1973. Per 34 anni ha scelto di mantenere privato il suo ricordo di quegli anni fino al 2007, quando Lou portò in tour “Berlin” e la storia dell’album tornò alla ribalta.
Le interpretazioni sull’aspetto biografico della coppia protagonista di “Berlin” che poteva rappresentare  il matrimonio in crisi di Lou Reed con Bettye la portò a rompere gli indugi e a smentire totalmente questa versione, soprattutto sul vociferato tentativo di suicidio che sarebbe stata fonte di ispirazione per il personaggio di Caroline.

In quell’occasione, nel Luglio 2007, Bettye scrisse un comunicato che potete leggere qui.
Oggi, a un anno e mezzo dalla morte di Lou, la Kronstad si decide finalmente a raccontare la propria storia con Lou e il motivo del fallimento del loro matrimonio.
Non tutto torna e, ovviamente, va considerata come la sua personale versione dei fatti in attesa della prossima pubblicazione di un libro biografico sulla loro storia. Dubbi anche sull’ispirazione di “Perfect Day” che, dichiara Bettye, sarebbe dedicata a lei (e non a Shelley Albin, con la quale aveva intessuto una relazione lunga e complicata negli anni del college e anche dopo, la versione finora più accreditata).
Di seguito il lungo e interessante racconto di Bettye Kronstad come apparso sul quotidiano The Independent:

“Ero una studentessa diciannovenne alla Columbia University di New York quando incontrai per la prima volta Lou Reed nel 1968.

Stavo parlando con Lincoln, un suo amico che era stato anche suo compagno di stanza alla Syracuse University, quando arrivò Lou.

Non potevo immaginare l’intensità che ci riservava il futuro mentre eravamo impegnati a lanciare la sua carriera solista. La nostra relazione sarebbe durata cinque anni. Saremmo stati fidanzati per molti di questi anni, anche se ufficialmente sposati per meno di uno.

Non è stato amore a prima vista. Non era il mio tipo, ma era interessante. La mia prima impressione fu che avesse un ego smisurato, ma ero abbastanza intelligente da intuire che questo spesso implica, in realtà, l’opposto. Era disarmante, perché era quel tipo di ragazzo che ti diceva esattamente quello che provava per te; non faceva giochini.

Scoprii che era nei Velvet Underground quando mi portò a cena un paio di volte, prima che io partissi per l’Europa con amici per sei mesi. Era molto teso, perché si stavano sciogliendo, e c’era un conflitto con un membro della band. Quando scoprì che ero tornata dal mio viaggio si mise in contatto con me attraverso Lincoln.

All’epoca Lou stava attraversando un grande periodo di transizione. Dopo aver lasciato i Velvet Underground, tornò a casa dei propri genitori a Long Island. Questi anni sono stati chiamati i suoi “anni perduti”. Non proprio. Lou veniva da una famiglia meravigliosa, che dava molto supporto, e tornare a casa gli diede la sicurezza di cui aveva bisogno per ritrovare se stesso. Scriveva e batteva tutto a macchina, poiché lavorava come dattilografo nella ditta di suo padre. In quel periodo ha pubblicato molte poesie nella rivista letteraria di Harvard.

Ci siamo frequentati per un paio di anni prima di andare a vivere insieme. Lewis era calmo, riflessivo, uno scrittore e un orsacchiotto. Ammiravo davvero molto ciò che scriveva. Una spiegazione semplicistica sul perché io lo abbia sposato potrebbe essere che aveva scritto “Sweet Jane“.

Nel 1970 lasciò la casa dei propri genitori e ci trasferimmo nel nostro primo appartamento nell’Upper East side. Ci sposammo a casa nel 1973. Indossavo dei pantaloni di seta bianca, una classica collana di perle bianche, un maglione di cachemire blu scuro, e un meraviglioso paio di scarpe rosse con tacco altissimo. Lui indossava un abito completamente bianco.

Lou Reed Bettye Kronstadt
Lou Reed e Bettye Kronstad nel giorno del loro matrimonio, 9 Gennaio 1973

Lo scopo della nostra relazione era di lanciare la sua carriera. Avevo promesso che lo avrei aiutato in questo, e che avrei messo le mie necessità in secondo piano. Ero una bambina idealista e innamorata. Credevo in lui, nel suo talento e nel suo lavoro. Chiunque abbia conosciuto Lou può dirvi che credeva veramente a poche persone, sia a livello personale che a quello professionale. Ma credeva in me. La sua famiglia mi ha accolta, e sapeva che non ero lì per i soldi. Eravamo in questa storia insieme: lo avremmo fatto diventare una star.

Pubblicò tre album durante la nostra relazione: “Lou Reed” (1972), “Transformer” (1972), e “Berlin” (1973), con tour nazionali ed internazionali a supportare questi dischi. Dopo il nostro primo tour americano divenni il suo direttore luci. Mi piacevano le luci e mi piaceva illuminarlo e illuminare il suo lavoro. Facevamo una bella squadra. Tutti sapevano che qualcosa di davvero importante stava accadendo con Lou.

Dopo la pubblicazione di “Transformer” il pubblico in Europa e in America impazzì. Non avevano mai visto o sentito nulla di simile. Prima di Lewis la comunità LGBT era oppressa e senza voce. Lui gli diede una voce.

Lou Reed Bettye Kronstadt
Lou il giorno del suo matrimonio con Bettye, il 9 Gennaio 1973

Walk On The Wild side” cambiò tutto. Lewis voleva arrivare alla notorietà mondiale. Aveva sempre pensato che i Velvet Underground avrebbero dovuto ottenere quel tipo di successo, ma avevano fallito. Era determinato affinché non succedesse più. Quello a cavallo di “Transformer” fu uno splendido periodo nella nostra relazione, ma lanciare una carriera solista internazionale può rendere esausti. Lewis stava scrivendo e registrando dischi. Noi stavamo provando per gli show che avrebbero dovuto supportarli, andando costantemente in tour.

Scrisse “Perfect Day” raccontando di un giorno che avevamo passato insieme al parco, esattamente come narra nella canzone. Era più o meno il periodo in cui ci fidanzammo ufficialmente. Anche se può apparire come una semplice canzone d’amore, la sua bellezza è nel suggerire che l’amore tra due adulti consenzienti non è mai semplice, sempre complesso. Lui disse che le righe più importanti di “Perfect Day” sono: “mi hai fatto dimenticare di me stesso. Pensavo di essere qualcun altro, qualcuno di buono”.

Probabilmente era l’effetto che gli facevo, ma per me le righe più importanti erano “mi fai venir voglia di restare con te”; non solo lui dipendeva da me per tenerlo in riga, ma anche tutto il suo management contava su di me.

Beveva pesantemente, anche quando viveva a casa dei suoi. Nella mia ingenuità pensavo che tutti gli scrittori bevessero. All’inizio non c’erano droghe; se ce ne fossero state non gli sarei rimasta accanto. Il mio compito era tenerlo lontano dalle droghe e dall’alcol in modo che lui potesse esibirsi dal vivo, rispettare i suoi obblighi contrattuali per la casa discografica, incidere gli album, e ancora ideare e dirigere le luci dei suoi tour americani. Guardandomi indietro non riesco a credere a quanta responsabilità fosse stata caricata sopra le mie giovani spalle. Ma ero l’unica a cui lui credesse, l’unica che ascoltasse.

Dopo “Transformer” ci fu un’enorme pressione da parte della sua etichetta discografica per produrre un altro album e rispettare gli obblighi contrattuali. Per otto mesi non riuscì a scrivere ed entrò in depressione. Allora cominciò a bere più forte. Rimase intrappolato in un circolo vizioso.

Mi fecero richieste pressanti affinché lo tenessi il più sobrio possibile. Una macchina di successo di quella portata genera impegni colossali per tutti coloro che ne sono coinvolti. Le cose cominciarono ad andare fuori controllo durante la registrazione di “Berlin” e i tour di supporto al disco. Ero già stata costretta a raggiungerlo in elicottero perché era chiaro che non riuscisse a lavorare senza di me. Questo era ciò che all’epoca le donne avevano imparato a fare e quello che ci si aspettava da loro: dare supporto al proprio uomo. Mi era stato presentato come parte del mio compito, ma portò anche una forte tensione nel nostro rapporto.

Cominciò a odiare il fatto di dover eseguire “Walk On The Wild Side” perché non rifletteva il corpo della sua opera. Era deluso e pieno di rabbia perché voleva suonare le sue canzoni più “soft”, le sue ballate e le canzoni di amore. Ma il pubblico non voleva sentirle. Voleva le canzoni più note dei Velvet Underground: “White Light/White Heat“, “Sweet Jane“, “Rock’n’Roll“, “Heroin” e, naturalmente, “Walk on The Wild Side“.

Lou Reed nel 1973
Lou Reed nel 1973

All’inizio era ferito. Poi comprese le clausole contrattuali che aveva con il mondo. Voleva essere una star, quindi doveva dare al proprio pubblico ciò che esso che desiderava perché era anche ciò di cui quel pubblico aveva bisogno. La soverchiante risposa negativa a “Berlin” non fece che confermare la sua epifania.

Ma Lewis cominciò anche a dare ascolto alle persone sbagliate. Sebbene non lo sapessi all’epoca, durante le registrazioni di “Berlin” e i tour successivi erano disponibili delle droghe pesanti.  Cominciò a diventare di nuovo violento. Il successo arrivò sul palco, e tutto intorno. Il ragazzo con cui avevo cominciato ad uscire era uno scrittore dolce e riflessivo che, come molti di noi, aveva delle sfide da affrontare. L’uomo che lasciai era diventato un mostro. A volte il successo è un demonio che trasforma le persone in mostri fino a quando imparano come tenerlo a bada.

Per molti anni, dopo essere uscita di scena, si tuffò a capofitto nelle droghe. Droghe, alcol e i loro effetti furono le ragioni principali per le quali lo lasciai. Era furioso che lo avessi lasciato e al contempo non si perdonava di aver distrutto il nostro rapporto. Eravamo una bella squadra e avevamo raggiunto il successo.

Ma non si lascia Lou Reed come se niente fosse: è uno strappo all’etichetta molto grave e imperdonabile. Sono cresciuta senza avere intorno alcol, non ne sapevo nulla. Ma Lou era un alcolizzato. Era incredibilmente triste e frustrante osservarlo gettare via tutta quella cosa meravigliosa che aveva dentro, profondità che avrebbero potuto nutrire la sua creatività e fiorire nel suo lavoro.

Lo avevo lasciato un paio di volte prima che ci sposassimo. Dopo “Walk On The Wild Side” la sua carriera esplose sul palcoscenico del mondo. Divenne più grande di lui, di me e di noi. Aveva qualcosa di importante da dire. Questo è il motivo per cui sono rimasta accanto a lui molto dopo aver sentito la necessità di lasciarlo, perché mi ripeteva che aveva bisogno di me per lavorare e così mi dicevano anche tutti gli altri. Appena divorziato, dopo due settimane, tornai di nuovo da lui.

Mi promise che sarebbe cambiato. Ma non lo fece; probabilmente non poteva. Per assumersi le responsabilità ed evitare le trappole del successo appena trovato, aveva bisogno di più supporto di quello che può dare l’amore.

Pensai che se non avessi lasciato definitamente Lou a Parigi sarei morta, e non sto esagerando. La fase “sesso, droga e rock and roll” iniziò in quel periodo. C’erano state così tante vittime: Joplin, Hendrix, Morrison. Io sono una sopravvissuta, non una vittima.

Tornare a casa a New York fu difficile. Avevo lasciato una star così grande e così amata. Dopo aver terminato l’ultimo anno di teatro mi trasferii per un paio d’anni in Virginia dove viveva mio zio. Rimise insieme i miei pezzi, e io rimisi in carreggiata la mia carriera.

Quando ho appreso della morte di Lewis nel 2013 sono stata accecata dal dolore e presa completamente alla sprovvista. Non avevo idea che la scomparsa di Lou potesse colpirmi così profondamente. Erano passati così tanti anni! Ma mi ha fatto pensare alle storie del passato. Ho cominciato a mettere insieme molti di questi ricordi di me e Lou nel libro che sto scrivendo.

Quando stavo con Lewis, ha ottenuto alcuni dei più grandi risultati artistici della sua carriera. Guardando indietro, penso che sia stato davvero un ragazzo fortunato a trovarmi. Ma io sono una donna fortunata perché il mio primi grande amore ha scritto “Perfect Day“. Mi ricorda di quell’epoca, nelle nostre vite.

Ora che Lou non è più tra noi, è ancora più grande e finalmente sarà introdotto della Rock and Roll Hall of Fame come un artista solista. Con Lou, il rock’n’roll ha fatto un balzo in avanti incredibile. Ha dato così tanto che è quasi impossibile definire la portata del suo contributo ma questo mese (18 Aprile) penso che potrete essere certi che sarà lì a Cleveland, Ohio, dove si tiene la cerimonia. Non se la perderebbe per nessuna cosa al mondo.

Staff

Lo Staff di LouReed.it è composto da Daniele Federici, fondatore e webmaster, e Paola Pieraccini. Daniele Federici ha collaborato con importanti testate musicali ed è autore del libro "Le canzoni di Lou Reed" edito da Editori Riuniti. Ha avuto con Lou Reed una conoscenza affettuosa e duratura. Paola Pieraccini è un'imprenditrice fiorentina.

Un commento

  1. Nessuna meraviglia sul fatto che la loro storia sia finita ed anche male, a quanto pare…
    Certo potrebbe anche risparmiarsi la fatica di pubblicare altre oscenità oltre a quelle di cui sopra, ma al peggio non c’è mai fine e per denaro si può arrivare ad ammazzare due volte anche un artista immenso come Lou Reed.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Pulsante per tornare all'inizio