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“Il mio Tai Chi” pubblicato in Italia: un testamento spirituale di Lou Reed

A due anni dall’uscita internazionale di The Art of the Straight Line, il progetto più personale e inatteso di Lou Reed trova finalmente voce nella nostra lingua grazie a Jimenez Edizioni.

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Dovevo ascoltarlo, ovvio. Negli anni in cui ho avuto il privilegio di conoscere Lou Reed, tra le sue varie manie (amplificatori vintage, tecno-feticismo, cani ), quella che tirava fuori più spesso era il Tai Chi. “Ti cambierebbe la vita” diceva, mai con l’aria del guru, Lou guru di niente, ma con quella convinzione ferma di chi ha trovato la propria medicina. Io annuivo educatamente come si può annuire a Lou Reed che ti suggerisce qualcosa di poco interessante, e cambiavo discorso. Brillante.

Non ho mai pensato però che lo dicesse tanto per dire. Lou non ha mai detto nulla tanto per dire: avvertivo in lui quella necessità quasi missionaria di condividere una scoperta che lo aveva letteralmente salvato. Era la sua chiave di volta. Semplicemente: non la capivo (ancora). Ne ero incuriosito, ma non troppo.

Oggi, leggendo Il mio Tai Chi. L’arte dell’allineamento (Jimenez Edizioni, 280 pagine, €22,00) e prima ancora nella sua versione originale, capisco finalmente cosa cercava di dirmi, l’urgenza che traspariva dalle sue parole: non era l’ennesima fissazione di una rockstar, ma il segreto dietro la sua metamorfosi finale.

Il libro, assemblato da Laurie Anderson con tre collaboratori dalla pazienza di giobbe (Stephan Berwick, Bob Currie e Scott Richman), è la prova che il Tai Chi non fu un hobby per Lou, ma la chiave che gli aprì l’ultimo, cruciale capitolo creativo.

E qui faccio propaganda: se siete fan dei Velvet o del Lou Reed rock’n’nroll animal che pensate “Lou Reed e il Tai Chi? Ma che cazzo”, questo libro vi servirà più di qualunque biografia autorizzata per capire come funzionava davvero la testa del nostro eroe negli ultimi anni. Spoiler: funzionava meglio di prima.

Un evento editoriale che era atteso o sperato da noi appassionati italiani, che già nel 2023 avevano esplorato la genesi dell’opera nel nostro approfondimento dedicato. La pubblicazione dell’edizione originale inglese era concisa con il 12° anniversario della scomparsa dell’artista.

Dagli appunti al libro: il mosaico postumo

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Nato nel 2009 da un’idea che Lou Reed definiva “il mio libro necessario”, il progetto aveva l’obiettivo dichiarato di “trasformare il Tai Chi da pratica elitaria a linguaggio accessibile”. Come rivela Laurie nell’introduzione, Lou lavorò al manoscritto con metodicità quasi maniacale durante gli ultimi quattro anni di vita, accumulando oltre 300 pagine di appunti tra riflessioni filosofiche, diagrammi tecnici e corrispondenza con maestri orientali. La sua scomparsa nel 2013 lasciò il materiale in uno stato di organizzazione embrionale: “Avevamo schede volanti, registrazioni vocali su microcassette, persino schizzi a matita di posture su tovaglioli di carta”, racconta Berwick nel capitolo dedicato alla genesi editoriale.

Il paradosso che ne emerge è significativo: Lou Reed voleva disperatamente scrivere questo libro ma non riuscì mai a trovare la quadratura tra impegni ed energia per completarlo. I suoi interventi autografi diretti si limitano a pochi paragrafi, rendendo l’opera più una testimonianza collettiva corale che un vero memoir personale. Come osserva Laurie nella postfazione: “È strano e meraviglioso collaborare con qualcuno che è morto da quasi dieci anni. Stiamo lavorando con Lou oltre la vita cercando di immaginare cosa farebbe come autore di questo libro”.

Il lavoro di ricostruzione, durato quasi un decennio, ha richiesto un vero e proprio sforzo di archeologia creativa. Le trascrizioni delle lezioni con il maestro Ren GuangYi (ritrovate nell’archivio dello studio di Big Sur) sono state incrociate con le registrazioni delle conversazioni con Iggy Pop, dove Lou Reed spiega come la “spirale energetica” del Tai Chi Chen abbia influenzato la struttura ritmica di Walk on the Wild Side. Particolarmente preziosi i fogli annotati durante il tour europeo del 2011, dove il musicista paragonava le sequenze marziali alla “geometria emotiva” dei brani di Magic and Loss.

La rivoluzione silenziosa: come il Tai Chi ridisegnò Lou

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Per comprendere la portata di questa conversione esistenziale, il libro ricostruisce il primo incontro con il maestro Ren GuangYi nel 1986, in un parco di Lower Manhattan. Fu una rivelazione immediata: “Era l’esatto opposto della mia vita”, confessò Lou Reed a Julian Schnabel in una conversazione qui pubblicata per la prima volta. “Mentre tutti correvano verso il precipizio, il Tai Chi insegnava l’arte di stare perfettamente immobili nel centro della tempesta”.

La motivazione più profonda, però, era anche molto più concreta: Lou inizia a praticare arti marziali a partire dagli anni ’80. Ma è nei primi anni Duemila, col peggioramento delle condizioni di salute (frequenti dolori alle articolazioni, il diabete, l’epatite C) che il Tai Chi diviene il centro di gravità attorno a cui ridisporre i pezzi della propria esistenza (e del proprio corpo). La disciplina divenne un rituale quotidiano inflessibile: 90 minuti di pratica all’alba, anche durante i tour, con la troupe costretta a prenotare stanze d’albergo con soffitti alti almeno 3 metri.

Lou non rimase mai solo allievo: in pochi anni di dedizione quotidiana era diventato anche insegnante. Se all’inizio carriera cantava di essersi sentito “salvato dal rock’n’roll”, ora si sentiva “salvato dal Tai Chi” e non perdeva occasione per convincere altre persone (vecchi amici, nuove conoscenze, persone sconosciute anche) a farsi a loro volta salvare. Sorprendentemente, prediligeva l’aspetto più agonistico della disciplina, dichiarandosi affascinato dalla forza esplosiva del maestro Ren e dalle armi tradizionali cinesi associate alla pratica.

Quando tutto è allineato – corpo, respiro, intento – la musica smette di essere suonata e inizia ad accadere. È allora che il caos diventa danza
Lou Reed

Trame nascoste tra note e movimenti

Lou Reed Hudson River Wind Meditations
Hudson River Wind Meditations

L’impatto sulla creatività fu rivoluzionario. Come documenta il capitolo La chitarra come estensione del qi, Lou Reed sviluppò tecniche chitarristiche ispirate ai principi del “fajin” (emissione di energia): “Smetteva di pensare agli accordi e seguiva il flusso del respiro”, testimonia il chitarrista Aram Bajakian che suonò con lui negli ultimi anni. Non a caso le registrazioni delle sessioni per Hudson River Wind Meditations (2007) lo mostrano muoversi in lente sequenze marziali, creando un dialogo inedito tra movimento e risonanza acustica.

Ricordo nel 2006, hotel vicino La Spezia: Lou ci passa il suo iPod per farci sentire il nuovo album non-rock. Io e Paola, due cretini, ci dividiamo le cuffie una per orecchio. Lou ci guarda con quella faccia tra il perplesso e l’offeso: “It’s stereo…” Pausa imbarazzante. Ovviamente era stereo, Lou. E ovviamente io, genio incompreso, pensai all’epoca che fosse roba poco interessante e feci finta di apprezzare. Ecco, ricredersi fa bene.

Ora le connessioni mi sono evidenti: Hudson River Wind Meditations non era sperimentazione da intellettuali, ma colonna sonora per il Tai Chi, un contrario spettrale di Metal Machine Music che aveva distillato l’urlo primordiale in respiro controllato. Alchimia perfetta. Laurie Anderson nota come Sunday Morning (“Watch out, the world’s behind you”) echeggi l’insegnamento del maestro Ren (“Ascolta dietro di te”). Predestinazione? Probabile.

Hal Willner centra il punto: “Ascolta la differenza tra Sister Ray e Like a Possum. Stesso DNA, ma una è arrabbiata, l’altra è meditativa”. Il Tai Chi non addolcì Lou. Lo focalizzò.

I parallelismi strutturali impressionano, ma sono ovviamente posteriori: Street Hassle ricalca la forma tradizionale “Lao Jia Yi Lu” (introduzione-sviluppo-esplosione controllata). Coney Island Baby riflette gli esercizi di “silk reeling”—progressioni che si avvitano per poi dispiegarsi. Matematica emotiva.

Scoperta bonus: il demo Open Invitation (1986), mai pubblicato, è stato rinvenuto da Richman nell’archivio della New York Public Library e contiene il verso “Pietro’s hands cut through my darkness / like a sword sheathed in velvet”, riferimento a Pietro Morales, suo primo maestro portoricano che lo introdusse alle arti marziali.

Il libro include per la prima volta la trascrizione completa del testo, dove la metafora marziale diventa alfabeto esistenziale.

“L’eroismo vero? Sta nel trasformare il caos in geometria vivente”
Lou Reed, note per “Il mio Tai Chi”, 2011

L’arte dell’allineamento esistenziale

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Il concetto che unifica tutto è quello del “disallineamento”.

Quel che agitava Lou Reed era un conflitto insanabile: la musica ne era lo specchio fedele, ma non più il rimedio. È qui che entra in gioco il Tai Chi come strumento di riallineamento non solo posturale, ma esistenziale. Come spiega Laurie Anderson: “Voleva trovare la magia. Il Tai Chi e la musica erano il suo modo di cercare la magia”.

La ricerca dell’allineamento con tutte le forze in gioco era diventata la sua ars vivendi, la corazza contro i demoni che continuavano ad assediarlo. Degli aneddoti illuminano questo aspetto con forza particolare. Bob Currie racconta di quando si trovava con Lou Reed al tavolo di un ristorante e quest’ultimo venne informato telefonicamente che la terapia con interferone contro il tumore al fegato non aveva funzionato. Non una condanna a morte, ma quasi. Lou non fece una piega. Riattaccò e, rivolgendosi a Currie, disse semplicemente: “Cosa prendi per colazione?”.

L’edizione italiana

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Natascia Pennacchietti ha fatto il lavoro che conta: tradurre senza ammazzare il senso. Il pubblico italiano scroprirà un Lou Reed che non conosceva: non il ribelle autodistruttivo dei Velvet, ma uno che ha trasformato l’invecchiamento in saggezza applicata. Roba che agli italiani piace, tradizionalmente bravi a far invecchiare tutto (vino, formaggi, filosofie).

Le “tre regole di Lou e Laurie” (“Non avere paura di nessuno, tieni sempre acceso il rivelatore di stronzate, sii il più tenero possibile”) sono già diventate filosofia per i cultori nostrani. Il Tai Chi non ammorbidì Lou, ma lo rese più preciso. Più chirurgico.

La struttura del libro funziona bene: “un po’ intervista, un po’ brainstorming, un po’ memoir”. Insomma, tutto quello che deve essere un libro postumo fatto con criterio. Le foto in bianco e nero, gli schizzi delle posizioni, i frammenti poetici: è roba che si guarda oltre che si legge. Approccio intelligente per un argomento che poteva facilmente scadere nel sussidiario new age.

Bonus italiano: 12 pagine extra con mappa reediana delle arti marziali nel Belpaese. Dal dojo di Bologna (dove si allenò nel 2007) alla palestra romana che conserva una sua foto dedicata.

E quindi

L’uscita italiana di Il mio Tai Chi corona un percorso che parte dal 2019 con il primo Lou Reed International Tai Chi Day a Brooklyn, evento oggi replicato in 37 città (da Melbourne a Oslo, come se Lou avesse davvero conquistato il mondo con la calma invece che con il feedback). Come dice Laurie: “Lou voleva che questa pratica diventasse un ponte tra culture”. Missione compiuta, direi.

Disponibile ovunque (dalle librerie alle carte cultura, segno che pure il ministero lo considera “educativo”), il libro funziona sia per i nostalgici dei Velvet che per i praticanti zen della domenica. A €22 per 280 pagine, è un prezzo onesto per scoprire che il tuo eroe del rock alternativo faceva ginnastica cinese alle sei di mattina.

Ultima annotazione dell’artista, 10 ottobre 2013: “Quando tutto è allineato -corpo, respiro, intento- la musica smette di essere suonata e inizia ad accadere. È allora che il caos diventa danza.” Belle parole.

E hanno senso: le sue canzoni continuano a sistemarci l’esistenza mentre noi arranchiamo nel disordine quotidiano. Ora sappiamo anche come Lou trasformò quel suo stesso disordine in una disciplina che somigliava alla pace (armata, per carità. Sempre armata).

Acquisto

Per i lettori digitali, non c’è una versione ebook. Dovrete sfogliare le pagine come si faceva una volta, e fa parte dell’allineamento. Si trova già con uno sconto e può essere acquistato per circa 20 euro sui due canali principali (oltre che, ovvio, nelle librerie fisiche).

Daniele Federici

#IlMioTaiChi #LouReed #JimenezEdizioni

Staff

Lo Staff di LouReed.it è composto da Daniele Federici, fondatore e webmaster, e Paola Pieraccini. Daniele Federici ha collaborato con importanti testate musicali ed è autore del libro "Le canzoni di Lou Reed" edito da Editori Riuniti. Ha avuto con Lou Reed una conoscenza affettuosa e duratura. Paola Pieraccini è un'imprenditrice fiorentina.

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