
Malgrado ciò che comunemente si pensi, Lou Reed apprezzava i tributi e le cover dei suoi brani solisti o con i Velvet Underground. Da sempre alla ricerca di un riconoscimento pubblico che non lo aveva mai del tutto soddisfatto, era lusingato e non lesinava commenti e apprezzamenti verso le cover che riteneva più interessanti.
Sarebbe certamente stato entusiasta di ascoltare questo intero CD tributo, di cui parliamo con colpevole ritardo, ad opera di un artista con il quale ha incrociato la strada negli ultimi anni: Joseph Arthur.
Ne parliamo perché non solo Arthur è un artista riconosciuto ma soprattutto perché il suo album è davvero un omaggio toccante ed emozionante all’amico perduto.
La chiave di volta del disco è la semplicità, a cominciare dal titolo e dalla copertina: semplicemente “Lou“, scritto in carattere corsivo e su sfondo bianco. Come se bastasse il potere evocativo di quel nome a richiamare tutto un universo di storie, musica, emozioni. Un semplice nome che denota anche l’affetto che hanno legato Joseph Arthur al nostro.
Semplice ed essenziale anche la scelta degli arrangiamenti di solo piano e chitarra, a spogliare i brani di tutte le sovrastrutture e a metterne in risalto il potere emotivo: melodia, liricità, testo.
La prima volta i due si sono incontrati nel 1996 a teatro a New York e fu Peter Gabriel, che voleva produrre Arthur, a presentarlo a Lou Reed e a portarlo a cena fuori insieme a lui. Quella sera sarebbe stata l’inizio di un’amicizia che li avrebbe uniti, per poi allontanarli, più di una volta.
Arthur ammette di sentirsi in colpa con Lou e di avere inclinato il rapporto tra i due quando ha cominciato a fare uso di droghe. Lou era molto deluso.

Dopo la morte di Lou, Joseph Arthur scrisse un lungo ricordo dell’amico scomparso e Bill Bentley della Vanguard Records dopo averlo letto lo chiamò e gli propose di realizzare una cover: chiusosi nel suo studio cominciò a suonare “Coney Island Baby“, la sua canzone preferita, e tutte le lacrime, il dolore, il vuoto hanno assunto una forma. Decise che sarebbe stato il suo modo di dire addio all’amico e, invece di una sola cover, si è chiuso dieci giorni in studio e ha realizzato un intero album.
La malinconia e il rimpianto scorrono in tutte e dodici le tracce di “Lou“, accarezzando ogni verso con tenerezza e struggimento.
“Niente batteria o elettricità. Lou era elettrico. L’unico modo che conoscevo per dare nuova vita a qualcosa di così ricco di vita come le canzoni di Lou era affrontarle in una maniera completamente differente” spiega Arthur.
Ed ecco come la classicissima “Walk On The Wild Side” assuma con Arthur una dolcezza ricca di nostalgia e con echi di un passato epico, come di un tempo che è per sempre perduto. Anche “Sword of Damocles“, spogliata dell’enfasi, diventa quasi un inno alla caducità della vita.

A deludere, in questo tributo, sono i due mostri sacri “Heroin” e “Satellite of Love“: troppo simili all’originale per non subirne il confronto. La prima, senza la viola di Cale e lo strumming selvaggio di Lou, ritorna ad essere un blues. La seconda, troppo rallentata e con la voce di Arthur sovraincisa, semplicemente non aggiunge molto.
Menzione di merito per la versione di “Dirty Blvd.” che anche in questo caso acquista echi nostalgici che la rendono, chi l’avrebbe mai detto, delicata e morbida.
Ma la vera perla dell’album è riservata al brano di chiusura, il primo ad essere inciso e dal quale è nato il progetto: “Coney Island Baby“. Cantata con profonda empatia ed emozione, quasi sussurrata e ad occhi chiusi, è forse una delle versioni più belle mai ascoltate di questa canzone, un autentico inno all’amico scomparso e al dolore della perdita, a quella “gloria dell’amore” che sopravvive anche alla morte.
L’epilogo perfetto, che lascia commossi con in mano questa manciata di pezzi a cantare “the glory of Lou“.
Il sito ufficiale di Joseph Arthur
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Il video di “Walk On The Wild Side”
La splendida versione di “Coney Island Baby” che chiude l’album.




