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Merrill Reed: vi racconto l’infanzia di mio fratello

E’ stato suggerito, da alcuni autori, che il trattamento di elettroshock era stato approvato dai miei genitori perché Lou aveva confessato tendenze omosessuali. Davvero semplicistico. Era depresso, strambo, ansioso e scostante. I miei erano molte cose, ma non certo omofobi. Al contrario, erano fieri liberali“.

Molto si è speculato negli anni sull’infanzia di Lou Reed e sui trattamenti di elettroshock ai quali fu sottoposto, descrivendo l’ambiente familiare come freddo e insensibile. Un po’ grazie alla biografia pettegola di Victor Bokris, un po’ attraverso le mezze affermazioni di Lou stesso e alcuni dei suoi testi più famosi.

Ma la realtà è sempre molto più complessa di quanto si possa immaginare e le biografie spesso tengono ad essere semplicistiche: ci pensa Merrill, sorella di Lou Reed, a fare finalmente chiarezza su uno dei periodi più controversi del fratello.

E si scopre una famiglia piena di supporto e d’amore che ha dovuto combattere con qualcosa che andava oltre la propria comprensione, e ne è uscita sconfitta.

Merrill Reed Weiner è l’unica che può ancora dire come siano andate le cose: la madre Toby non ha retto la perdita del figlio e lo ha seguito a distanza di due settimane, il 7 Novembre 2013, all’età di 93. Il padre Sidney Joseph Reed è mancato invece il 18 gennaio 2005 a 91 anni.

“Nelle prossime settimane mio fratello, Lou Reed, sarà inserito nel Rock and Roll Hall of Fame come artista solista, un onore che celebra il suo incredibile impatto nel mondo della musica. Dalla sua morte per complicazioni al fegato nel 2013, ci sono stati molti riconoscimenti, articoli ed elucubrazioni sulla sua vita.

Mentre i biografi hanno iniziato a esplorare seriamente ogni aspetto della sua vita, ci sono state speculazioni sui problemi avuti in adolescenza che hanno contribuito al suo genio artistico.

Con questo articolo spero di fornire un po’ di chiarezza e creare un contesto su quella parte della sua vita poiché è stata dipinta in maniera inaccurata dai precedenti autori, a scapito della mia famiglia. Per tutti coloro la cui vita famigliare è stata danneggiata dalla filosofia medica pervasiva di quegli anni, spero di offrire conforto e consolazione.

Toby Reed, vincitrice del concorso di bellezza "La regina delle stenografe", 1939
Toby Reed, vincitrice del concorso di bellezza “La regina delle stenografe”, 1939

Eravamo una famiglia ebrea media di ceto medio. Mia madre, Toby, era una casalinga e una madre premurosa. Il suo momento di successo era stato quando fu selezionata come “Reginetta delle stenografe di New York”, un concorso di bellezza che fu organizzato nella sua ditta nel 1939 e che la vide vincitrice. Mia madre dice che aveva vinto solamente perché “la stenografa veramente bella quel giorno era ammalata”. Aveva appena diciannove anni. Suo padre era morto quando era una ragazzina e aveva abbandonato la scuola per contribuire all’economia famigliare. Come tutte all’epoca, si sposò giovane e assunse il ruolo tradizionale di padrona della casa, moglie e madre.

Mio padre, Sydney, sognava di diventare uno scrittore o un avvocato invece finì per diventare un ragioniere pubblico certificato come sua madre desiderava. Dopo aver lottato duramente per trovare un lavoro durante la Grande Depressione, cominciò a ottenere un discreto successo come tesoriere della Cellu-Craft, una piccola società manifatturiera di Long Island.

Il nuovo lavoro significò che i miei genitori potevano ora spostarsi da Brooklyn, dove io e Lou eravamo nati, e realizzare il sogno di chiunque all’epoca: potersi comprare una casa. Per 10.000 dollari i miei genitori comprarono una piccola casa-ranch con tre stanze da letto nella comunità di colletti blu di Freeport, sulla costa sud di Long Island. Si stabilirono lì nel 1952 per crescere me e Lou.

Per Lou che aveva nove anni il trasloco da Brooklyn a Freeport fu un cambiamento molto difficile. Brooklyn era un ambiente dove i bambini uscivano e giocavano; era una città diversa e piena di energia con una popolazione eterogenea. Long Island all’epoca era agli inizi del suo sviluppo con distese di nuove case, molti spazi vuoti, molto diversa dall’ambiente più ricercato e particolare che è diventata oggi.

Durante quei primi anni nella nostra casa di Freeport, eravamo abbastanza isolati. L’unica auto di famiglia era di mio padre e la utilizzava per andare al lavoro. Anche solo andare dal macellaio voleva dire camminare fino al mercato. Non conoscevamo nessuno e mia madre non lavorava. L’ambiente sociale che i miei genitori avevano conosciuto era stato spazzato via all’improvviso. Lou iniziò la scuola elementare Atkinson mentre io, che avevo solo quattro anni, rimasi a casa con mamma. Attendevo pazientemente alla finestra fino a quando lo vedevo tornare a piedi da scuola, ogni pomeriggio, sempre da solo.

La Junior High School fu tutt’altra cosa. Anni più tardi, Lou raccontò di essere stato ripetutamente malmenato a scuola alla Freeport Junior High School, che vantava un buon numero di gang all’epoca. In ogni modo il nostro vicino di casa, anni dopo, mi raccontò che Lou era ostile, astioso, provocatorio e che a volte lo sfidava “passa quella linea della mia proprietà e vedrai cosa succede”.

Lou al mare con il padre Sidney e la madre Toby
Lou al mare con il padre Sidney e la madre Toby

Durante i suoi anni adolescenziali, divenne ovvio che stava diventando sempre più ansioso, evitava e resisteva alla socializzazione, eccetto che non fosse secondo le sue regole. Nelle situazioni sociali si ritirava, chiudendosi a chiave in camere e rifiutando di incontrare le persone. A volte si nascondeva sotto la scrivania. Era in balia di attacchi di panico e fobia sociale. Aveva un temperamento fragile. Il suo interessamento profondo per le cose che gli piacevano lo portò alla musica e fu lì che trovò se stesso.

Autodidatta, cominciò a suonare la chitarra assorbendo qualsiasi influenza musicale che poteva. Al liceo mise su dei gruppi e organizzò diversi concerti a scuola. La sua band cominciò a ottenere ingaggi in piccoli club che poi lo portarono a ingaggi più grandi a New York. All’età di sedici anni già stava sperimentando droghe e aveva chiuso la porta a ogni comunicazione con i nostri genitori.

Cominciarono litigate furiose tra Lou e i miei genitori sul fatto di poter andare in Città per suonare nei locali, sui pericoli che poteva incontrare. I miei genitori erano spaventati, arrabbiati e sconcertati. Questo era un territorio inesplorato e sconosciuto per Toby e Sid, figli dell’epoca della depressione economica che non avevano mai disobbedito ai propri genitori. Il comportamento di Lou li terrorizzava e non avevamo la minima idea di come rispondere e comportarsi.

Ansiosa e dipendente per natura da mio padre, mia madre appariva impotente e si poggiava a lui per rimettere le cose a posto. Mio padre, un uomo severo e con la mania del controllo che non aveva mai imparato l’arte della flessibilità, cosa non rara all’epoca, ed era abituato a fare le cose a modo suo. Ricorse a tecniche vecchie: mettendo regole e urlando. Non funzionò. Era sopraffatto dalla mancanza di rispetto di Lou. Per quanto lui fosse convinto che stesse facendo di tutto per proteggere Lou, non fece che peggiorare le cose.

L’impianto scenico era stato montato: genitori ansiosi che volevano avere il controllo, un ragazzo le cui posizioni eccedevano la loro comprensione, una società che valorizzava la segretezza, problemi psicologici di fondo – aggiungeteci il rock and roll e le droghe e il dramma può iniziare.

Non so quanto i mi genitori fossero consapevoli dell’uso di droghe da parte di Lou. Certamente c’erano dei momenti in cui appariva drogato, se guardo indietro. In un’occasione distrusse la macchina di famiglia contro la barra di un parcheggio. Nonostante tutto, i miei genitori non cercarono aiuto neanche allora. Probabilmente perché non era quello che si faceva all’epoca o semplicemente perché non comprendevano cosa stesse accadendo. Erano finiti in una battaglia che andava ben oltre le loro possibilità.

Lou con sua sorella Merrill
Lou con sua sorella Merrill

La segretezza familiare era ancora una regola molto rispettata in quel periodo. Era molto prima di “Oprah” e della disponibilità delle persone a confessare l’abuso di sostanze o la malattia mentale. Le strutture riabilitative in pratica non esistevano. La paura paralizzava i miei genitori e, come risultato, non facevano nulla. Facevano finta che il problema non esistesse. Nel frattempo Lou continuava a curarsi da solo con droghe e alcol.

Per fortuna, durante l’ultimo anno di Lou al college, c’erano anche momenti di normalità a casa. Le cene in famiglia potevano essere molto piacevoli. Lou e mio padre erano entrambi veramente arguti con un senso dell’umorismo colto e asciutto e sensibilità letterarie notevoli. Adoravo le loro schermaglie verbali, come anche loro. Ero una bambina all’epoca, forse avevo undici anni, ed ero incantata da quei discorsi. La loro intelligenza era qualcosa di cui godevamo tutti.

A diciassette anni fu presa la decisione che Lou sarebbe andato alla New York University. I miei genitori lo mandarono lì con orgoglio e trepidazione. Stavano per andare incontro a dei problemi molto grandi con il loro figlio e la “assistenza” che ricevettero dalla comunità medica mise in moto la dissoluzione della nostra famiglia originaria per il resto delle nostre vite.

Nel giuramento di Ippocrate è contenuta la promessa che i medici “non farò del male ed eviterò l’ingiustizia”. Crediamo e speriamo che chi scelga la professione medica utilizzi la propria conoscenza e la propria abilità per salvare le persone che amiamo. Gli anni ’60 sono però stati caratterizzati da teorie psichiatriche che avrebbero in definitiva fatto del male alle famiglie e provocato danni irreparabili: per esempio, nell’incolpare alle madri di essere “fredde” che avrebbero causato autismo e schizofrenia. Le famiglie in difficoltà su come gestire le persone che amavano e che soffrivano di disturbi o malattie mentali erano trattate come gli autori di tale danno dall’establishment psichiatrico. Erano colpevolizzati per essere dei cattivi genitori, lasciati con un sentimento di colpa e senza alcuna speranza.

Durante il suo anno come matricola alla New York University, quando io avevo dodici anni, i miei genitori andarono in città e tornarono con Lou, stordito e imbambolato. Ero terrorizzata e non comprendevo. Loro dicevano che aveva avuto un “crollo nervoso”. Il segreto di famiglia era ben conservato e l’intera faccenda fu nascosta a parenti e amici. Era il nostro fardello privato e indicibile. Anche a dodici anni sapevo tenere la bocca chiusa, e lo feci.

I miei genitori finalmente cercarono un professionista per aiutare Lou. Ho sentito solo dei frammenti superficiali di ciò che stava accadendo. Mia madre entrò nella mia stanza e mi disse che pensavano potesse essere malato di schizofrenia. Mi confessò che i dottori le avevano detto che la causa potesse essere che non lo aveva accudito abbastanza durante l’infanzia ma lo avesse invece lasciato piangere nella sua camera. Singhiozzava. “Il pediatra mi ha detto di comportarmi così! Mi disse che era questo il modo di insegnare a tuo figlio ad addormentarsi!”. E’ stato un fardello che si è portata fino alla tomba.

Lou Reed e Merril
Lou (21 anni) e Merrill (16 anni) con il loro cane Seymour nel 1963

Lou non era in grado di “funzionare” all’epoca. Era depresso, ansioso e socialmente apatico. Se delle persone venivano a casa nostra, si nascondeva in camera. Poteva anche sedersi con noi, ma i suoi occhi erano opachi, non comunicavano nulla. Ricordo una sera: eravamo tutti quanti seduti nel nostro studio a guardare la televisione insieme e all’improvviso Lou cominciò a ridere in maniera maniaca. Rimanemmo tutti seduti, pietrificati, ai nostri posti. I miei genitori non fecero nulla, non dissero nulla e ignorarono la cosa come se non stesse accadendo.

Non migliorò. Nonostante i loro dubbi, i miei presero un lungo respiro e portarono Lou da uno psichiatra. Chi può sapere cosa accadde durante le sedute di terapia? So solo che il trattamento psichiatrico raccomandava la terapia dell’elettroshock. Il dottore prese minimamente in considerazione l’impatto dell’abuso di droghe di Lou o l’ambiente familiare? Fu proposta una terapia di famiglia per risolvere quanto stava accadendo?

I miei genitori erano come agnelli portati al massacro: confuse, terrorizzati e condizionati a seguire i suggerimenti dei dottori. Non ebbero neanche una seconda opinione. Dopo che i dottori avevano detto che era tutta colpa loro e che il figlio soffriva di una malattia mentale molto grave, pensavano di non avere scelta.

Suppongo che Lou non potesse essere in grado di comprendere il trattamento o i suoi effetti collaterali. Poteva benissimo essere che aveva paura di essere internato in una clinica psichiatrica e che non gli sarebbe stato permesso di rimanere a casa se non avesse acconsentito al trattamento. Per questo motivo, il consenso informato da lui sottoscritto sarebbe stato ottenuto in modo molto discutibile.

Aveva pulsioni suicide? Danneggiato dale droghe? Schizofrenico? O una vittima dell’incompetenza psichiatrica e di una diagnosi errata? Certamente nessuno parlò dell’impatto della depressione, dell’ansia, del tentativo di curarsi da solo con droghe illegali e di come tutto ciò avrebbe impattato sul cervello in formazione di un adolescente. Neppure ci fu alcuna terapia di famiglia che ci coinvolse per cercare di comprendere lui e le sue necessità.

Mio padre stava cercando di risolvere una situazione che andava oltre la sua comprensione, ma che nasceva da un amore profondo verso Lou. Mia madre era terrorizzata e sicura della propria colpa implicita visto che le era stato detto che tutto era causa del proprio atteggiamento materno sbagliato. Ognuno di noi soffrì la perdita del nostro caro dolce Lou, ognuno nel proprio inferno privato, senza aiuto e svenduti dalla professione medica. L’avvento della terapia di famiglia, sfortunatamente, non era ancora disponibile per noi. Eravamo intrappolati in un posto esatto, nel tempo.

Lou in concerto con la sua band alla Syracuse University
Lou in concerto con la sua band alla Syracuse University

E’ stato suggerito, da alcuni autori, che il trattamento di elettroshock era stato approvato dai miei genitori perché Lou aveva confessato tendenze omosessuali. Davvero semplicistico. Era depresso, strambo, ansioso e scostante. I miei erano molte cose, ma non certo omofobi. Al contrario, erano fieri liberali. Erano solamente imprigionati in una sconcertante tela di vergogna, paura e assistenza psichiatrica di basso livello. Sbagliarono nel non contestare la raccomandazione del dottore per l’elettroshock? Certamente. Non ho alcun dubbio che si sono portati dietro il rimorso fino all’ultimo giorno della propria vita. Il segreto di famiglia fu mantenuto. Non parlammo mai della terapia, all’epoca e in seguito.

La nostra famiglia fu distrutta nel giorno esatto che cominciarono quelle miserabili cure. Guardavo mio fratello mentre i miei genitori lo aiutavano a entrare in casa, dopo, incapace di camminare e con una faccia imbambolata e inespressiva. Danneggiò tremendamente la sua memoria a corto termine e lottò con la memoria per tutta la vita, probabilmente come risultato di quelle cure.

Ma Lou migliorò. Dopo essersi rimesso, lui e i miei genitori decisero che doveva andare alla Syracuse University e ricominciare. E lo fece. Il resto, come si dice, è storia. Il suo genio musicale, la sua poesia e la sua eredità hanno avuto in impatto su così tante persone e continuerà a farlo per molte generazioni a venire.

Lou Reed con i genitori: Toby Futterman e Sidney Joseph Reed
Lou Reed con i genitori: Toby Futterman e Sidney Joseph Reed

Sarebbe accaduto se la mia famiglia avesse ricevuto un’assistenza psichiatrica migliore, un supporto per l’intera famiglia, la teoria della riformulazione anziché quella della colpa, incoraggiamento e educazione nella comunicazione, consapevolezza dell’impatto delle droghe? I miei genitori avrebbero potuto risparmiarsi questo senso di colpa, essere incoraggiati a fare meglio? Lou sarebbe diventato un artista senza la rabbia furiosa che le cure fecero germogliare? Lou usò il trattamento come una fonte d’ispirazione, un mezzo per creare l’illusione di un individuo abusato? Chi lo sa?

Nonostante Lou sia tornado a casa altre volte alla ricerca di supporto durante altre crisi, covava una rabbia incredibile, particolarmente contro mio padre. Le accuse di Lou nei confronti di nostro padre, di essere violento e anaffettivo, sembrano essere radicate in quel periodo. Le storie che ha raccontato, di essere stato picchiato, di essere stato trattato come un oggetto inanimato, mi sembrano completamente frutto di fantasia. Devo dire di non aver mai visto mio padre alzare una mano su qualcuno, certamente non su noi e mai su nostra madre. Neanche ho mai visto mancanza di amore verso il figlio durante la nostra adolescenza. Proprio come suo figlio, mio padre poteva essere un bullo a parole ma era pieno di amore e veramente orgoglioso di Lou e si vantava si lui più avanti negli anni con chiunque lo stesse ad ascoltare.

Lou Reed con sua madre Toby Futterman
Lou Reed con sua madre Toby Futterman

Straordinariamente, Lou ha vissuto 71 anni pieni e vibranti, nonostante i molti problemi emotivi che l’hanno seguito nella propria vita. Il suo carisma, il suo fascino, la sua intelligenza, il suo intelletto erano innegabili e seducenti per tutti quelli che lo conoscevano bene. E sì, la sua rabbia era letale e spietata. Ma attraverso tutto questo io l’ho amato, teneramente e senza riserve. Lui ed io siamo rimasti fratello e sorella fino all’ultimo momento.

Le lezioni dell’epoca mi hanno aiutato a creare la mia famiglia, con un amato marito di 43 anni e tre splendidi bambini. Mi ha reso una terapista di famiglia più compassionevole ed empatica. E mi ha reso sensibile alla situazione di così tante famiglie, criticate e lasciate senza supporto nel momento di difficoltà.

Non fa una piega.”

Merrill Reed Weiner


Lou Reed con sua sorella Merrill e sua madre Toby
Lou Reed con sua sorella Merrill e sua madre Toby

 

Di seguito il video dello splendido intervento di Merrill al Memorial per Lou Reed nel dicembre del 2013:

Staff

Lo Staff di LouReed.it è composto da Daniele Federici, fondatore e webmaster, e Paola Pieraccini. Daniele Federici ha collaborato con importanti testate musicali ed è autore del libro "Le canzoni di Lou Reed" edito da Editori Riuniti. Ha avuto con Lou Reed una conoscenza affettuosa e duratura. Paola Pieraccini è un'imprenditrice fiorentina.

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