Patti Smith e Lou Reed sono stati amici, colleghi, entrambi poeti e spesso compagni di etichetta e rappresentanti di una delle epoche più elettrizzanti di New York. Non è un caso che sia stata proprio lei a pronunciare il tradizionale discorso che precede l’inserimento di un artista nella Hall of Fame.
Dopo la morte di Lou la Smith aveva dichiarato: “Siamo tutti in debito con lui. Molti di noi quando hanno un debito verso qualcuno non sono felici di dichiararlo. A volte ti piace immaginare che hai fatto tutto da solo. Ma penso che con Lou si metterebbero tutti in fila per dirgli ‘Grazie’ ognuno a proprio modo”.
Ecco di seguito la trascrizione tradotta dell’intervento di Patti Smith e, in coda, il video dell’intervento:
“Ciao a tutti, Il 27 ottobre 2013 ero sulla spiaggia di Rockaway e ricevetti il messaggio che Lou Reed era scomparso. E’ stato un momento di profonda solitudine. Ero da sola, e ho pensato a lui davanti all’oceano e poi sono tornata a New York con la metropolitana. E’ stato un viaggio di 55 minuti e in quei 55 minuti, quando sono tornata a New York, era come se l’intera città si fosse trasformata. La gente piangeva per le strade, sentivo la voce di Lou uscire da ogni locale o caffè. Tutti stavano ascoltando la sua musica. Tutti camminavano come storditi. Dei completi estranei mi si sono avvicinati e mi hanno abbracciato. Il ragazzo che mi aveva mandato il messaggio della tua scomparsa stava piangendo. Era l’intera città a piangere. Era più … scusate (piange).
Ho compreso, in quel momento, di aver dimenticato nel mio viaggio in metropolitana che non era solo un mio amico, ma dell’intera città.
Il mio primo contatto con Lou fu nell’estate del 1970 al Max’s Kansas City mentre danzavo con la musica dei Velvet Underground che suonavano lì.
I Velvet Underground erano fantastici per ballare perché avevano questa sorta di beat

surf. Come un ritmo surf dissonante. E poi più avanti, Lou ed io siamo diventati amici. Era un’amicizia complessa, a volte antagonistica e a volte dolce. Lou a volte emergeva dall’ombra al CBGB. Se facevo qualcosa di buono, mi lodava. Se facevo una mossa falsa, me lo rinfacciava.
Una notte, mentre eravamo entrambi in tour, finimmo nello stesso hotel e ricevetti una telefonata da lui che mi chiedeva di andare in camera sua. Mi era parso un po’ cupo, quindi ero un po’ nervosa. Ma salii e la porta era aperta, e lo trovai nella vasca da bagno vestito completamente di nero. Io mi sedetti sulla toilette e lo ascoltai parlare. Mi sembra come se avesse parlato per ore e parlò di tutto.
Parlò con passione della lotta dei transgender. Parlò degli amplificatori Fender pre-CBS e della corruzione politica.
Ma soprattutto, parlò di poesia. Recitò i grandi poeti: Ruper Brooke, Hart Crane, Frank O’Hara. Parlò della solitudine dei poeti e della dedizione dei poeti alle più alte muse. Quando finì gli dissi: “per favore, abbi cura di te in modo che il mondo possa averti il più a lungo possibile”. E Lou sorrise.
Ricordo tutto ciò che Lou mi insegnò. Era un umanista, raccontava ed elevava gli emarginati. I suoi soggetti erano il suo regno che incoronava in testi senza giudizio ho ironia. Ci ha dato, oltre i Velvet Underground, “Transformer” e “Walk On The Wild Side” e “Berlin”, riflessioni su New York, omaggi al suo mentore spirituale Andy Warhol e “Magic and Loss”.
La sua coscienza si è infiltrata e ha illuminato la nostra voce culturale. Lou era un poeta capace di racchiudere la propria poesia dentro la musica nel modo più commovente e diretto possibile. “Oh, un giorno così perfetto. Scusate (piange). “Un giorno così perfetto. Sono contento di averlo trascorso con te. Mi hai fatto dimenticare di me. Pensavo di essere qualcun altro. Qualcuno di buono”.
Eri buono, Lou. Tu sei buono.
I veri poeti molto spesso sono soli. Come poeta, dev’essere considerato come un artista solitario. E così, Lou, grazie per aver brutalmente e benevolmente iniettato la tua poesia nella musica. E per questo ti diamo il benvenuto, Lou Reed, nella Rock and Roll Hall of Fame.”




