lunedì , 14 Ottobre 2019
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Le recensioni

VENICE IN FURS

VENEZIA, 15 Giugno 2002

 

Finalmente è sabato 15 Giugno, il giorno del concerto di Lou Reed a Venezia. La giornata tanto attesa e molto onerosa (il biglietto più economici costava 52,5 euro in prevendita!) inizia bene: all’una circa arrivano a casa mia due persone provenienti dalla Francia che ho conosciuto nella mailing list mondiale; è incredibile: arrivano su un camper nero che ha Le rmolto l’aspetto di un carro armato e col nome SISTER RAY dipinto davanti, dal celebre pezzo dei Velvet Underground. Due grandi appassionati che si sono conosciuti un anno fa ad un concerto di Mr. Reed ed hanno iniziato a convivere: avranno circa 50 anni. Pranzo con loro e poi ci mettiamo a guardare il video di un concerto del 1980 che mi hanno portato in dono quando squilla il telefono: gli amici del sito italiano di Lou Reed con cui avremmo dovuto incontrarci più tardi mi raccontano che sono appena stati alla conferenza stampa e che hanno parlato con Lou che è stato gentilissimo, ha distribuito autografi e ha fatto foto assieme a loro oltre ad una bella chiacchierata. Egli era entusiasta del suo fan club italiano: ai giornalisti invece ha riservato il solito trattamento…
Comunque sia corriamo a Venezia e poi da li all’isola di San Giorgio perchè forse potremo assistere al sound check ma poi non se ne fa più niente… comunque sia incontriamo gli altri, siamo una decina in tutto: ci chiamiamo tutti con i nickname che usiamo nel sito: io sono My_Friend_George poi c’è Coney Island Baby, Blue Mask, Queenbitch, il superpresidente webmaster Maudit, Bonovox, Paola, Roberto, ecc.
Li fuori c’è un pazzo che delira su conceri passati a cui avrebbe assistito e infastidisce la gente senza maglietta e con un paio di pantaloni a rete: praticamente nudo! Nel frattempo conosciamo una coppia di ragazzi che sono venuti dalla Germania per il concerto.
Dopo un’interminabile attesa ci aprono le porte e ci precipiatiamo di corsa lungo un labirinto di vegetazione tipo Shining per raggiungere il teatro all’aperto: arriviamo stremati e tremendamente accaldati. C’è un palco con due ulteriori palchetti con un leggio e una sedia ciascuno. Ci facciamo togliere il pazzo di prima di torno dagli organizzatori e quindi siamo pronti…
Manca solo l’oscurità che poco dopo cala sulla laguna: ora fioche luci colorate illuminano i due palchetti e le chiome di alcuni alberi dietro il palco: dietro a tutto l’acqua veneziana a creare un’atmosfera surreale ed irripetibile.
Finalmente giungono sul palco i due piccinoncini: insieme sul palco per la prima volta in assoluto! Lou attacca con la sua chitarra una pezzo strumentale molto distorto, l’introduzione della sua “Riptide” del 1996 e poi tocca a Laurie Anderson trasformare totalmente il rumore ed i feedback in suoni dolci con il suo violino: sul palco nessun’altro musicista solo chitarra violino e due voci un qualcosa di lontanamente paragonabile a SONGS FOR DRELLA del ’90, l’album completamente dedicato ad Andy Warhol che aveva visto il riavvicinamento tra Lou e l’altro genio dei Velvet Underground: John Cale. Seguono altre canzoni vecchie e nuove dei due artisti completamente stavolte: “Halloween Parade”, “Mystic Child”, “Talking Book”, “Ecstasy”, “The Bells”, “Mad”, “Rock Minuet” alternate a pezzi inediti che i due hanno scritto appositamente e a poesie di poe riadattate ai nostri giorni; Laurie recita anche tre pezzi in un italiano stentato. Come una volta ha detto Bob Dylan una volta sembra che Lou parli e canti contemporaneamente: non è mai chiaro il confine tra parlato e cantato in questo show in cui ci sono due fra le voci più musicali e taglienti che io abbia mai sentito. Ogni cosa che i due dicono è istanataneamente tradotta in un pannello luminoso posto sul palco. Alcuni spettatori, speci invitati delle prime file, se ne vanno con le mani nelle orecchie e con volti sofferenti e a me viene in mente ciò che il poeta newyorkese scrisse nelle note del suo album album più controverso: METAL MACHINE MUSIC del ’75: “I’m sorry, but not especially, if it turns you off” (Mi dispiace, ma non tantissimo, se vi disgusta).
Lo spettacolo mi trascina in un altra dimensione: tutti i pezzi hanno la potenza della spontaneità, si sente che sono stati provati poco e non è un male.
Alla fine i due si alzano e tra gli applausi generali se ne vanno per poi ritornare ed eseguire la splendida “Who Am I”, un altro pezzo del repertorio di Laurie e concludere con una “Perfect Day” letta da Laurie con un minimale accompagnamento musicale e con Lou in religioso silenzio. Salutano di nuovo e se ne vanno ma il pubblico è tutto in piedi e non la smette più di applaudire così i due tornano fuori per salutarlo di nuovo quasi commossi. L’ultimo ricordo, quello di un cretino che urla “Sweet Jane” dimostrando di non aver capito niente della serata, non può rovinare il mio viaggio nel centro della poetica che credo non dimenticherò più.

My_Friend_George



DI WORDS & MUSIC E DI ALTRI PENSIERI

VENEZIA, 15 Giugno 2002


PRELUDIO
Nelle tenebre a lungo, gli occhi fissi in profondo,
Stupefatto, impaurito sognai sogni che mai
Si era osato sognare: ma nessuno violò
Quel silenzio e soltanto una voce… la parola… il suono.
Solo questo e nulla più.
(The Raven, E.A.Poe)

L’isola di San Giorgio appare ai miei occhi come un battello ebro incapace di accogliere una manciata di umanità pronta ad un esodo immaginario e celebrale, tra pensiero ed espressione.
Lo skyline di Piazza S. Marco al tramonto mi ricorda nei colori l’impressionismo di Monet e la visione dorata è rotta nel silenzio, a tratti, dal rumore minaccioso dei vaporetti che fanno spola da una banchina all’altra.
Un tempo tecnico nel meccanismo di un tempo sospeso tra realtà e visioni, apre i cancelli allo stupore e a parole tanto chiare.
Il crepuscolo sull’isola di San Giorgio e sul parco che porta all’anfiteatro si trasforma come per magia in un’alba per l’io narrante che accetta l’uomo nuovo che è in sé e fa vorticare il tramonto.
Come una stella nascente che brilla di luce propria e si dipana in sé, Lou è ai piedi di una Luna Nuova che porta il nome di Laurie. E tutto sorge ancora una volta, e una volta ancora si lascia prendere così come è.
L’occasione, nell’evento straordinario e unico, si offre ai miei occhi come un diamante grezzo posto sul velluto, come un punto di arrivo e di partenza di un’intera esistenza.
Il Teatro Verde diviene così il luogo deputato nel quale si consuma nell’immaginario collettivo, il rapporto intimo e solitario del poeta, cantore del suo e del nostro tempo, con la sua scrittura creativa, nella “condivisione dei significati” che sono propri del percorso umano ed artistico di due personalità tra loro così vicine e allo stesso tempo così diverse. L’anello di congiunzione per entrambi gli artisti è nel desiderio di sperimentazione che batte un tempo proprio di un Rock Minuetto, nelle parole così come nelle sonorità.
Come un preludio, il suono prodotto da una chitarra elettrica, filtrata da effetti inimmaginabili alla mente umana, esplode ribollendo di note ed effetti elettronici lasciando il passo, come il passo di una danza ad un violino tecnologico che crea l’alternanza ad un percorso tracciato nelle linee spezzate proprie dell’infinito.
Il suono ora s’innalza come un muro che via via il tempo scenico sgretola lasciando apparire tra i versi visioni intimistiche che si confondono nelle visioni metropolitane .

INTERMEZZO
Trasalii al silenzio interrotto da un dire tanto esatto
‘Parole’ mi dissi ‘che sono la sola sua scorta sottratta
ad un Padrone braccato dal Disastro, perseguitato
finchè un solo ritornello non ebbero i suoi canti,
un ritornello cupo i canti funebri della Sua Speranza:
Mai, mai più’
(The Raven, E.A.Poe)

Come in una B-side di un vecchio 45 giri che dal lato opposto suona ancora in lontananza le note e le parole di Walk On The Wild Side, The Halloween Parade nella lirica suona come una marcia composta che celebra il tempo che viviamo, in cui l’amore è bisognoso ancora di liberarsi dalle convenzioni e dalla morale e prega nella perdita quanti sono presenze/assenze, vittime di una certezza che ancora oggi rappresenta morire di Aids, e della consapevolezza di tutto ciò che vive nel rammarico di chi resta.
L’amore che la società contemporanea considera ancora oggi “diverso” lascia il passo ad una storia dal sapore eterosessuale nel significato di Mad, nella quale la mancanza di fiducia dà origine ad alcune dinamiche proprie della gelosia, o meglio, di una forma di insicurezza che è del troppo amare e che alla fine è solo capace di generare stanchezza nel rapporto di coppia e che si traduce per uno dei due protagonisti della storia, in un bisogno di fuggire e confondersi in un’altra storia che lascia il tempo delle considerazioni.
Il reading ci offre momenti in cui il vissuto dell’autore si fonde con l’arte di costruire con le singole parole, singolari immagini tra reale e fantastico, fino ad arrivare a capire nelle parole di Mystic Child che una ricerca interiore può partire da visioni nude e crude del quotidiano che nella sua veridicità profuma come l’incenso nell’ascesa. Tutto quanto ci fa sentire per un attimo come una vecchia Ford alla quale, come recita il testo di Ecstasy, hanno tolto le gomme, rubato il motore e sul sedile c’è una scatola con un biglietto con su scritto “Arrivederci Charlie. Grazie mille“, fino a considerare nel profondo significato di tutto ciò, un assurdo calcolo o più semplicemente un inevitabile paradosso. Ogni lirica evoca in qualche modo quanto può aver influenzato alcune delle letture giovanili o più recenti sulla scrittura creativa di Lou Reed. Così su tutte le liriche lette e recitate, Rock Minuet rappresenta la degna testimonianza di quanto ancora oggi un capolavoro di una certa letteratura americana che porta il titolo di “Ultima fermata a Brooklyn” di Selby Jr. possa tra i versi essere condensato nello spirito come nel valore di certe immagini che scrutano il privato e il pubblico nel girotondo di circoli viziosi che hanno lo stesso calore alla pari di alcune immagini di films cult del tipo “Gioventù bruciata” e “Taxi Driver“. E come nel personaggio di Georgette nel racconto “La regina è morta” (Ultima fermata a Brooklyn) che guarda in giro per la stanza… pensa… poi si ricorda di un libro perché tutto questo non serva solo a salvare momento e serata, ma che la faccia di nuovo e subito divenire centro e perno e motore della stessa, Il Corvo/The Raven è presente nella rivisitazione poetica di Lou Reed alla pari di quanto Selby Jr. possa aver immaginato nel suo racconto che Georgette potesse toccare con i suoi occhi e pronunciare con la sua voce i versi di Edgar Allan Poe, nelle dinamiche che si susseguono prima durante e dopo in un bordello punto di incontro e scontro tra le diverse sensibilità dei travestiti ed etero presenti nelle immagini e nei dialoghi descritti nel racconto.
Ora la sensazione che conservo dentro è pari a quanto si recita in Talking Book: “Mi piacerebbe avere un libro parlante che mi dicesse come comportarmi e che aspetto avere“, poiché credo che questo verso riassuma nel significato tutto quanto è stato lasciato in ogni persona presente al Reading “Words & Music“. E così con la stessa intensità, quanto mi è stato lasciato dai versi recitati da Laurie Anderson, con la quale mi scuso pubblicamente se non ho potuto spendere alcuna parola a commento delle sue liriche. Ciò è dovuto ad una specie di pudore personale dettato dalla non profonda conoscenza della sua opera, che spero di colmare sulla scia di quanto mi ha toccato nel profondo, di quanto recitato nella nostra lingua originale, l’italiano, che considero un omaggio alla nostra cultura e una forma di rispetto per quanto può rappresentare nelle culture di altri continenti come quello americano.
Ora rimane solo il tempo delle attrici che alludono all’attore che è in noi e che arriva tardi a casa dopo che le recite sono terminate e le folle tutte disperse in giro, un po’ come noi tutti fino alle 4 del mattino a Venezia, fra le luci della città e le strade che ci riportano al nostro quotidiano, e come sopra così liberamente tratto da me, non c’è biglietto che valga quello splendido spettacolo fra gli spettacoli, come recitano i versi di The Bells e così nelle parole recitate da Laurie su lirica di Reed in Perfect Day: “Proprio una giornata perfetta, mi ha fatto dimenticare me stesso. Pensavo di essere un altro, qualcosa di meglio.”

EPILOGO
E quel corvo senza un volo siede ancora,
Siede ancora sul pallido busto di Pallade,
sulla mia porta.
E sembrano i suoi occhi quelli di un Diavolo sognante
E la luce della lampada getta a terra la sua ombra.
E l’anima mia dall’ombra che galleggia sul pavimento
Non si solleverà mai più.
(The Raven, E.A.Poe)

Cony Ray

n.b.: i versi in preludio, intermezzo e epilogo, sono stati da me liberamente tratti dalla raccolta di versi Il Corvo/The Raven di E.A. Poe

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