lunedì , 19 Agosto 2019
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The Velvet Underground: then and now (Jam!, 2003)

Ladies and gentlemen, il rock’n’roll è entrato nei musei e i Velvet Underground sono oggi considerati IL gruppo classico del rock americano degli anni 60. Piuttosto sorprendente: è quanto, più o meno, avevo predetto quando scrissi le liner notes per il disco Velvet Underground Live 1969, circa trent’anni fa con il cuore traboccante d’ingenuità e l’anima piena di speranza. Mi immaginavo che in un centinaio di anni gli studenti del liceo avrebbero studiato seriamente la loro musica a scuola. Be’, siamo nel 2003 e siamo già a un terzo del cammino verso quel futuro ormai non così lontano. Allora: c’è qualche ragazzino a casa che sta facendo i compiti su Sweet Jane, stasera?

Nella polverosa cantina di mio fratello, a Long Island, dove tengo tutti i miei vecchi giornali e le mie vecchie foto, recentemente ho ritrovato un’intervista di un giovane John Mellencamp in cui lui fa menzione delle mie liner notes a quel disco e di quanto importante la musica dei Velvet Underground sia stata per lui. Penso che il senso di audio vérité che percepiamo ogni volta che ascoltiamo un disco dei VU sia ciò che mantiene così fresca, così trascendentale e così senza tempo la loro musica. Durante la loro breve carriera i VU erano del tutto distanti dal concetto di supergruppo. Nessun membro (con la sola eccezione di John Cale) era un virtuoso e il gruppo ha avuto meno singoli di successo di me… se possibile. E per quanto la loro associazione con Andy Warhol possa sembrare intrigante, credo che il suo coinvolgimento abbia oscurato la loro musica a lungo. Andy non prendeva seriamente mai nulla e i VU non erano pop: loro erano invece molto seri. Se non mi credete, provate a cercare una foto della band mentre sorridono.

Ho visto i VU dal vivo almeno un paio di volte. La prima volta fu al Dom (o era l’Electric Circus) all’East Village di New York alla fine dei 60, quando nel resto d’America il flower power stava guidando la rivoluzione, mentre a New York era solo il design per minigonne da celebrità del momento, come la stella di Warhol Edie Sedgwick.

Per quanto ricordi, il concerto era una specie di happening sotto gli auspici della Factory di Andy Warhol e in qualche modo appesantito da luci psichedeliche, fumo colorato e occhiali da sole richiesti dal periodo. La band era in piedi di fronte a un grande schermo su cui venivano proiettate immagini non stop e colori roteanti: erano quasi il gruppo di supporto per ciò che, ironicamente, può essere chiamato il primo evento multimediale. Ben lontano da una presentazione di Power Point! Ma nonostante ciò, quello che rimane nei miei ricordi da quella lontana notte da sballo è la meravigliosa immobilità di Nico e il canto disturbante di John Cale e la sua viola inquieta e moody. Avevo la percezione che ciò che era importante era ciò che stava accadendo di fronte allo schermo colorato e non quanto veniva proiettato su di esso.

L’ultima volta che li ho visti dal vivo era al Max’s Kansas Cty nell’estate del 1970 (o era il 1971), quando stavano facendo un lungo periodo come gruppo fisso nel locale. Per questa performance non c’era nessuno schermo psichedelico, solo l’essenziale per qualunque gruppo rock: chitarre, batteria e microfoni. I musicisti erano cambiati: Cale se ne era andato mentre Doug Yule era arrivato e, pur essendo al canto del cigno, erano un ensemble sicuro e testato con così tante canzoni incredibili. Poco dopo che il gruppo si era sciolto incontrai Lou Reed per la prima volta durante un concerto di Mitch Ryder. Mitch aveva fatto una bella cover di Rock’n’Roll, un brano che Lou aveva scritto per i VU, e lui sembrava averla apprezzata molto. Ricordo che indossava una t shirt con un disegno di Topolino e ne rimasi sorpreso perché mi aspettavo qualcosa di più oltraggioso. O forse non afferrai lo scherzo… Ma i Velvet Underground erano finiti e dimenticati da tutti eccetto dal loro fan più appassionato… David Bowie. Be’, fatevi “una passeggiata nel lato selvaggio” e saprete il resto della storia.

Si potrebbe dire che i VU siano stati il gruppo più ‘puro’ mai giunto dall’America. Ancor di più dei gruppi punk usciti dal CBGB’s alla fine degli anni 70, perché New York, in realtà, non ha nulla a che vedere con la ribellione. Ha a che fare di più con il potere dell’establishment, con un mix di moda sexy e arte combinato con una certa attitudine elitaria ad apparire intelligenti e cool. E i VU erano tutto ciò, nella classica cultura di Edgar Allan Poe, F. Scott Fitzgerald, del ‘rinascimento’ di Harlem, il jazz bebop, i beat e gli espressionisti astratti. Per quanto mi riguarda ho sempre ritenuto di essere troppo romantico per New York, una città nota per non aver mai ecceduto nel sentimentalismo, ma questa è un’altra storia. Oggi New York non è né cool, né romantica. È la capitale mondiale del commercio, il faro degli immigranti e quell’isola dove gli dei e le dee dello show business comprano appartamenti che si vendono al prezzo di piccole nazioni. A Liverpool puoi fare il tour dei Beatles e anche a Dublino c’è una ‘passeggiata rock’ che ti guida sulle tracce degli U2, ma a New York non troverai nessuna targa che segna il posto dove i Velvet Underground passeggiavano lievemente alla “domenica mattina”.

Quando si esibivano, i Velvet Underground non si muovevano, non avevano nessuna coreografia da Mtv, né playback e balli di routine che si usano oggi. Il solo effetto speciale era il loro talento combinato insieme. E ne avevano un sacco.

 

Elliot Murphy

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