lunedì , 14 Ottobre 2019
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Sotto i piedi di Lou (Il Messaggero, 11 Luglio 1980)

Comincia oggi a Genova la tournée italiana di Lou Reed, il cantante, poeta e musicista dissacratore di tutti i miti della società dei consumi, indiscusso protagonista del rock

A leggere gli epiteti che sono sempre stati accomunati al suo nome – viscido, omosessuale, pazzo, violento, imperscrutabile, ignorante, altezzoso, debosciato, geniale, perverso, scatenato – ci sarebbe da dire che avrebbe fatto – per anni – la gioia di un criminologo come Cesare Lombroso eppure Lou Reed, anni trentasette – 2 nato il 2 Marzo del 1943 da una ricca famiglia israelita a Long Island – una vita tormentata alle spalle, studi di giornalismo e pianoforte abbandonati in tutta fretta, una grande passione per le brutture, i “fatti oscuri” della vita, di ogni tipo, attualmente è uno degli ingredienti trainanti di una scena culturale, quella americana, che sta riscoprendo sé stessa attravèrso i valori espressi dalla musica. E in questa musica, in questa esplosione di nuovi ritmi, idee, valori, Lou Reed è certamente il signore indiscusso, il paroliere più rappresentativo, quello che meglio ha saputo offrire, proporre, smerciare, presentare il marcio e la decadenza di certi strati sociali attraverso le note paranoiche della fedele chitarra, un uomo che ha saputo costruire le simmetrie più sconvolgenti, le trame più drammatiche a contatto con una desolazione ed una disperazione senza limiti che gli vengono dall’aver vagato sempre, sin da giovanissimo, nei maleodoranti sentieri che rasentano i postriboli di Jean Genet, gli amori di Wilde, le esperienze drogate di Michaux, De Quincey e Burroughs, le follie lindsayiane, le fobie demenziali, ributtanti, metropolitane di Selby non dimenticando mai, però, di essere figlio dell’America consumistica.
E’ da quando aveva quindici anni, da quando piantò gli studi, che peraltro conduceva con grande intelligenza, per darsi completamente alla musica, e non solo a quella, che Reed si mette sotto i piedi miti, bandiere, stereotipi, sogni, esempi, ideali, volontà in una girandola infernale che ha avuto come perno un Male, il Male, tentativo estremo di spezzare i vincoli che lo legavano ad una cultura che lo opprimeva e tediava con le sue regole fìsse. Cominciò presto, da solista, con un quarantacinque giri intitolato So blue e continuò subito affiancandosi un chitarrista, Sterling Morrison, un multistrumentista gallese, John Cale ed una batterista, Maureen Tucker, frangetta bionda e due braccione da portuale. Un quartetto unico, eccezionale, irripetibile, prima chiamato Primitives poi Warlocks poi ancora Falling Spikes sino ad una fatidica sera, nel 1967, quando suonando in un localino da due soldi, il Café Bizarre nel Greenwich Viilage, non incontrarono un artista nuovo, dalle idee folgoranti, che cercava Qualcosa da unire alle sue granai composizioni pittoriche a sfondo pesantemente consumistico, un bassetto dal muso di topo, slavato, di nome Andy Warhol. Fatta. Musica + pittura +cinema +spettacolo. Erano nati i Velvet Underground, i sotterranei di velluto, una bomba. Ai quattro si aggregò una signora non più giovane, tedesca, di Colonia, Christa Paffgen, Nico per gli amici/amiche, voce roca, sesso prensile, ciglia lunghe, occhi assassini, e la leggenda – che ancora non è morta – di questo gruppo storico ebbe inizio. In un solo giorno registrarono il primo trentatrè The Velvet underground produced by A. Warhol, un’esplosione di livore urbano inaudito, espettorazione dei peggiori umori che covavano allora a New York, la pazzia del dopo beat generation. Seguirono White lìght/white heat e, nel 1969, il terzo Lp, dallo stesso nome del gruppo, ormai privo di Cale e Nico. Seguono anni bui, pieni di dolore, rabbia, droga, passioni innaturali e Reed riemerge dalla notte, capelli ossigenati, pupilla malandrina, nel 1972, per intraprendere la carriera del solista, come agli inizi. Il mito si allarga, la buona musica, le parole-inno-lamento-osanna-insulto si inanellano disco dopo disco: Loaded, Lou Reed, Transformer con David Bowie e Mick Ronson, Berlin, Rock’n’roll animal – assolo stupendo del solista Steve Hunter ed un duetto Reed-Hunter storico, da lacrima – Sally can’t dance, Lou Reed Live, Metal Machine Music, Coney Island Baby, Rock’n’roll heart, Street Hassle, The bells, Growing up in public, l’ultimo, non fanno che accrescere la sua forma di rocker finissimo, essenziale, primitivo, rude, selvaggio, oltraggioso. I punks lo eleggono loro eminenza nera e giù tonnellate di saliva, un vero tripudio per il “vizioso”, per eccellenza. Da noi quella che comincia domani a Genova è la prima vera tournée di Lou Reed se si esclude l’aborto di cinque anni fa, finita subito per incidenti gravissimi proprio a Roma, e chi ama il rock, ma non solo quelli, non dovrà perderlo. Perché Reed non concede nulla, insulta, picchia sodo, non dà tregua, ferisce, graffia, incarna i peggiori lati dello star-system, fa rivoltare pii stornaci, le sue cantilene di degradazione fotografano, ma sul serio, un modo di essere vivi-morti comune ormai a molti, troppi forse. Sui suoi occhi pesa il sonno di tante notti, nelle sue pupille brilla lussuria di tanti sguardi, sul suo corpo sono stampati abbracci, di tutti i tipi, nella sua mente la lucidità regna sonnacchiosa, vigile ed impudente. Il suo messaggio è nel travalicare, violare, osare, deflorare, tentare, aggredire, trasgredire con le armi della pazzia, della solitudine, con il verso, la scurrilità, il doppio senso/sesso.
L’universo puzza, è marcio, così non va: lo dicono in molti. Lui, fa sentire gli odori nauseabondi, mostra le ferite purulenti, i miasmi pestilenziali, le vene palpitanti eroina, l’anelito muto ma cosciente di voler cambiare, essere di esempio, i cervelli che si spappolano, i cuori che scoppiano. Non si nasconde dietro la chitarra, la brandisce, sicuro, non è divertente, suona e canta per far intendere chi vuole, per far penetrare, più a fondo, nelle orecchie, nelle budella, nelle orbite tumefatte, i lamenti, le contumelie, le profezie senza speranza, i viatici virulenti, le filastrocche piene di orrori che siamo anche noi, la vita. Senza vuoti a perdere, denti alla clorofilla, saponi detergenti, deodoranti, vacanze tutto compreso, cabriolet, agi, pupe mozzafiato, amplessi candidi e storie d’amore al miele. Non è un profeta, è una voce, neanche tanto intonata, che recita sul quotidiano, una voce che condanna – senza pietà – il “naturale”, il “normale”, il “comune”, il “banale”, l’irreggimentamento delle sensazioni. E delle coscienze. E dei cuori. E dei sentimenti. Ascoltiamolo. Chissà che qualcuno non venga “illuminato” sulla strada. On the road. Magari “passeggiando sul lato selvaggio”. Dandoci una guardata intorno. Impietosamente. Senza abbassare le palpebre, però.

 

Paolo Zaccagnini

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