Esce oggi, 28 novembre, in esclusiva per il Record Store Day Black Friday la raccolta limitata in vinile “Metal Machine Music: Power to Consume, Vol. 1”. Sei protagonisti della musica sperimentale contemporanea rendono omaggio all’album rumoristico di Lou Reed, uscito mezzo secolo fa, rilanciandone la visione estrema e anticonvenzionale.
Cinquant’anni dopo che Lou Reed perpetrò quello che definì “il mio atto supremo”, traduzione: un’ora e quattro minuti di feedback stratificato registrato su una Uher a tre velocità, processato, accelerato, rallentato e filtrato finché nemmeno sua madre avrebbe potuto ascoltarlo sobria, la cultura del rumore ha deciso che aveva ragione. O almeno che merita un tributo in vinile limitato a 2.100 copie per il Record Store Day Black Friday, perché nel 2025 niente dice “rivoluzione sonora” come un’edizione da collezionista che andrà esaurita in 48 ore e riapparirà su Discogs a prezzi osceni.

La storia è nota: estate 1975, Reed esce dalla RCA con il suo album più commercialmente suicida, accompagnato da note di copertina che dichiarano esplicitamente “Questo disco non è per feste/balli/romanticismo di sottofondo”, come se qualcuno stesse pensando di mettere su un’ora di distorsione pura durante una cena romantica. La RCA, evidentemente convinta di aver firmato un artista pop e non un terrorista acustico, ne stampò 100.000 copie. Le vendettero in tre giorni (era il ’75, la gente era confusa), poi qualcuno in ufficio ascoltò effettivamente il disco e lo ritirò dai negozi dopo tre settimane. Fiasco commerciale immediato, leggenda culturale perenne: la classica traiettoria dell’artista che decide di far saltare per aria la propria carriera e scopre, decenni dopo, di aver invece costruito un culto.
Reed non mostrò mai rimorsi. “Se dovessi lasciare un’eredità, sarebbe questa,” dichiarò, con quella combinazione di arroganza e lucidità che lo caratterizzava. Non stava facendo una mossa disperata o autolesionista, come suggerirono i critici dell’epoca (la maggior parte dei quali, va detto, stava ancora cercando di capire cosa diavolo fosse successo ai Velvet Underground). Stava firmando una dichiarazione di guerra totale contro l’industria musicale, i compromessi commerciali, e persino i suoi stessi fan, che evidentemente non meritavano la sua arte se non erano disposti a sopportare un’ora di quello che Steve Albini (produttore, profeta del disagio, purista del suono) avrebbe poi descritto come “una scultura sonora pura di straordinaria qualità.” Il che è precisamente ciò che diresti di qualcosa che nessuno vuole ascoltare ma tutti dovrebbero rispettare.
Il carattere radicale dell’opera, notò Albini, derivava almeno in parte dal fatto che nel 1975 nessuno si aspettava un disco del genere da un artista pop. Nel 2025, naturalmente, te lo aspetti, anzi, lo pretendi. Ed è qui che questa compilation diventa interessante, o quantomeno diagnostica dello stato attuale della musica sperimentale: sei artisti che rappresentano l’avanguardia più irriducibile della scena rumoristica contemporanea si riuniscono per rendere omaggio a un disco che, mezzo secolo fa, fu considerato uno dei peggiori della storia del rock. Progresso? Decadenza? Entrambi?
Thurston Moore apre le danze con “Drone Cognizance“. Moore, fondatore e membro permanente dei Sonic Youth, figura che ha passato quattro decenni a trasformare il feedback in forma d’arte e il noise in poetica. Se qualcuno doveva essere qui, è lui. La sua composizione mantiene quella totale assenza di strutture narrative tradizionali che era il marchio di fabbrica di Reed, anche se probabilmente con più sensibilità melodica di quanto Lou avrebbe mai tollerato (Moore, dopotutto, ha sempre avuto un debole per la bellezza nascosta nel caos, debolezza che Reed considerava borghese).
Aaron Dilloway, Wolf Eyes, veterano della scena noise industriale del Midwest, uomo che posiziona microfoni di contatto dentro la propria bocca per generare texture che la parola “grottesche” descrive solo parzialmente, contribuisce con “Psychic Motor Disorder“. Dilloway lavora con manipolazione di nastri a 8 tracce, sintetizzatori, delay e quella che potremmo definire “musica” solo nei termini più destrutturati possibili. Il che è precisamente il punto. Lui non sta cercando di farti ballare, o rilassare, o nemmeno di offrirti un’esperienza estetica riconoscibile. Sta cercando di destabilizzare la tua percezione di cosa il suono possa essere. Reed avrebbe approvato, probabilmente con un ghigno sarcastico.
Margaret Chardiet (nome d’arte: Pharmakon, perché ovviamente) porta “Blunt Instruments“, titolo che promette esattamente ciò che offre. Chardiet è una formatrice della scena underground newyorkese, figura fondamentale del collettivo Red Light District nel Far Rockaway, e la sua musica viene descritta come “celebrazione della feralità e della viscereità.” Utilizza la sintesi elettronica come strumento per trasferire, citazione diretta, “una forma radicale di auto possessione direttamente nei corpi del pubblico.” Il che suona vagamente minaccioso, ed è esattamente l’impressione che vuole dare. La sua è una musica che rifiuta la mediazione, che insiste sulla presenza fisica del suono come forza quasi violenta. Reed capiva questo, il potere del rumore di occupare spazio, di imporre la propria presenza fisica. Chardiet lo porta avanti con una ferocia che appartiene totalmente al 2025.
Drew McDowall, Coil negli anni ’90, trasferitosi a New York due decenni fa dalla Scozia, quarant’anni di carriera passati a “estrarre meraviglia dall’ordinario”, offre “Feedback.” Il titolo è letterale: feedback puro, probabilmente processato attraverso quella rete di dispositivi elettronici che McDowall ha raffinato in decenni di ritual music e momenti serendipiti. McDowall rappresenta quella corrente dell’industrial che trovò nella magia e nel rituale una via d’uscita dal nichilismo, approccio che Reed avrebbe probabilmente considerato troppo mistico, troppo new age, ma che ciononostante condivide con “Metal Machine Music” una certa insistenza sulla trascendenza attraverso il rumore.
Mark Solotroff contribuisce “Terminal ’25“, titolo che nel suo stesso nome evoca stati terminali, confini estremi, fine dei giochi. Solotroff lavora in quella zona della musica sperimentale dove il suono diventa quasi concettuale, dove l’ascolto è meno un’esperienza estetica che un atto di resistenza. Il che, ancora una volta, riporta direttamente a Reed e alla sua dichiarazione che “Metal Machine Music” non era per l’intrattenimento ma per qualcos’altro, qualcosa che forse nemmeno lui riusciva a definire completamente, ma che certamente non aveva niente a che fare con piacere o relax.
The Rita (alias Sam McKinlay, bassista californiano nato nel ’74) chiude con “109 90“, titolo critticamente numerico che cela le architetture sonore caratteristiche di McKinlay. The Rita è un pioniere della cosiddetta “harsh noise wall,” stile che trasforma la wall of sound in monumenti atonali e inespressivi. Con oltre 200 uscite nel suo catalogo, cifra che da sola dovrebbe qualificare McKinlay per qualche tipo di intervento psichiatrico, è celebre per la sua incapacità strutturale di rimanere a lungo nello stesso territorio sonoro. Continua a spingere i confini di ciò che il noise può essere, il che è ammirevole o ossessivo a seconda del vostro punto di vista (probabilmente entrambi).
Tutto questo arriva in edizione limitata, doppio vinile, disponibile in store il 28 novembre alle 8 del mattino e online il 29. Legacy Recordings, il marchio che amministra l’eredità discografica di Reed, con tutto il peso e l’ironia che questo comporta, ha deciso che 2.100 copie sono sufficienti. Probabilmente hanno ragione: il mercato per un tributo noise a un album noise del 1975 è esattamente così grande, né più né meno. Forse meno. Senza forse.
Il punto

Ma ecco il punto che nessuno vuole ammettere: nel 2025, la visione di Reed, la sua insistenza nel trattare rumore, feedback e distorsione come forme d’arte legittime, non è più provocazione. È accademia. È consenso culturale. Puoi studiare questa roba in conservatorio. Il che significa che “Metal Machine Music” ha vinto, ma anche che ha perso. Ha vinto perché adesso tutti riconoscono la sua importanza storica e la sua influenza sulla musica sperimentale. Ha perso perché non può più scioccare nessuno, e lo shock, l’oltraggio, il rifiuto violento erano parte integrante del suo significato.
I sei artisti qui riuniti non stanno cercando di replicare ciò che Reed fece nel 1975. Sarebbe impossibile, il contesto culturale non esiste più, il gesto non avrebbe lo stesso peso. Stanno invece abitando lo spazio radicale che lui creò, spingendolo verso territori ancora inesplorati della percezione sonora umana. Il che è precisamente ciò che Reed avrebbe voluto: non un piedistallo commemorativo, ma una piattaforma per la provocazione sonora contemporanea.
Lo comprerete? Probabilmente no. Lo compreranno? Andrà probabilmente esaurito in poco tempo. Perché nel 2025 il culto del noise è vivo e vegeto, alimentato da collezionisti compulsivi, accademici della sperimentazione, e persone che hanno bisogno di possedere fisicamente l’oggetto culturale anche se non lo ascolteranno mai. Reed, che vendette la propria anima artistica e poi la ricomprò a prezzo maggiorato, avrebbe capito perfettamente.
Essenziale per: storici del noise, devoti di Reed, chiunque voglia capire come un disco considerato “uno dei peggiori della storia del rock” sia diventato un testo sacro della sperimentazione. Non essenziale per: persone normali, chiunque stia cercando di rilassarsi, i vostri genitori (o forse no?).
Tracklist
DISCO 1 – LATO A
- Thurston Moore – Drone Cognizance
DISCO 1 – LATO B
- Aaron Dilloway – Psychic Motor Disorder
- Pharmakon – Blunt Instruments
DISCO 2 – LATO C
- Drew McDowall – Feedback
- Mark Solotroff – Terminal ’25
DISCO 2 – LATO D
- The Rita – 109 90?
Uscita: 28 novembre 2025 (in-store) / 29 novembre 2025 (online)
Formato: 2LP Vinile, edizione limitata a 2.100 copie
Etichetta: Legacy Recordings
Disponibilità: Esclusiva Record Store Day Black Friday

