Come i Velvet hanno scosso il mondo (Mojo, 2002)
Verso la fine del 1966, il mio manager di allora, Ken Pitt, tornò da un viaggio negli Stati Uniti con due album che gli erano stati regalati da qualcuno a New York. Non essendo tra i suoi favoriti, li diede a me, per vedere cosa ne avrei potuto tirar fuori. Il primo era una cosa rockeggiante e rumorosa, degli anarchici-hippies The Fugs, intitolata The Virgin Fugs. Più divertenti che rigorosamente salutari, e musica perfetta per bere e stonarsi.
Ma il secondo, un demo con la firma di Warhol scarabocchiata sopra, era eccezionale. Tutto ciò che avevo provato e che ancora non sapevo sulla musica rock, si schiudeva a me in un disco inedito. Era l’album The Velvet Underground & Nico.
Il primo brano scivolava via in modo abbastanza innocuo senza lasciare un profondo segno. Ma da quel punto in poi, e con l’apertura del basso e la chitarra pulsanti e sarcastici di I’m Waiting for the Man come elemento principale, il perno della mia aspirazione era ormai influenzato. Questa musica era spudoratamente indifferente ai miei sentimenti. Non le interessava di piacermi o meno, se ne fregava. Si preoccupava interamente di un mondo del tutto sconosciuto fino a quel momento ai miei occhi suburbani.
Infatti, sebbene avessi solo 19 anni, avevo già visto molto, ma avevo accettato tutto in modo entusiasta come “una bella risata”. A quanto pare, la risata adesso era finita. Questo era uno stadio di sfacciataggine che non avevo idea fosse umanamente sostenibile ed era seducente. Uno dopo l’altro i brani si districavano e allungavano i loro tentacoli contorti intorno al mio capo: il violino perverso e sessuale su Venus in Furs, come una certa musica-revival pre-Cristiana pagana; la voce glaciale e distante della Femme Fatale Nico “Scopami se vuoi, non me ne frega niente”. Quale straordinaria sequenza di pugni da K.O.! Nel momento in cui fecero European Son ero così eccitato che non riuscivo a muovermi. Sedevo paralizzato, incapace di comprendere ciò che avevo appena sentito. Era sera tardi e non riuscivo a pensare a qualcuno a cui telefonare, così lo ascoltai di nuovo, ancora, e ancora…
Nel Marzo seguente convinsi la band con cui suonavo, The Riot Squad, a inserire I’m Waiting for the Man nella nostra scaletta dal vivo, il che rappresentò la prima volta (l’album, ricordate, era solo ancora un demo inedito) che qualcuno, in qualche parte del mondo, realizzava la cover di un pezzo dei Velvet. Com’ero fortunato! Riguardando la scaletta dei brani di quel mese, vorrei far notare che abbiamo incluso anche It Can’t Happen Here di Frank Zappa e Dirty Old Man dei Fugs.
Provate voi a spiegarlo ai ragazzi oggi!
David Bowie
