Lulu (2011)

Data di uscita: 31 ottobre 2011
Registrato: Aprile/Giugno 2011, HQ Studios, San Rafael, CA
Prodotto da: Lou Reed, Metallica, Hal Willner e Greg Fidelman
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ignore e signori, habemus monstrum. Se ne è già parlato e se ne parlerà ancora tanto, di Lulu. Chissà perché, poi. “Una collaborazione insolita sarebbe stata tra Metallica e Cher. Questa è una collaborazione ovvia“, spiega Lou. Che evidentemente ha perso il pelo ma non il vizio, e chi di voi si sta ancora grattando la testa ha evidentemente dimenticato che questo signore quasi settantenne è lo stesso di Metal Machine Music. Berlin. The Bells. The Raven.European Son. Sister Ray. Meditation Music (il disco elettronico che nessuno ha ascoltato). Del maestro di Tai Chi sul palco. Dobbiamo continuare? No di certo.

Allora, Lulu. Che, anzitutto, non è un disco di canzoni. È, strettamente, un’opera rock, e come tale è inseparabile dal suo libretto, ovvero i testi che Reed ha preparato per una recente messinscena berlinese di Robert Wilson dei celeberrimi drammi di Frank Wedekind, Il vaso di Pandora e Lo spirito della terra. Testi che, lo diciamo subito, ce lo restituiscono davvero al meglio: crudi, violenti, evocativi, poetici, intrisi di una forza espressiva che latitava da molto tempo (sono migliori, per dire, di quelli di The Raven, guardacaso scaturito anch’esso da una collaborazione con Wilson –POEtry – in cui però non riusciva in modo del tutto convincente a modernizzare Poe, restando troppo ancorato al modello). Per molti versi, Lulu sembra una versione pulp di Berlin: a ben vedere, tra il cuore di ghiaccio della protagonista, femme fatale archetipica e l’Alaska di Caroline corre davvero poco. Insomma, Lou gioca in casa e non solo – com’è prevedibile – vince, ma talvolta si supera. Aprire un album con un verso come “mi amputerei le gambe e le tette / quando penso a Boris Karloff e Kinski / nel buio della luna” possono permetterselo in pochi, senza sembrare pretenziosi o ridicoli. Anzi, può permetterselo solo lui.

E qui entrano in gioco i Metallica. Ok, Lou non sarà Cher, ma perché proprio loro come backing band? Anche perché oltre a non essere un disco di canzoni, Lulu non è nemmeno un disco metal. Almeno non nel senso ortodosso. James Hetfield si limita ad accennare e sottolineare qualche parola chiave (prende il timone solo in The View, scelta come anteprima con il probabile intento di accattivare i fan e sortendo invece l’effetto opposto), lasciando a Reed tutto lo spazio per divagare con il suo talking stonato e, come felicemente definito da qualcuno, disancorato. E se si sta molto attenti, a parte i riffoni Sabbath della citata View e Frustration e la cavalcata thrash di Mistress Dread, non si tratta esattamente di metallo duro e puro. È pur sempre metal-Lou. Brandeburg Gate Iced Honey sono puro vecchio stile à la Sweet Jane, rese solo più truci dai Four Horsemen; l’uso espressivo e reiterato di droni di violino e organo portano al puro suono di Metal Machine Music e della recente musica per meditazione (oltre a sembrare una strizzatina d’occhio al vecchio amico/nemico John Cale e alla moglie Laurie Anderson); e forse che la conclusiva – e notevole – Junior Dad non rinverdisce i fasti di Street HassleLulu è piuttosto un disco che usa i toni del metal per veicolare certi contenuti lirici, in modo descrittivo e evocativo. Un effetto riuscito in Cheat On Me e – ottimamente – in Pumping Blood; stando alla pura brutalità di quest’ultima (si mette in scena il massacro della protagonista da parte di Jack lo Squartatore), in effetti non ci volevano i Metallica. Ci volevano gli Slayer.

E se tutto questo per la maggior parte dei metalheads può risultare incomprensibile (come se unire metallo e intelletto fosse tabù, ma qualcuno si ricorda di Marianne Faithfull in The Memories Remain?), nell’ottica reediana – diremmo: velvettiana – acquista perfettamente senso. Lulu è un esperimento, così come lo era White Light / White Heat: cambia solo la forma, ma lo spirito è quello. È un esperimento riuscito? Non del tutto, perché è di fruizione palesemente difficile, soffre l’eccessiva lunghezza dell’insieme e dei singoli episodi e il matrimonio tra le due entità artistiche si in realtà si consuma solo in parte, e con esiti comprensibilmente controversi. Il suo valore, più di tutto, consiste nel rimettere in discussione le potenzialità di un genere – il rock – che qualcuno si ostina a dare ancora per spacciato. Ci volevano un vecchietto (la cui vita è stata salvata dal rock’n’roll, se ricordate) e quattro metallari semibolliti a ricordarcelo. C’è da pensare.

Antonio Puglia

  • TRACKLIST
  • MUSICISTI
  • CREDITI
  • CURIOSITA’
CD 1:
1. Branderburg Gate (4:21)
2. The View (5:220)
3. Pumping Blood (7:24)
4. Mistress Dread (6:52)
5. Iced Honey (4:37)
6. Cheat On Me (11:26)
CD 2: 
7. Frustration (8:33)
8. Little Dog (8:01)
9. Dragon (11:10)
10. Junior Dad (19:28)

Durata: 87:04

Lou Reed (Voce, Chitarra, Continuum)
James Hetfield (Chitarra ritmica, voce addizionale, chitarra solista in “Junior Dad”)
Lars Ulrich (Batteria)
Kirk Hammett (Chitarra solista)
Robert Trujillo (Basso)
Sarth Calhoun (Elettronica)
Jenny Scheinman (Violino, viola, arrangiamento archi)
Gabe Witcher (Violino)
Megan Gould (Violino)
Ron Lawrence (Viola)
Marika Hughes (Violoncello)
Ulrich Maiss (Violoncello su “Little Dog” e “Frustration”)
Rob Wasserman (Contrabbasso elettrico su “Junior Dad”)
Jessica Troy (Viola su “Junior Dad”)
Anton Corbijn (Fotografie)
Greg Fidelman (Produzione, missaggio)
Vlado Meller (Masterizzazione)
Alcuni brani dell’album sono stati composti precedentemente per l’opera teatrale “Time Rocker” di Robert Wilson, per la quale Reed scrisse le musiche e i testi, e che poi sono state re-incise e riportate su “Ecstasy” (“Turning Time Around“, “Future Farmers of America“). Altri brani di “Time Rocker”  si trovano sull’album live “Perfect Night Live in London” (“Why Do You Talk“, “Into The Divine” e “Talking Book“).

Nel 2008, durante un’intervista, il regista Julian Schnabel lesse alcuni versi di “Rock Minuet” dichiarando che era una delle sue canzoni preferite di Lou Reed.

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