lunedì , 19 Agosto 2019
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Tutte le voci di New York (Ciao2001, 1979)

Londra. Nel corso del tour europeo della passata primavera Lou Reed e ebbe numerosi contrattempi che influirono parecchio sul suo rendimento. La data finale però, all’Hammersmith Odeon di Londra, fu un vero e proprio trionfo. Gli stessi inglesi, di solito piuttosto freddi e cauti nei confronti dell’americano, tributarono dei consensi unanimi e calorosi, sia durante e dopo. Il concerto ebbe una durata di circa tre ore (per Lou un vero record) e nei giorni successivi i giornali specializzati se ne uscirono con dei titoli realmente a sensazione. Per tutti questi motivi, agli inizi di novembre, lo ha voluto di nuovo esibirsi in terra britannica, sempre a Londra, questa volta però all’Hammersmith Palais, un capannone liberty contenente seimila persone circa.

 

LIVE!
Atmosfera piuttosto calda, platea gremita all’inverosimile (dopotutto si tratta di un’unica apparizione), nonostante l’evento fosse stato per niente pubblicizzato. Teatro molto particolare, ex e garage e adibito ora a maxi discoteca, grande attesa. Lou è ancora nei camerini, sorride, tenta di accordare la chitarra, continua a ripetere allo stage manager che vuole sonare con tutte le luci accese. I ragazzi della band e se ne stanno da una parte, tranquilli, in netta contrapposizione con lo spirito agitato del boss. Verso le 20.20 arriva il fatidico segnale.lo manda avanti il gruppo, da un’ultima occhiata la scaletta e poi entra in scena… grandi applausi, soprattutto quando prende la chitarra e accenna “Sweet Jane” eterno brano d’apertura. Attimo di pausa e poi realmente la canzone inizia. Esecuzione stringata, essenziale, interrotta soltanto da un “sono contento di sonare qui per voi” (tipo di dialogo che Lou di solito non ama), lontana anni luce dalla versione delirante e narcisista di “Take No Prisoners“.

Gran finale a base di sax e poi, senza dare un attimo di tregua, la band attacca un blues lento e sporco… assoli a ripetizione, sax-chitarra, lo stesso Lou, e poi infine… “I’m waiting for my man“. La frase, fatidica, viene immediatamente sottolineata da ampi consensi. Il brano comunque, anche dopo la rivelazione, mantiene intatta la venatura blues, anzi a tratti viene addirittura sviluppata.

La band è quella di sempre, Marty Fogel (sax) ed Ellard Moose (basso) in primo piano. Altri due chitarristi ed infine quel buon picchiatore di Mike Sukorsky alla batteria. In più poi nelle ormai abituali vesti di chitarra ritmica e solista, Lou Reed. L’esibizione procede con una lirica “Coney Island Baby” bella fine, nella quale Lou torna inaspettatamente ad evocare il passato. Frasi spezzate, toni caldi, quasi come si stesse lì rivivendo un fatto d’altri tempi, ed alla fine l’urlo di “Glory of love” quasi a suggellare la tensione emotiva.

Al termine del pezzo grande sorpresa: Lou Reed si intrattiene con il suo pubblico, scherzando e prendendo in giro alcuni giornalisti rock inglesi presenti in sala. “I’ll Be Your Mirror” riprende il filo. Ed anche qui finale in crescendo con tremendi assoli di chitarra-synth. “Perfect day” e “Looking for love” (forse un po’ troppo lunga quest’ultima) chiudono il primo tempo dello spettacolo. A questo punto il musicista si accende una sigaretta e… “vi vorremo eseguire alcuni pezzi di un album a me molto caro, che non è stato mai capito. Si chiama “Berlin“, e risale a tanto tempo fa”. Le luci continuano a rimanere tutte accese e Lou passa in rassegna quella parte del suo sterminato repertorio che senza dubbio è tutta concepita in base a delle atmosfere musicali sfumate, d’atmosfera, nelle quali il rock’n’roll è più un fatto mentale che concreto. I testi invece sono pieni di pathos; famiglie distrutte, una vita quotidiana dai tratti pesanti ed ossessivi. E Lou canta e mima a perfezione tutto questo. È infatti il visitatore partecipe di una “Berlin” in decadenza, è il cinico lettore del presente di “Man of good fortune”, è il suicida di “Caroline Says“, è addirittura la madre cui hanno portato via bambini di “The Kids”.

Ma non è ancora finito: è l’uomo senza domani, tutto assorbito dalle cose evocanti lo ieri di “The Bed“, assurge ad elemento catartico in una splendida e corale versione di “Sad Song“. Al termine di questa canzone l’artista si riavvicina nuovamente al microfono… “ed ora vi vorremo eseguire alcuni pezzi a me molto cari”. “Families“, in chiave neo-classica, “Stupid man” trasformata qui in un autentico inno gay ed infine una agile e breve versione di “Street Hassle” concludono il programma. Ovviamente il pubblico non vuole mollare l’artista, e questa volta Lou non si fa troppo pregare. Ritorna in scena: “questa sera diventerà per tutti una gran festa”… “Walk on the wild side” apre la terza parte dello “spettacolo”. E qui Lou torna alla New York della quarantaduesima, tra realtà e cartolina, impersona Holly, Jackie, Candy e tutte le altre eroine della storia.

The Bells” ci mostra invece un altro aspetto da città, quello dei grattacieli, metafora stupenda che rappresenta in realtà i muri psicologici che l’uomo moderno non riesce a scavalcare. La fine arriva come salto liberatorio… la tensione nervosa viene saggiamente spezzata, senza neppure dire una parola Lou attacca con la sua micidiale chitarra “Rock’n’roll“, uno dei pezzi più “caldi” a sua disposizione. La versione è vagamente rollingstoniana… ma altra sorpresa: si evolve poi in un brano delle Supremes “Keep me, hangin on”. Sono già due ore e quaranta, ma Lou Reed non ne vuol sapere… “Sister ray” viene ripescato in una versione senza dubbio più allucinante di quella originale. E il musicista si lascia andare in una incredibile, al limite della atonalità cronica, divagazione chitarristica. “Ok è quasi ora di smetterla, ma prima di lasciarvi abbiamo pensato di dedicare a tutti voi un brano”. Ed è la volta di “Wild child“, eseguita con Lou alle prese con una chitarra acustica. Il finale tutto rock. Poi realmente la fine.

 

CONSIDERAZIONI
L’artista americano a Londra ha dato vita ad un concerto di rara bellezza. Soprattutto da un punto di vista musicale, la lunga odissea iniziata con “Coney Island Baby” sembra essersi conclusa. O meglio: dalla ricerca ha trovato un solido punto d’approdo. Approdo naturalmente che non vuol dire fine ma inizio. Oggi Lou è protagonista di una musica assolutamente personale, nella quale si agitano tutti i motivi della metropoli newyorkese. Il rock’n’roll, jazz, easy, si vengono a trovare sullo stesso piano, espressi in modo decisamente particolare. La presenza scenica e quella di sempre, poche mosse gratuite: ogni gesto, anche quello più impercettibile, si trova connesso in modo inevitabile con il tutto della rappresentazione.

 

INTERVISTA
Ci ritroviamo dopo il concerto a cena insieme…

 

Reed: “è la seconda volta che ci vediamo quest’anno”.

2001: “è vero. Ed anche oggi a Londra hai tenuto tutte le luci accese…”.

Reed: “il motivo è uno solo. Non voglio essere io l’unico ad avere il calore delle luci sulla mia pelle. È giusto che anche il mio pubblico sudì come me. E poi… anch’io voglio vedere bene chi ho di fronte.”.

2001: “ma non pensi che tutto ciò sia controproducente ai fini della riuscita dello spettacolo..?”.

Reed: “problemi del genere non me li sono mai posti, anche perché è stato sempre il mio feeling a determinare buona o cattiva musica. Stasera mi sono divertito, ho trascorso tre buone ore con Lou Reed. Questo è quello che conta”.

2001: “il perché di questo concerto a sorpresa”.

Reed: “volevo vedere se mi si confermavano le buone impressioni che ho avuto di Londra mesi fa”.

2001: “sappiamo che c’è dell’altro”.

Reed: ” sì, stiamo andando in Germania ad iniziare i lavori per il prossimo album. E come sai, Londra non è poi tanto lontana. Questo concerto c’è servito soprattutto per avere un po’ di carica emotiva. La mia band e, non gradisce molto la sala, o meglio il clima di lavoro rilassato che di solito si viene a creare. Credo che invece sia necessaria sempre una spinta, un fuoco interno… “.

2001: “entri in studio con delle idee già definite: soprattutto a livello compositivo?”.

Reed: “Le canzoni ci sono, ma non è quello il problema. Ho intenzione di incidere l’album in più tempi. Ora andiamo in sala per occuparci dei suoni. L’amalgama che hai sentito stasera deve necessariamente essere rafforzato. Non dovranno essere notate troppe differenze tra chitarre e sax”.

2001: “ormai hai ripreso definitivamente in mano la chitarra?”.

Reed: “Yeah. Era ora. Ho sempre suonato dal vivo. Solo per un periodo, quando dovevo essere una fuckin’ star, mi hanno fatto smettere. Poi ho mandato tutti a quel paese, ed ho continuato a fare di testa mia. Sai, sono molto legato a questa band. È realmente grande. Suoniamo insieme da circa tre anni; non abbiamo mai litigato, nelle nostre vene scorre lo stesso sangue. Tutti noi amiamo il jazz, suonando però sempre fuckin’ rock’n’roll”.

2001: “da qualche tempo parli molto di jazz”.

Reed: ” da sempre parlo di jazz, anche quando suonavo cose come “Walk on the wild side“. Ci sono vari aspetti, vari filoni di questo tipo di musica. Sai, oltre a Don Cherry, esiste anche il jazz facile, quello con cui le spogliarelliste fanno il loro lavoro. Qualcuno dice che questo non sia jazz. io sono convinto del contrario”.

2001: “a livello vocale hai subito una notevole trasformazione, durante le quali hai spesso lasciato senza fiato i tuoi ammiratori… “.

Reed: ” fino a cinque anni fa, ero soltanto un cantante di rock’n’roll, niente di più, anche se sul palco mi piaceva molto improvvisare, stravolgere i testi, come forma e come contenuto. Ascoltando diverse soul-singer negre ho capito che era arrivato il momento di cambiare il modo di usare la mia voce. E queste sono cose che richiedono tempo. Oggi posso dire di aver raggiunto dei buoni risultati”.

2001: “calchi le scene all’età di 37 anni. Come ti senti, con tante cose, fatti, persone le spalle?”.

Reed : “La vita è più chiara. Vedi oggi mi sento più saggio, più quieto. E questo l’ho cantato anche stasera. Un tempo dicevo “I’m just a tired man” ora invece “I’m just a quiet man”. E ti posso assicurare che il sentirsi stanco ed il sentirsi quieto sono due modi di essere completamente diversi. Oggi amo uscire per strada, magari soltanto per osservare le macchine che camminano con le persone che prendono taxi, oppure le red o le green lin…”.

2001: “semplice spettatore?”.

Lou Reed: “cerco di viaggiare il meno possibile, perché non lo trovo interessante. Tra l’altro è realmente scomodo. Uscire per le mie strade invece ha per me un grande significato. Ora amo il giorno, e quel poco di luce solare che arriva da noi (a New York) fino a terra. Non sono soltanto uno spettatore, ma nei miei giri devo sempre avere la certezza di poter tornare a casa, quando voglio…”.

2001: “saresti dovuto venire a suonare in Italia…”.

Lou Reed: “per quello che ne so io, a proposito ci sono stati dei semplici approcci. Ma questo molti mesi fa. Poi più nulla”.

2001: “ti hanno definito in mille modi; junkie, padrino del punk, re dei drogati e degli emarginati, rock’n’roll animal… così via. Cosa rispondi a tentativi del genere?”.

Lou Reed: “mi sono sempre molto scontrato (fino ai coltelli) con simili porcherie. Ad uno stronzo che mi aveva definito come il “re di un mucchio di macerie” gli ho detto: “ancora non sono venuto a casa tua. Ma stai tranquillo che se ci dovessi venire, sarai tu il padrone di un mucchio di macerie”. In realtà questo èil tuo mestiere; come odio i giornalisti, create falsi miti a cui gli artisti debbono sottostare. Pensa, la gente si aspetta da me cose che non ho mai fatto e detto. Questo soltanto perché hanno letto da qualche parte chissà quale stupidaggine. Quello che sono… “I’m just a quiet man” oppure “I’m in a rock’n’roll band”. È tutto scritto e cantato. Se la questione vi interessa poi tanto”.

 

Aldo Bagli

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