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Recensione di The Raven (JAM!, 2003)

Di “The Raven“, Lou Reed aveva già dato anticipazione durante il suo breve tour italiano della scorsa estate, nel quale recitava, insieme alla sua compagna Laurie Anderson, alcuni testi riadattati di Edgar Allan Poe. È stata un’anticipazione illuminante, per capire quello che Mr. Reed si preparava a fare: un’opera interamente incentrata sulla poetica e sulle tematiche del grande scrittore newyorchese del secolo scorso.

Reed, malgrado i suoi 60 anni e quasi quaranta di onorata carriera alle spalle, riesce ancora a sorprendere con un lavoro colossale e potente in tempi in cui il significato di ‘audace’ e ‘strabiliante’ hanno perso completamente significato.

Il doppio cd (in edizione limitata per un periodo di tempo, poi rimarrà solo il formato ridotto ad un solo cd con le canzoni) contiene ben 36 brani, divisi equamente tra interventi parlati e canzoni, e annovera ospiti come Willem Dafoe, Steve Buscemi, Elizabeth Ashley e David Bowie.

Le due ore di escursione nel territorio poetico di Poe sono una completa rielaborazione filtrata attraverso l’eclettismo di Reed, e il coronamento di un sogno coltivato a lungo: “Suono nei pub da quando avevo 14 anni, ma ho sempre amato la scrittura. All’università avevo Delmore Schwartz come insegnante, per cui nutrivo un profondo affetto. E poi c’è stato Andy Warhol, un altro profondo affetto”. La passione per Poe, invece, è abbastanza recente e risale a quattro anni fa quando Reed fu invitato a leggere Il cuore rivelatore per Halloween: “Quando l’ho letto ad alta voce, l’ho finalmente compreso a fondo e ho capito che la mia conoscenza di Poe era molto superficiale“. Il risultato è stato, due anni più tardi, lo spettacolo teatrale creato insieme a Robert WilsonPOEtry“, da cui prende spunto il nuovo album.

The Raven” è forse il lavoro più maturo dell’intera carriera di Reed, in cui il lato intellettuale e il rock’n’roll si sposano perfettamente per creare un lavoro unico e intenso, un incontro tra due newyorchesi e due periodi storici: entrambi scrittori affascinati dal lato oscuro che non hanno distolto lo sguardo dalle cose peggiori che potevano vedere o immaginare. “L’ossessione e la colpa sono le due ragioni principali per cui si scrive“, ha detto Reed. “Sono continenti immensi da esplorare. Per Poe. E anche per me“.

Il primo cd apre con dei reading eseguiti da Dafoe, su musiche di Reed, che prende possesso del microfono solo al quinto brano Edgar Allan Poe, un rock energico nel suo migliore stile. Già con questi primi cinque brani si capisce di che pasta siano fatti il rocker e il disco, e si viene catapultati in un mondo oscuro, affascinante e profondo.

L’intervento del violino di Laurie Anderson e il contrasto tra la dolcezza della sua voce e quella bassa e cupa di Reed rendono Call On Me una piccola perla dai toni caldi, che viene subito stemperata dalle voci di Buscemi, Dafoe e Amanda Plummer nel reading successivo “The City In The Sea/The Shadow“, accompagnato da strani suoni sinistri. È nella traccia Change che facciamo per la prima volta conoscenza con la ‘scoperta’ di Lou Reed, il cantante Antony, presentatogli dal produttore Hal Willner. La sua voce, di cui sia lui che la Anderson si sono innamorati, fa da controcanto in questo e in numerosi altri brani dell’opera. I fiati sono ben calibrati, il tappeto sonoro impeccabile, e l’adrenalina sale quando si lascia spazio al recitato “The Fall Of The House Of Usher“, uno dei racconti più famosi di Poe. Porte che cigolano e rumori indefiniti accompagnano le bellissime interpretazioni degli attori. In chiusura del primo cd si ha la sorpresa: Reed rispolvera e inserisce due vecchie canzoni del suo repertorio che poco avrebbero da spartire con questo album concettuale. Ma non è vero. “The Bed“, tratta da “Berlin” del ’73, trova qui un arrangiamento minimale, violino e chitarra e una versione più cupa dell’originale. La sua storia di suicidio e di cinico dolore si inserisce bene nel contesto, malgrado il paragone con la versione di trent’anni fa la faccia apparire alquanto scialba a confronto. Tocca poi ad un altro caposaldo del suo repertorio, “Perfect Day“, nella quale Reed lascia il microfono ad Antony per un’interpretazione assolutamente eccezionale e ambigua, veramente da brivido. I paesaggi sonori costruiti attorno al brano sono essenziali e suggestivi e diamo atto a Reed di essere riuscito a reinventare un brano così celebre in maniera tanto originale.

Questo è ciò che ci regala il primo cd e sarebbe bastato da solo a promuovere questo sforzo creativo con il massimo dei voti. Ma c’è ancora tanto in serbo, e la prima traccia del secondo cd, “Broadway Song“, lascerà di stucco i fan più sfegatati del rocker; un godibilissimo e soffice jazzato anni Quaranta nel quale Buscemi si improvvisa cantante da night club con un testo ambiguo e ironico che fa da contraltare all’aria fintamente scanzonata del brano. Un vero salto di atmosfera che, francamente, nessuno si sarebbe aspettato dalla spigolosità di Reed. L’atmosfera è subito ripresa dai due reading di “Tale-Tell Heart Part 1 & 2” ispirati dal racconto Il cuore rivelatore, ai quali si inframmezza il rock furente di “Blind Rage” (Rabbia cieca) per poi arrivare ad un’autentica perla: “Burning Embers“, sempre ispirata dallo stesso racconto. È una ballata breve ma potente, nella quale Reed si sforza di cantare in maniera gutturale à la Tom Waits coadiuvato dalle modulazioni vocali di Antony. Batteria ossessiva e secca, chitarre robuste e cori la rendono una delle canzoni più efficaci dell’album.

Poe scrisse anche un saggio, L’impulso della perversione, nella quale si interrogava sull’attrazione naturale dell’uomo verso il male e la perversione, un tema che spesso Reed ha trattato nei suoi testi. Forse è per questo che ha deciso di trarre spunto anche da questo per il recitato “The Imp Of Perverse“, che sfocia nella commovente “Vanishing Act“. Mai come oggi la sua voce è capace di regalare forti emozioni sulle note basse, e il minimalismo di voce-piano che sfocia nel finale in un arrangiamento d’archi superbo, arriva dritto al cuore, poi sulla pelle, poi agli occhi. Ma le sorprese continuano: dopo l’ennesimo splendido reading “The Cask“, la voce e la chitarra di Reed duettano con il leggendario sassofono di Ornette Coleman in “Guilty“, un sogno coltivato da lungo tempo e qui coronato e immortalato. Il racconto Il pozzo e il pendolo si trasforma nella canzone “I Wanna Know“, in cui i Blind Boys From Alabama danno un connotato decisamente gospel ad un bel pezzo che però, francamente, dura troppo. Gli intermezzi “Science Of The Mind” e “Annabel Lee/The Bells” portano ad una “Hop Frog” potente ed eccitante, cantata dall’amico David Bowie che, per l’occasione, sfoggia una delle sue migliori interpretazioni in stile Ziggy. Peccato che il brano lasci assolutamente interdetti e un po’ risentiti quando sfuma bruscamente dopo appena un minuto e mezzo. Tra un intermezzo recitato e l’altro, Reed sorprende ancora con la dolcezza di “Who Am I?“, splendida e dolce ballata sulla vecchiaia che differisce dalla versione in un solo cd, nel quale è stato inserito un missaggio diverso più rock nettamente inferiore. Il penultimo pezzo “Fire Music“, uno strumentale che pare venire direttamente da “Metal Machine Music” con le sue stratificazioni di rumore e le sonorità disturbate e disturbanti, è la reazione di Reed agli attentati dell’11 settembre. Ma ci lascia languidamente con un’altra lunga ballata, “Guardian Angel“.

In definitiva, quello di Reed è un lavoro monumentale che lascia affascinati e soddisfatti, che acquista spessore e sfumature ad ogni ascolto. Saranno penalizzati coloro che non conoscono bene l’inglese, sembra che l’etichetta non abbia previsto traduzione dei testi nel booklet, ma l’unione di poesia, concetti, canzoni e suggestioni è quanto di più bello e ‘alto’ Lou Reed abbia creato nel corso della sua lunghissima carriera. Malgrado alcune pecche, come la lunghezza eccessiva di alcune canzoni rispetto alla drammatica brevità di pezzi più validi, “The Raven” si merita un 10 per ambizione e bellezza. E la lode per il coraggio.

 

Daniele Federici

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