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Lui, lei e la storia (Corriere Fiorentino, 2010)

Reed racconta il film-intervista sulla cugina centenaria «Ebrea e comunista, una vita a lottare per i diritti civili»

di Marco Luceri

FIRENZE – Non gli è bastato essere stato il leader dei Velvet Underground ed essere diventato un’icona rock senza tempo. Non gli sono state sufficienti le sortite nel teatro, nella poesia e nella fotografia. Adesso Lou Reed è passato anche dietro la macchina da presa e ha scelto Firenze e il Festival dei Popoli per presentare al pubblico italiano il suo primo lavoro da regista cinematografico: domenica (alle 21 al cinema Odeon) ci sarà infatti l’anteprima nazionale di Red Shirley, il documentario che l’«American Master» ha girato insieme all’amico fotografo Ralph Gibson. Nel film (della durata di appena 28’, quasi tutto neppure composto da primi piani, inframmezzati da vecchie foto della protagonista) Lou Reed intervista la cugina di origini ebraiche Shirley Novick in occasione del suo centesimo compleanno. Nonostante l’età, la donna dimostra di avere ben presente le avventure e le lotte di tutta una vita, che hanno come sfondo alcuni degli snodi più importanti della storia americana del Novecento.

Dopo aver abbandonato la Polonia poco prima dell’invasione nazista, la ragazza si trasferisce momentaneamente in Canada, che abbandona dopo pochissimo tempo reputandolo «troppo provinciale». Senza parlare una parola d’inglese si trasferisce a New York dove tenta di orientarsi nel caos cittadino. A contatto con la dura realtà del lavoro e della condizione femminile in particolare, Shirley diventa poco alla volta una combattiva sindacalista. Sempre impegnata a fianco dei lavoratori (da qui il soprannome «Red» del titolo), partecipa anche al nascente movimento per i diritti civili. «Ero presente quando il dottor Martin Luther King ha pronunciato il suo discorso a Washington!» ricorda orgogliosa Shirley. Attraverso l’ascolto, un’intera parabola esistenziale diventa un frammento di storia orale che ci restituisce in una nuova prospettiva valori sociali e politici. «Io e Shirley abitiamo entrambi a Brooklyn, ci separano solo quattro strade — racconta Lou Reed— Un giorno, mentre stavo andando da lei, dicevo a me stesso: «Sarebbe davvero stupido se non cercassi di raccontare in qualche modo la sua straordinaria storia». Così ho pensato di farle un’intervista e di filmarla con una videocamera. È stato dapprima un impulso personale, poi mi sono reso conto che così anche molte altre persone avrebbero potuto conoscere Shirley. Lei è davvero una risorsa naturale, ma non ci sarà sempre, così mi resi conto che dovevo fare questo film prima che fosse troppo tardi».

Ciò che sorprende, guardando il film, è la straordinaria lucidità intellettuale di questa centenaria: «Shirley è una donna molto intelligente e carismatica e ha una memoria infallibile — aggiunge — È molto vivace ed è veramente un esempio di tutto quello che c’è di buono nel mondo. Mi piace il fatto che parla in modo diretto, senza pause di riflessione e questo perché sa bene quello che dice. Il suo cervello funziona ancora al cento per cento: sarebbe un vero miracolo se io arrivassi a quell’età e fossi com’è lei». Sembra proprio che sia stata la forza magnetica di questa donna a spingere l’artista a «documentare la sua voce»: «Non riuscirei a descrivere Shirley con le parole — ammette Lou Reed— L’unico modo per poter parlare di lei è stato rappresentarla attraverso un film. Quando vedi le immagini senti veramente la Storia uscire fuori dalla bocca di qualcuno che l’ha vissuta da protagonista, anche se Red Shirley non è né un biopic, né la solita intervista. Lo definirei piuttosto un film sulla relazione tra due persone che parlano insieme. Del resto né io né Shirley siamo attori ed è raro vedere un documentario impostato in questa materia».

Nel film c’è anche un particolare uso della musica; quello che infatti si sente è un sottofondo indistinto di suoni distorti: «È una musica che ho registrato insieme alla mia band, il Metal Machine Trio, quasi per caso— spiega Lou Reed — durante un paio di notti passate al Red Cat di Los Angeles. Solo dopo ci siamo resi conto che andava bene per il film, perché crea un contrasto forte con l’immagine di Shirley». A proposito di scelte stilistiche, pare che Lou Reed si sia totalmente affidato all’esperienza della sua piccola troupe, e in particolare alle capacità ritrattistiche di Gibson: «Quando ho chiesto a Ralph di fare il film con me esitò, perché anche lui non si cimentava con il cinema da molti anni. Ha accettato solo dopo che gli avevo fatto vedere delle foto di Shirley che io stesso avevo scattato. Comunque durante le riprese ci siamo lasciati guidare dall’istinto, guardavamo l’architettura del viso di Shirley e ascoltavamo la musica delle sue parole. Abbiamo anche fatto delle scelte non convenzionali, come alternare il colore al bianco&nero. Credo che alla fine siamo riusciti a ottenere un buon equilibrio tra forma e contenuto. Del resto, con un soggetto così… Ho rivisto Shirley poco tempo fa ed è sempre determinata, vitale, stimolante. Mi sono di nuovo detto ‘‘sarebbe bello fare un film su questa persona’’. Ma l’ho già fatto. E non ne farò un altro, a meno che Shirley non arrivi a 200 anni». Marco Luceri 13 novembre 2010

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