lunedì , 14 Ottobre 2019
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Intervista a Lou Reed (Ciao2001, 1976)

Sembra proprio che il Lou Reed stia mettendo la testa a posto. Questa è una delle sue ultime interviste.

di Aldo Bagli

Ai tempi di “Transformer” in Inghilterra si facevano scommesse su quanto ancora avesse da vivere, in America i suoi genitori lo piangevano morto; a New York i dottori di due ospedali specializzati nella cura di eroinomani lo classificavano come un “caso irrecuperabile”.tutto questo accadeva nel ‘ 72. Ma, nonostante le previsioni, cinque anni dopo Lou Reed è sempre sulla breccia, attivo più che mai.con l’affermazione fulminea del punk-rock, infatti di molti attuali ventenni hanno visto in lui un maestro, un vero caposcuola: solo oggi si può parlare di rock metropolitano quando invece Lou lo suonava 15 anni fa.
Un personaggio quindi che ha fatto storia, che ha pagato di persona anche l’uscita dì album (Metal Machine Music ha dovuto sborsare come spese di incisione diverse centinaia di dollari), e che ormai si può considerare leggenda.
Attualmente però Lou Reed ha messo in discussione il suo passato, gloriose d’allucinante al tempo stesso, che lo vuole perennemente cadaverico, teppista, re degli emarginati di New York, frequentatore dei quartieri poveri della città maledetta, sempre disposto a menar le mani. Che forse la antiborghese per eccellenza della pop-music abbia messo la testa a posto? Ascoltiamo e poi giudicheremo.

 

LA REALTÀ


Lou Reed: “ho vissuto i primi anni della mia vita nella bambagia più nera. I miei genitori sono molto ricchi e perciò mi hanno tenuto il più possibile lontano dalla vita della strada. Ma quando ho compiuto venti anni li ho salutati, li ho ringraziati per tutto quello che avevano fatto per me, e me ne sono andato a vivere con un negro alcolizzato (l’unico amico vero che avevo allora) nel Villagge.
Nel breve giro di 12 mesi ho scoperto una realtà allucinante, malata, forse marcia. Però era realtà, non favolette per bambini idioti. Ho dovuto lottare per poter vivere, per imparare in fretta le regole del gioco. Per evitare il servizio militare, si andava dritti in Vietnam a quei tempi, mi sono preso volutamente una “sana” epatite virale e così li ho fregati tutti quanti quelli dell’ufficio reclutamento. Poi è iniziato il “viaggio” con i Velvet Underground e la mia amicizia con Warhol. Sono stato attaccato per i testi, alcuni li hanno definiti indecenti e falsi, ma ti assicuro che non ho fatto altro che descrivere la vita della New York sconfitta, sofferente, che non ha il diritto di partecipare all’opulenza generale degli Usa. Canzoni come “Heroin”, “Waiting for my man” io le definisco quadri di vita vissuta, non c’è niente di mio, di inventato. Sono un tipo che non ha immaginazione! Ma i giornalisti, il pubblico ha iniziato a creare un’immagine di Lou Reed che fosse aderente con quello che cantava. Così sono diventato il drogato, il pazzo scatenato, il litigioso, l’animale selvaggio. Ti assicuro che all’inizio non ero come mi si dipingeva, ma poi alla fine lo sono diventato sul serio, forse anche perché un tipo come me negli States non altre possibilità”.

2001: “a questo punto “l’eroina” (come droga e come simbolo) ha avuto la meglio su di te…”.
Lou Reed: “certo. Ma tutto quello che mi è capitato dopo, è stato volutamente aumentato. Ne sono fuori da sette anni ormai da quelle cose, ma alla gente faceva piacere pensare a Lou Reed come ad uno straccio consumato da tutti i vizi possibili di questo mondo. È io non ho fatto niente per modificare questa credenza. Ora però mi sono stufato. Non voglio più essere additato come esempio da non seguire da mezza America”.

2001: “ti sei fatto la fama di colui che non sorride…”
Lou Reed: “non ho mai avuto qualcuno con cui ridere. Ho vissuto nella più completa solitudine per circa dieci anni. Ho pianto e riso sempre da solo, internamente. “She’s my best friend” (ella è la mia migliore amica) l’ho composta dieci anni fa, ma ho deciso di inciderla solo quando ho avuto una “best friend” a cui dedicarla”.

2001: “stai vivendo quindi un nuovo capitolo della tua esistenza?
Lou Reed: “per certi versi sì. Non sono più solo e questo è molto importante. Per tanto tempo ho odiato la vita, il mondo, ma soprattutto me stesso. Forse ora ho dei motivi per vivere. Prima no.”

2001: “altri cambiamenti?”
Lou Reed: “sai a trent’anni e più, è difficile voltare pagina. E poi il male era unicamente dentro me, e Rachel lo ha estirpato con sforzi enormi. Abbiamo litigato per mesi e mesi. Alla fine mi ha piantato ed io, al colmo della disperazione, mi sono rinchiuso in una stanza di un alberghetto di Harlem con l’intento di farla finita. Non ho mangiato, né dormito per quasi una settimana: ero ormai sul punto di cedere quando Rachel ha fatto ritorno; e tutto si è sistemato”.

2001: “hai la fama di essere una persona iraconda, difficile, addirittura pericolosa…”.
Lou Reed: “per tanto tempo, aggredire per primo è stato l’unico mezzo di difesa che avevo. Mi sono fatto nemici a non finire, ma questo non m’interessa, preferisco avere attorno a me poca gente”.

2001: “hai smesso di picchiare giornalisti pop?”.
Lou Reed: “se amano il rock, mi comporto bene. La tua è una razza abbastanza strana. In America gente che per tanto tempo ha scritto di musica, ora si occupa di sport. Questo ti fa capire perché spesso sono venuto alle mani con dei tuoi colleghi”.

2001: “veniamo a questioni musicali”.
Lou Reed: “era ora. Il mio privato deve rimanere tale”.

2001: “in “Rock’n’Roll Heart” i testi non sono interessanti come al solito. Perché?”.
Lou Reed: “il rock’n’roll è fatto per ballare, per sfogare i propri impulsi repressi, la rabbia innata di emarginati. Ci sono dei fanatici che conoscono parola per parola le mie liriche. Mentre invece io non sono ancora riuscito di imparare a memoria quelle del mio ultimo album. E quando eseguo dal vivo quei brani m’arrangio alla meno peggio cantando “ha, yeah” e cretinate del genere”.

2001: “un rapido giudizio sui precedenti dischi”.
Lou Reed: “dei Velvet Underground non ne parlo più. Sono tempi ormai troppo lontani. Con la RCA ho inciso dei veri capolavori e delle grandi schifezze (Lou li ha definiti in modo peggiore). Adoro “Berlin” che considero un’incisione per adulti, “Metal Machine Music”, il mio “best” di vent’anni di attività, e “Coney Island Baby”, il disco che mi ha fatto rinascere. Non sopporto “Sally Can’t Dance” e “Lou Reed Live”, due “cose” inutili e vuote che ho inciso perché costretto dalla mia vecchia casa discografica”.

2001: “e Transformer?”.
Lou Reed: “mi è completamente indifferente. Non lo ascolto quasi mai”.

2001: “sei stato definito da alcuni giornali inglesi come il padrino del punk rock…”.
Lou Reed: “insieme con Warhol ho creato l’arte punk dodici anni fa. Ma in quello che facevamo noi non c’era nessuna esagerazione mentre invece adesso questi nuovi gruppi esagerano, deformando la realtà con i loro trip mentali. Comunque lo trovo molto divertente, grazioso. Mi piacciono in particolare i Ramones, i Television e la vecchia Patti Smith; d’inglese ho apprezzato in particolare gli Ultravox! E gli Eddie and Hot Rods, ma la vera novità punk secondo me deve ancora emergere”.

2001: “hai suonato con molti musicisti rock come David Bowie, Rick Wakeman, Jack Bruce, Mick Ronson, John Cale. Qual è quello che ti ha influenzato maggiormente?”.
Lou Reed: “nessuno di questi. Amo più di tutti Ornette Coleman (uno dei free-jazz-man della prima ora). Il suo sax è selvaggio, reale, esprime potenza e bellezza quasi come i grandi felini. Il mio amore per Ornette Coleman mi ha spinto ad introdurre in “Rock’n’roll Heart” il sassofono. Stimo anche i ragazzi della mia band. Suono con loro da più di due anni e spesso mi hanno dato delle vere e proprie lezioni musicali”.

 

LA CHITARRA


2001: “sei tornato a suonare la chitarra, dopo averla messa in soffitta per diverso tempo”.
Lou Reed: “è il mio strumento. Nei Velvet Underground avevo una forte concezione sofistica. Poi sono stato colpito da un forte esaurimento nervoso e mi sono dimenticato completamente come va suonata. Conclusa l’incisione di “Berlin” sono andato a lezione di chitarra da un maestro, pagando 15 dollari l’ora. Lentamente ho ripreso confidenza con la mia stratocaster e nell’ultimo tour, conclusosi a gennaio di quest’anno, sono stato chitarra solista del mio gruppo”.

2001: “con la tua attività di musicista hai guadagnato soldi da poterti assicurare una vecchiaia tranquilla?”.
Lou Reed: “mi pare questa una domanda da rivolgere a Lou Reed? certo che ne ho fatti di soldi, ma non li ho mai visti, per colpa delle tasse, di amici interessati e di manager strozzini. Comunque ne ho di che vivere decentemente. Ho un appartamento nell’Uptown di Manhattan (una delle zone più “in” di New York) e quindi non mi posso lamentare. Poi non conduco una vita dispendiosa: mangio poco, non bevo molto, e fumo normalmente. Vado spesso al cinema e ogni tanto invece mi concedo una rock’n’roll night”.

2001: “che cos’è una rock’n’roll night?”.
Lou Reed: “una puntata di diverse ore nella vita notturna della mia città, di New York City”.

 

I DISCHI


In attività fin dal lontano 1965, Lou Reed ha al suo attivo una ventina di album, alcuni dei quali sono dei veri e propri capisaldi della musica rock contemporanea. Dal 1970 all’anno scorso è stato legato alla RCA, per la quale ha inciso otto dischi, i più noti sono “Transformer“, “Berlin“, “Coney Island Baby“, che lo hanno fatto risorgere dalle ceneri dei disciolti Velvet Underground. Durante il mese di aprile uscirà in tutto il mondo un’antologia che ripercorre un periodo molto importante della storia del “newyorkese maledetto”. Quello della faticosa riaffermazione a livello di grande pubblico. Perciò, prima di parlare del disco più da vicino, vi inquadriamo brevemente da un punto di vista storico le canzoni contenute. Dopo circa due lunghi anni passati senza produrre nulla, Lou Reed arriva l’onda alla fine del 70 dove vi incide un album dal titolo omonimo. Le acque intorno a lui iniziarono ad agitarsi di nuovo ed ecco arrivare “Transformer” prodotto da David Bowie. Questo sarà il disco del successo, del trionfale ritorno sulle scene rock. Il successivo “Berlin” seda leggermente gli entusiasmi, infatti è un disco stupendo, drammatico, anti-commerciale che riporta Lou ai tempi malati e magici dei Velvet Underground. I seguenti “Rock’n’Roll Animal“, “Sally Can’t Dance“, “Lou Reed Live” sono tutti dei piccoli gioielli anche se mancano di una loro caratteristica innovativa. “Metal Machine Music” invece è un album che non fa testo, alcuni lo hanno giustamente definito la musica classica del 2000. E per concludere, “Coney Island Baby“, incisione delicata e sfuggente nella quale Lou elabora e sviluppa il famoso concetto di stupid music. Quindi questo “Walk On The Wild Side: the best of Lou Reed” riassume circa sette anni di vita artistica, la scelta dei brani è discreta e ben equilibrata, ricordiamo tra gli altri: “I Love You“, “Wild Child“, “Sweet Jane“, “White Light/White Heat“. Non poteva naturalmente mancare anche un pezzo inedito (ma non del tutto perché uscito sul singolo circa un anno fa), “Nowhere at all”, risalente ai tempi di “Coney Island Baby”.

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