lunedì , 14 Ottobre 2019
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I sogni e gli incubi di New York (Ciao2001, 1980)

Con “Growing up in public” Lou Reed abbandonando i climi freddi e futuristici di “Street Hassle” e le visioni di “The Bells” torna al rock’n’roll elettrico e alle sue personali ballate.

 

Fin da quando, nel 1976, Lou Reed ha ipotizzato il concetto di “Stupid music” (canzoncine ‘muzak’ leggere leggeri, da supermercato), arrivandoci comunque con circa cinque anni di ritardo rispetto a Paul McCartney, molti suoi vecchi fans non hanno potuto far a meno di trasecolare. Sia pure sul filo dell’ironia, la “stupid music” ha preso sempre più piede negli album del nostro, da “Rock’n’roll heart” fino a “The Bells“, con qualche sconvolgente eccezione come nel caso tipico di “Street Hassle“.
Oggi, nel 1980, a quattro anni di distanza, i contorni del nuovo progetto loureediano si chiariscono e si precisano. Nel 1976, quando Lou elaborò per la prima volta il suo concetto di “stupid music”, il nuovo punk-rock metropolitano esplodeva a livello internazionale. Il punk-rock aveva proprio Lou Reed tra i suoi grandi ispiratori: ma proprio nel momento del suo trionfo, Lou se ne distaccava apertamente, clamorosamente, con la sua sprezzante svolta verso la “stupidità”.
Oggi, nel 1980, trionfa la “New Wave” del cosiddetto rock-80. E proprio oggi, Lou Reed sancisce la sua definitiva presa di distanza dal nuovo rock con un album, “Growing up in public“, è l’illustrazione più organica e articolata nel concetto di “stupid music” secondo Lou Reed . Tale nuovo parto loureediano, come sempre leggibile su piani diversi e non privo di sfumature e ironie “sotterranee”, sconcerterà forse definitivamente tutti coloro che pretendevano semplicemente di chiuderlo negli standardizzati limiti esclusivi di “padrino del nuovo rock”. E forse Lou proprio questo vuole significare: e cioè di essere, a trentasette anni, un musicista ancora troppo vivo e creativo per farsi imbalsamare nel ruolo pietrificato del “padrino”…

 

GROWING UP IN PUBLIC
Finito di missare a New York, prodotto dallo stesso Lou, il nuovo album è stato registrato, in gran parte, nel mega-studio Air di Montserrat diretto da George Martin (l’ex produttore dei Beatles), dotato anche di piscina e di attrezzatura per lo sci acquatico.
In questa atmosfera probabilmente inedita per il cantore dell’emarginazione metropolitana, Lou ha inciso gli 11 brani che forma il nuovo album. Lo hanno aiutato i musicisti jazz-rock che ormai lo seguono da oltre quattro anni: Michael Fonfara (tastiera), Ellard Boles (basso), Michael Suchosky (batteria), Stuart Heinrich e Chuck Hammer (chitarre). Ricordiamo che attualmente il formidabile gruppo di accompagnatori di Lou è stato “prestato” da quest’ultimo al grande jazzista Don Cherry (che compariva in due lunghi brani del precedente “The Bells“) per accompagnarlo in tour. Gli arrangiamenti del nuovo album sono molto simili a quelli di “Rock’n’roll heart”: lo scintillante pianoforte la fa da padrone e sottolinea tutti i climi: pianoforte e batteria sono la struttura portante di tutti gli arrangiamenti, con le tastiere elettriche e le chitarre usate in funzione di coloritura. Le parti vocali hanno poi uno spazio preponderante: sia quelle soliste, di Lou, che spesso sono veri e propri sfoghi verbali, sia quelli corali, che intervengono spessissimo a sottolineare un clima o ad accrescere un “pathos”. Ancora, la serenità, l’ironia nello scherzo dominano le atmosfere del LP, mostrando che in Lou, attualmente, pare essersi definitivamente compiuta la grande trasformazione: al dramma, al grido notturno, sembra essersi sostituito il divertimento, il piacere del gioco. Durerà a lungo? Con un personaggio imprevedibile capriccioso come Lou, non c’è comunque molto da fidarsi.
E veniamo ai brani. In apertura c’è la lunga “How do you speak to an angel“: una ballata argentina, con Lou che sfodera una voce da “crooner” alla Dean Martin, che nel bel mezzo viene però lacerata da un intermezzo chitarristico lancinante, e che termina in bellezza con un finale trascinante. Insieme a questo brano, gli altri due “pezzi forti” del LP sono probabilmente “Standing on ceremony” e “Love is here to stay“: si tratta di due brani dall’andamento solenne, cadenzato, elettricamente pervasi da coloriture neo-barocche decisamente sorprendenti e inedite in Lou, che non aveva mai fatto mistero della sua aperta antipatia per tutte le formazioni di rock barocco.
Dei rock’n’roll leggeri, in perfetto stile “stupid”, sono poi “My old man“, “Smiles” e la cinica e narcisistica “So alone“. Ma Lou porge omaggio anche ai vecchi climi vellutati sotterranei che hanno marcato la sua storia: lo fa con “Teach the gifted children“, “Keep away“, “Growing up in public“, e soprattutto con il delizioso ossessivo “The power of positive drinking“, un vero e proprio scorticato ironico reggae-blues metropolitano. In questa panoramica non poteva mancare una ballata più carezzevole e dolce: e il nuovo Lou Reed ha pensato anche a questo, con la gentile “Think it over“.
in conclusione, al contrario di quasi tutti i suoi dischi precedenti, che erano eminentemente “notturni”, quest’ultimo può essere considerato solare, “diurno”. Ma dicevamo all’inizio (e con Lou Reed non può essere altrimenti), che esistono anche, per questo LP, altre chiavi di lettura e di ascolto: in definitiva, con “Growing up in public“, Lou Reed ha messo in scena una sorta di rock’n’roll deformato, diremmo quasi “sfatto”, giocando a rimpiattino con tutti luoghi comuni, i passaggi obbligati, i tic e le manie di questo genere musicale, del quale pochi insieme a lui conoscono tutte le pieghe, i risvolti, i segreti. Contro le sue stesse intenzioni, sia pur a livelli più indiretti e mediati che nel passato, Lou Reed resta dunque pur sempre un “rocker” che non vuol essere più il padrino di nessuno, all’infuori, naturalmente, di se stesso.

 

Manuel Insolera

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