White Light/White Heat
White Light/White Heat Label
L'ORGASMO DI NEW YORK • 1968

White Light/White Heat

Lou Reed
19 68
Uscita 30 gennaio 1968 Prodotto da Tom Wilson Studio Mayfair Sound, Manhattan Etichetta Verve Records Classifiche Billboard 200 199

"Un assalto frontale alla proprietà estetica: dove il primo album sfidava le convenzioni, questo le incenerisce deliberatamente"

L'album

White Light/White Heat. Ovvero: l’incendio che partorì il noise rock.

Se The Velvet Underground & Nico del ’67 aveva ancora la bellezza contusa di chi sa di poter sedurre anche sfidando le convenzioni, questo secondo album arriva nove mesi dopo come un totale rifiuto della seduzione stessa. Senza più Andy Warhol a garantire patrocinio artistico e senza Nico a fornire quel collegamento con la bellezza tradizionale, i Velvet si ritrovano nudi davanti ai microfoni dei Mayfair Studios di New York nel settembre ’67 e decidono (consapevolmente o no) di registrare il suono della propria implosione. John Cale spinge il basso così in avanti nel mix da farlo diventare un’arma contundente; Reed abbandona ogni pretesa di controllo chitarristico lasciando che i feedback si mangino le canzoni; la produzione è così cruda che sembra registrata attraverso una linea telefonica. Il risultato? Posizione 199 in classifica Billboard per due settimane, tensioni interne esplose, e la nascita involontaria di un intero filone musicale che va dal proto-punk al noise rock allo shoegaze. Niente male, vero?

La violenza qui non ha niente di gratuito. E’ invece metodica: ogni traccia esplora un aspetto diverso dell’alienazione metropolitana attraverso strutture narrative che Reed e Cale costruiscono con precisione quasi sadica. White Light/White Heat, il brano, cattura l’euforia dell’anfetamina con Reed al pianoforte alla Jerry Lee Lewis mentre il gruppo macina dietro come un motore fuori controllo; la parola “am-fe-fe-fe-fetamine” che Reed fatica a espellere dalla gola diventa essa stessa la droga, una lotta fisica con il linguaggio. The Gift spacca letteralmente lo stereo in due: Cale recita con accento gallese impassibile la storia di Waldo Jeffers che si spedisce per posta alla sua ex in un pacco gigante (lei lo uccide inavvertitamente aprendo lo scatolone con le cesoie), mentre nell’altro canale il gruppo macina paranoico su un singolo accordo. È uno spoken word avant-garde mascherato da racconto dell’orrore quotidiano.

Ma il capolavoro (o l’abominio, dipende da chi chiedi) rimane Sister Ray: diciassette minuti e ventotto secondi di jam a due accordi registrata in una singola presa, con l’organo di Cale che lotta fisicamente con la chitarra di Reed per dominare il mix sonoro. La storia di trans, marinai, marchette, eroina e sesso in un appartamento di New York diventa quasi secondaria rispetto alla violenza musicale che Reed, Cale, Morrison e Tucker scatenano. Quando Reed estrae il jack dalla chitarra per far tacere il feedback alla fine dei brani (soluzione brutalmente logica al problema di come terminare quella che non può essere domata) capisci che stai ascoltando musicisti che hanno superato il punto di non ritorno. Sterling Morrison suona la chitarra solista così lontano nel mix da sembrare visto attraverso il lato sbagliato di un telescopio sporco. È musica elettrica al suo stato più instabile e carico.

Il contesto rende tutto più tragicamente significativo: questo sarà l’ultimo album con John Cale, espulso dalla band pochi mesi dopo l’uscita (ottobre ’68) per divergenze creative ormai irreconciliabili. Reed voleva portare il gruppo verso territori più equilibrati; Cale rimaneva fermo nelle sue teorie sulla sperimentazione sonora intransigente. Le tensioni erano già evidenti nelle ultime session di febbraio ’68, dove due canzoni pop di Reed si scontrarono con la viola stridente di Cale. La differenza tra questo album e Vintage Violence, il debutto solista che Cale pubblicherà nel ’70, è letteralmente notte e giorno: lì troverà quella bellezza melodica che qui viene sistematicamente negata. Ma White Light/White Heat cattura qualcosa che nessuno dei due avrebbe più raggiunto da solo: quella zona grigia dove l’arte perde il controllo senza diventare caos puro.

La rivalutazione critica è arrivata graduale ma inesorabile. Nel 1968 nessuno era pronto per questo assalto: troppo estremo per i fan del primo album, troppo rumoroso per chiunque altro. Ma le impronte digitali di quest’album sono ovunque nella musica successiva: la furia proto-punk degli Stooges, la sperimentazione noise dei Sonic Youth, l’abrasione grezza dei Nirvana, il potere puro dei Sex Pistols. Brian Eno direbbe poi che solo 30.000 persone comprarono il primo album dei Velvet nei primi cinque anni, ma ognuna di quelle 30.000 fondò una band. Con White Light/White Heat il rapporto diventa ancora più selettivo: chi sopravvive all’ascolto esce con una nuova concezione di cosa la musica rock possa osare. Rolling Stone l’ha piazzato al posto 272 nella lista dei 500 migliori album (2020), posizione che sottovaluta criminalmente la sua influenza ma riconosce che richiede “mente salda e stomaco forte” per attraversarlo. Non è per tutti, mai lo sarà. Ma per chi capisce che a volte l’arte deve rifiutare la bellezza per dire qualcosa di necessario sull’alienazione moderna, questo rimane un documento essenziale: imperfetto, violento, gloriosamente fuori controllo, e assolutamente insostituibile nel canone rock. Reed aveva ragione a esserne fierissimo, anche se il mercato del ’68 non poteva (ancora) capirlo.

Daniele Federici
Formato Vinile LP
Anno 1968
Etichetta Verve Records
Paese US
Catalogo V6-5046
Durata 38:55

Lato A

  • 1 White Light/White Heat 2:44
  • 2 The Gift 8:14
  • 3 Lady Godiva's Operation 4:52
  • 4 Here She Comes Now 2:00

Lato B

  • 1 I Heard Her Call My Name 4:05
  • 2 Sister Ray 17:00
Formato 8-Track
Anno 1968
Etichetta Verve Records
Paese US
Catalogo F-14-5046
Durata 38:55

Programma A

  • 1 White Light/White Heat 2:44
  • 2 The Gift 8:14
  • 3 Lady Godiva's Operation 4:52
  • 4 There She Comes Now 2:00

Programma B

  • 1 I Heard Her Call My Name 4:05
  • 2 Sister Ray 17:00
Formato Box Set
Anno 2013
Etichetta Polydor
Paese USA & Europa
Catalogo B0019246-02
Durata 3:08:57
CD 1 - Stereo Version
  • 1 White Light/White Heat 2:48
  • 2 The Gift 8:20
  • 3 Lady Godiva's Operation 4:56
  • 4 Here She Comes Now 2:04
  • 5 I Heard Her Call My Name 4:38
  • 6 Sister Ray 17:27
CD 1 - Additional Material
  • 7 I Heard Her Call My Name (Alternate Take)
    4:38
  • 8 Guess I'm Falling In Love (Instrumental Version)
    3:32
  • 9 Temptation Inside Your Heart (Original Mix)
    2:31
  • 10 Stephanie Says (Original Mix)
    2:50
  • 11 Hey Mr. Rain (Version One)
    4:40
  • 12 Hey Mr. Rain (Version Two)
    5:23
  • 13 Beginning To See The Light (Previously Unreleased Early Version)
    3:39
CD 2 - Mono Version
  • 1 White Light/White Heat 2:48
  • 2 The Gift 8:20
  • 3 Lady Godiva's Operation 4:56
  • 4 Here She Comes Now 2:04
  • 5 I Heard Her Call My Name 4:38
  • 6 Sister Ray 17:27
  • CD 2 - Additional Material
    • 7 White Light/White Heat (Mono Single Mix)
      2:48
    • 8 Here She Comes Now (Mono Single Mix)
      2:04
    • 9 The Gift (Vocal Version)
      8:06
    • 10 The Gift (Instrumental Version)
      8:18
    CD 3 - ive At The Gymnasium, New York City, April 30th, 1967
    • 1 Booker T.
      6:41
    • 2 I'm Not A Young Man Anymore
      7:17
    • 3 Guess I'm Falling In Love
      4:18
    • 4 I'm Waiting For The Man 5:24
    • 5 Run Run Run 6:55
    • 6 Sister Ray 18:55
    • 7 The Gift 10:32
Formato CD
Anno 1986
Etichetta Verve Records
Paese Europa
Catalogo 825 119-2
Durata 39:58
  • 1 White Light/White Heat 2:47
  • 2 The Gift 8:16
  • 3 Lady Godiva's Operation 4:53
  • 4 There She Comes Now 1:59
  • 5 I Heard Her Call My Name 4:36
  • 6 Sister Ray 17:27
Lou Reed voce, chitarra solista, pianoforte
John Cale voce, viola elettrica, organo, basso
Sterling Morrison voce, chitarra, basso
Maureen Tucker Percussioni
Tom Wilson Produttore
Gary Kellgren Ingegnere del Suono
Val Valentin Direttore del suono
Andy Warhol Concept di copertina (non accreditato)
Acy R. Lehman Design copertina
Billy Name Fotografia copertina
Mario Anniballi Fotografia retro copertina

L’orgasmo anti-hippie

Mentre San Francisco celebrava il Summer of Love con fiori e pace, i Velvet Underground risposero con quaranta minuti di rumore, anfetamine e drag queen assassine. Sterling Morrison la mise così: «Al culmine del Summer of Love, noi restammo a New York e registrammo White Light/White Heat, un orgasmo tutto nostro».

 

Tom Wilson e le bionde

Il produttore Tom Wilson, lo stesso che aveva prodotto Bob Dylan, Simon & Garfunkel e i Mothers of Invention, passò più tempo a inseguire donne che a supervisionare l’album. John Cale ricordò: «Conosceva più signore della notte di quante ce ne siano donne su questo pianeta. Era uno swinger di prima classe. Una parata costante in quello studio». Moe Tucker fu particolarmente furiosa quando Wilson, distratto da quelle che lei descrisse come «le bionde che correvano nello studio», dimenticò di alzare i microfoni della batteria durante una pausa specifica di Sister Ray.

 

L’ingegnere che scappò durante Sister Ray

Durante la registrazione di Sister Ray, l’ingegnere (probabilmente Gary Kellgren o Val Valentin) si alzò e lasciò lo studio. Reed raccontò: «Si alzò e disse: “Ascoltate, me ne vado. Non potete pagarmi abbastanza per ascoltare questa merda. Sarò giù alla mensa a prendere un caffè. Quando avete finito, premete quel pulsante e venite a chiamarmi”».

 

Il consiglio di Frank Zappa

Mentre i Velvet Underground registravano ai Mayfair, Frank Zappa e i Mothers of Invention lavoravano nello stesso studio. Per The Gift, Reed aveva bisogno del suono di una lama che trapassa un cranio. Zappa suggerì il metodo migliore: «Otterrai un suono migliore se lo fai così» — probabilmente colpendo un melone con un utensile. Poi aggiunse: «Sai, sono davvero sorpreso da quanto mi piace il vostro album».

 

The Gift, il racconto di Syracuse

The Gift era basato su un racconto che Reed aveva scritto ai tempi dell’università a Syracuse. La storia di Waldo Jeffers, un ragazzo così disperatamente innamorato da spedirsi in un pacco postale alla fidanzata lontana, solo per essere ucciso quando lei apre la scatola con delle cesoie, era recitata da John Cale con il suo inconfondibile accento gallese nel canale sinistro, mentre la musica strumentale occupava il canale destro.

 

“Here She Comes Now” era per Nico

La canzone più delicata dell’album era stata scritta originariamente per Nico, che la cantò durante alcuni concerti dell’Exploding Plastic Inevitable. Dopo la separazione dalla cantante tedesca nella primavera del 1967, toccò a Reed registrare le voci. È facile immaginare i toni teutonici di Nico accarezzare versi come «She looks so good / But she’s made out of wood».

 

L’assolo ispirato a Ornette Coleman

L’assolo di chitarra devastante di I Heard Her Call My Name era un tributo al sassofonista free jazz Ornette Coleman. Reed spiegò: «C’erano due facce della medaglia per me. R&B, doo-wop, rockabilly. E poi Ornette Coleman e Don Cherry, Archie Shepp, roba così». E sulla sua tecnica: «Usavo la distorsione per collegare le note, così non sentivi le esitazioni e i ripensamenti. Non l’ho mai pensato come violento. Pensavo fosse tremendamente divertente».

 

Sister Ray era la canzone preferita di Warhol

Andy Warhol adorava Sister Ray e insistette perché fosse inclusa. Reed ricordò: «Quando facevamo il secondo album, disse: “Adesso dovete assicurarvi di fare la canzone del ‘sucking on my ding-dong’.” “Ok, Andy.” Era molto divertente, davvero».

 

Il teschio nero su nero

Nonostante il licenziamento, Warhol suggerì l’idea per la copertina: «Un’immagine in nero su nero di un tatuaggio da motociclista di Billy. Bellissimo. TUTTO NERO!». L’immagine proveniva dal film di Warhol Bike Boy (1967). Era il tatuaggio di un teschio sul braccio dell’attore Joe Spencer, che interpretava un marchettaro in una gang di motociclisti. Reed scelse il fotogramma dai negativi del film, e Billy Name lo ingrandì e distorse, stampandolo in nero su sfondo nero leggermente più chiaro. L’effetto era quasi invisibile. Lo si poteva distinguere solo guardando la copertina da certe angolazioni. Sebbene l’idea della copertina fosse di Warhol, non fu accreditato, conseguenza del suo licenziamento come manager. Fu il suo ultimo contributo alla band.

 

La foto del retro copertina

La fotografia sul retro, scattata da Mario Anniballi, mostrava la band al Boston Tea Party, un locale di concerti. Morrison scelse la foto e gli piaceva; Tucker pensava che sia lei che Reed fossero venuti terribilmente.

 

L’errore di stampa

Alcune copie della prima edizione americana avevano un errore: Here She Comes Now era stampato come «There She Comes Now» sulla tracklist del retro copertina.

 

La ristampa inglese con i soldatini

La ristampa inglese del 1971 abbandonò completamente la copertina nera, sostituendola con una foto in bianco e nero di soldatini giocattolo, opera di un certo Hamish Grimes. Il teschio in trasparenza, difficile da riprodurre nelle stampe economiche, fu semplicemente eliminato.

 

John Cale: «Consapevolmente anti-bellezza»

Nelle note dl cofanetto Peel Slowly and See, Cale descrisse l’album come «un disco molto rabbioso… Il primo aveva una certa gentilezza, una certa bellezza. Il secondo era consapevolmente anti-bellezza».

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