«Sai, vicious... tipo che ti colpisco con un fiore» - Andy Warhol a Lou Reed
L'album
Difficile resistere alla narrativa della redenzione: il fallito debutto solista, l’arrivo del fatato padrino glam, la trasformazione in star. È una storia comoda, ma riduttiva. Transformer non “normalizza” Reed. Lo incornicia. E proprio questa cornice scintillante rende più evidenti le crepe.
Il contesto conta. Nell’estate 1972 Reed vive a Londra, senza contratto dopo il flop dell’esordio, sposato da pochi mesi con Bettye Kronstad (cerimonia il 13 gennaio, luna di miele inesistente). L’incontro con Bowie al Café Royal nel luglio ’72 cambia tutto. Bowie, all’apice del successo di Ziggy Stardust, venera i Velvet Underground con l’intensità del fan che ha imparato a suonare “I’m Waiting for the Man” prima ancora di incidere il suo primo album. Per Reed è un’opportunità strategica; per Bowie, un atto di devozione calcolata che legittima le sue stesse ambiguità sessuali attraverso il maestro americano.
Le sessioni ai Trident Studios producono la loro mitologia. Mick Ronson, il vero architetto sonoro dell’album, arrangia praticamente tutto mentre Bowie supervisiona con distacco regale. L’origine di “Vicious” diventa leggenda: Warhol che suggerisce il titolo spiegando “sai, vicious… tipo che ti colpisco con un fiore”. Reed trasforma il suggerimento camp in un’apertura di album che riassume il progetto intero, il linguaggio del rock classico piegato a descrivere crudeltà sottili, quasi domestiche. Una canzone che colpisce senza alzare la voce.
“Walk on the Wild Side” è il cuore simbolico e il paradosso più grande. Herbie Flowers inventa quella linea di basso iconica suonando contrabbasso e basso elettrico insieme. Ufficialmente per texture, in realtà perché così veniva pagato doppio come session man. Il brano porta in classifica personaggi trans, prostituzione e anfetamine con la neutralità di chi li considera parte del paesaggio umano, non eccezioni da esibire. Holly, Candy, Little Joe, Sugar Plum Fairy, Jackie: habitué della Factory descritti come vicini di casa. La censura radiofonica colpisce “giving head” ma lascia intatto il senso complessivo, dimostrando quanto il pezzo fosse più radicale di quanto la melodia suggerisse. Reed non provoca, annota. Non giudica, registra.
“Perfect Day” è spesso letta come ballata romantica. Errore. Reed costruisce una canzone apparentemente limpida lasciando che il significato resti deliberatamente opaco: la felicità osservata con distanza, forse ricordata, forse chimica, forse simulata. Non c’è consolazione vera, solo una tregua temporanea che il finale orchestrale gonfia fino a renderla sospetta. In questo, il brano è perfettamente coerente con l’intero progetto: superfici seducenti, fondali ambigui.
“Satellite of Love” porta il falsetto di Bowie nei cori e una malinconia spaziale che anticipa il Reed più introspettivo. “Make Up” celebra il travestitismo con leggerezza quasi vaudeville mentre “New York Telephone Conversation” liquida la scena sociale in due minuti di pettegolezzo annoiato. Reed dimostra un talento melodico che raramente gli viene riconosciuto, ma non rinuncia mai alla postura di osservatore freddo. Anche quando la musica seduce, la voce resta distaccata, quasi clinica.
I numeri raccontano la storia. Posizione #29 in UK, #17 negli Stati Uniti: il primo vero successo commerciale di Reed. “Walk on the Wild Side” raggiunge la top 20 su entrambe le sponde dell’Atlantico. Improvvisamente il cronista del demi-monde newyorkese ha un pubblico di massa. Il disco vende più di tutti gli album dei Velvet Underground messi insieme. L’ironia non sfuggiva a Reed, che avrebbe oscillato per decenni tra gratitudine per il successo e fastidio per essere ridotto a “quello di Walk on the Wild Side”.
La presenza di Bowie e Ronson è fondamentale ma calibrata. Il glam qui non è posa ma filtro estetico che amplifica la teatralità senza tradire il contenuto. Bowie ha capito perfettamente cosa serviva: una superficie come strumento critico, non come fine. Transformer non è un disco “di Bowie”. È un disco che Bowie ha reso possibile.
Alla fine, Transformer non rappresenta l’addomesticamento di Lou Reed ma il momento in cui la sua scrittura incontra una forma capace di veicolarla al grande pubblico senza distorsioni fatali. È l’album che ha reso visibile ciò che prima era sotterraneo, senza mai chiedere permesso. Reed essenziale, anche se lui avrebbe preferito che lo fosse Berlin.
Lato A
- 1 Vicious 2:55
- 2 Andy's Chest 3:17
- 3 Perfect Day 3:43
- 4 Hangin' Round 3:39
- 5 Walk On The Wild Side 4:12
Lato B
- 1 Make Up 2:58
- 2 Satellite Of Love 3:40
- 3 Wagon Wheel 3:19
- 4 New York Telephone Conversation 1:31
- 5 I'm So Free 3:07
- 6 Goodnight Ladies 4:19
- 1 Vicious 2:55
- 2 Andy's Chest 3:17
- 3 Perfect Day 3:43
- 4 Hangin' 'Round 3:39
- 5 Walk On The Wild Side 4:12
- 6 Make Up 2:58
- 7 Satellite Of Love 3:40
- 8 Wagon Wheel 3:19
- 9 New York Telephone Conversation 1:31
- 10 I'm So Free 3:07
- 11 Goodnight Ladies 4:01
- 1 Vicious 2:59
- 2 Andy's Chest 3:20
- 3 Perfect Day 3:46
- 4 Hangin' 'Round 3:35
- 5 Walk On The Wild Side 4:15
- 6 Make Up 3:00
- 7 Satellite Of Love 3:42
- 8 Wagon Wheel 3:19
- 9 New York Telephone Conversation 1:34
- 10 I'm So Free 3:09
- 11 Goodnight Ladies 4:31
- 12 Hangin' 'Round (Acoustic Demo) - Bonus Track 3:57
- 13a Perfect Day (Acoustic Demo) - Bonus Track 3:26
- 13b Untitled Jingle - Bonus Track (nascosta) 0:55
Il basso da 24 sterline
L’iconica linea di basso di walk on the wild side nasce da una motivazione puramente economica. Il session man Herbie Flowers propose di sovrapporre un contrabbasso acustico e un basso elettrico (suonati a una decima di distanza) per essere pagato come due musicisti diversi nella stessa sessione. Ricevette £12 per strumento, per un totale di £24, per un lavoro durato appena venti minuti.
Il maestro di sax di Bowie
Ronnie Ross, che suona il sassofono baritono su “Walk on the Wild Side” e “Goodnight Ladies“, era stato l’insegnante di sassofono di Bowie quando questi aveva appena 12 anni. Bowie lo prenotò per la sessione senza rivelargli che sarebbe stato presente, e apparve a sorpresa in studio durante la registrazione.
La banana “nascosta” e la copertina retro
La foto sul retro di copertina, scattata da Karl Stoecker, mostra la modella Gala Mitchell e l’art director Ernst Thormahlen che appare con un’evidente erezione nei pantaloni. Lou Reed rivelò che si trattava in realtà di una banana infilata nei jeans, una provocazione visiva e un esempio di camp tipico dell’epoca glam. Stoecker era un fotografo molto richiesto nella scena glam: realizzò anche le prime tre copertine dei Roxy Music e quella di Kimono My House degli Sparks.
La trasformazione del titolo e dell’art direction
L’art direction, curata dallo stesso Ernie Thormahlen, presenta il logo transformer con una “qualità sfocata” intenzionale. Questo rappresentava il doppio significato del termine: sia l’elevata tensione elettrica (connotazione elettrica) sia la sfocatura dei confini riguardanti l’identità e la sessualità di Lou.
L’errore fortunato
La celebre immagine frontale fu scattata da Mick Rock al King’s Cross Cinema di Londra il 14 luglio 1972, durante un concerto. L’effetto “polveroso” con il volto bianco e gli occhi anneriti fu il risultato di un errore accidentale in camera oscura che sovraespose la pellicola.
Il tributo ad Andy Warhol
La canzone “andy’s chest” (il “petto di Andy”) fu scritta come omaggio e gesto di gratitudine ad Andy Warhol, in seguito al suo tentato assassinio nel 1968, che lo lasciò con una significativa cicatrice sul petto. La versione originale dei velvet underground del 1969 era un pop allegro, mentre quella su transformer ha un tempo più lento.
L’ironia delle “Thunder Thighs”
Le Thunder Thighs Il trio vocale femminile che canta i celebri “doo doo doo” era composto da Karen Friedman, Dari Lalou (americana) e Casey Synge. Le tre erano molto richieste come coriste nella scena glam britannica e lavorarono anche con Mott the Hoople, Elkie Brooks e Maggie Bell. Ironicamente, Lou Reed nel brano “chiama” il coro di voci nere, mentre il trio vocale composto interamente da donne bianche.
Il vinile dynaflex
L’album fu originariamente stampato su vinile Dynaflex della RCA, un materiale estremamente flessibile fatto con vinile rigenerato. Questa scelta, mirata a ridurre i costi di produzione, fu spesso criticata per la sua bassa qualità e per il suo potenziale impatto sul suono.
La non presenza di Bowie
Nonostante fosse accreditato come produttore, David Bowie non fu sempre fisicamente presente in studio per le sessioni di registrazione, adottando un approccio hands-off di regia. Il suo intervento, supportato da Mick Ronson, fu un modo per ripagare il suo debito artistico verso Reed, che aveva avuto un’influenza pesante sulla sua carriera.
Dieci giorni di registrazione
Secondo Mick Ronson, l’intero album fu registrato in soli dieci giorni, con sessioni di circa sei ore al giorno, per un totale di appena 60 ore di lavoro in studio.
Archivio Fotografico
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