The Stone: Issue Three
"Questa non è performance, è esplorazione"
L'album
Nel 2005 John Zorn aprì The Stone all’angolo tra Avenue C e 2nd Street, nell’East Village: un ex ristorante cinese trasformato in tempio dell’avanguardia. Niente bar, niente cibo, niente merchandising. Solo sedie pieghevoli nere, muri bianchi, e musica senza compromessi. Il locale si finanziava con donazioni, concerti benefit e una serie di CD in edizione limitata su Tzadik. The Stone: Issue Three è uno di questi: tre improvvisazioni registrate dal vivo, senza prove, senza strutture, senza rete.
Il trio è improbabile solo in superficie. Reed e Laurie Anderson erano compagni nella vita e nell’arte da quasi vent’anni. Zorn aveva incrociato Reed al festival di Monaco, dove Reed gli aveva chiesto di leggere qualcosa con la sua band. “L’hai fatto esattamente come lo faccio io,” disse Reed dopo. Ma soprattutto, tutti e tre condividevano radici nella downtown scene newyorkese degli anni Sessanta e Settanta, quando la linea tra rock, jazz, performance art e rumore era una questione di atteggiamento più che di genere. Reed veniva dai Velvet Underground e da Metal Machine Music. Anderson da Big Science e dalle installazioni multimediali. Zorn dai Naked City e da decenni di decostruzione musicale. Metterli insieme in una stanza senza copione era un esperimento, ma non un azzardo cieco.
Part 1 apre con la chitarra solitaria di Reed — feedback controllato, note sparse, il suono di qualcuno che esplora i limiti dello strumento — prima che Zorn entri con il suo sax alto in modalità tortura d’anatra, strilli e sovracuti che farebbero scappare i cani (un critico di All About Jazz racconta che i suoi quattro cani corsero verso la porta ululando). Per quattordici minuti, chitarra e sassofono si inseguono, si scontrano, si ignorano, trovano momenti di convergenza accidentale. Non è facile. Non è pensato per essere facile.
Part 2 introduce Anderson con violino ed elettronica, e il paesaggio sonoro si espande. Ci sono momenti che evocano i King Crimson più astratti, intrecci tra il mellotron (o qualunque cosa Anderson stia usando), il sax e la chitarra fuzz di Reed. È qui che l’album trova il suo centro: non melodia, non ritmo, ma texture, stratificazione, conversazione tra tre voci che parlano lingue diverse ma si capiscono. La registrazione di Robert O’Haire cattura tutto con chiarezza cristallina — separazione degli strumenti perfetta anche nei momenti più caotici.
Part 3 è la più ostica: Reed sembra accordare lo strumento per lunghi tratti, Zorn esplora i registri più estremi, Anderson tesse droni elettronici sotto tutto. Poi, negli ultimi minuti, un crescendo che giustifica l’attesa. Non è catarsi nel senso rock del termine. È qualcos’altro: il suono di tre artisti che si fidano abbastanza da rischiare il fallimento in pubblico.
Il problema di The Stone: Issue Three è lo stesso di tutta l’improvvisazione libera: richiede un tipo di ascolto che la maggior parte delle persone non è disposta a concedere. Non c’è hook, non c’è ritornello, non c’è nulla a cui aggrapparsi. Ma per chi ha amato Metal Machine Music, per chi ha seguito i Velvet Underground fino a Sister Ray e oltre, per chi pensa che la chitarra di Reed su I Heard Her Call My Name sia uno dei momenti più euforici del rock, questo è un regalo. Reed il chitarrista, finalmente libero da canzoni, strutture, aspettative. Solo lui, i pedali, e due complici che capiscono cosa sta cercando.
L’applauso è stato tagliato dalla registrazione. Si sente qualche colpo di tosse dal pubblico, ma per il resto sembra musica fatta nel vuoto, senza testimoni. È appropriato: questa non è performance, è esplorazione. Il terzo numero di una serie che includeva Mike Patton, Fred Frith, Bill Laswell. Reed in compagnia giusta, finalmente.
- 1 Part 1 22:40
- 2 Part 2 13:04
- 3 Part 3 12:37
The Stone, il tempio della downtown
The Stone nacque nell’aprile 2005, quando John Zorn prese in affitto il piano terra di un ex ristorante cinese all’angolo tra Avenue C e 2nd Street, nell’East Village. Lo spazio era volutamente spartano: pareti bianche, pavimento nero, sedie pieghevoli. Niente bar, niente merchandising, niente distrazioni: solo musica. Il 100% degli incassi della porta andava direttamente ai musicisti. Zorn pagava l’affitto con concerti benefici e vendite di CD su Tzadik.
Irving Stone: l’uomo dietro il nome
Il locale prese il nome da Irving Stone, un anziano appassionato di musica sperimentale che frequentava assiduamente i concerti della scena downtown insieme alla moglie Stephanie. Stone morì nel 2003, prima dell’apertura del club. Bruce Gallanter, fondatore del Downtown Music Gallery, ricorda: «Andai da loro e chiesi: “Vi piace davvero questa musica?” Risposero: “Sì. Abbiamo visto Eugene Chadbourne e John Zorn aprire per David Murray, e quello che facevano era più interessante di David Murray“. Rimasi stupefatto».
La serie “Issue”: album benefici
The Stone: Issue Three fa parte di una serie di album benefici pubblicati da Tzadik per sostenere il locale. Il primo, nel 2006, riuniva Zorn con Dave Douglas, Bill Laswell e Mike Patton. Il secondo documentava Fred Frith e Chris Cutler.
Lou e Laurie, la coppia dell’underground
Reed e Anderson si erano conosciuti nel 1992 al Festival di Monaco, quando Zorn li aveva invitati entrambi. Si sposarono nel 2008, lo stesso anno di pubblicazione di questo album. La loro collaborazione artistica precedeva il matrimonio di anni, Anderson aveva già contribuito a The Raven (2003) e i due avevano suonato insieme in vari contesti sperimentali.
Il riff di “Dorita”
Una recensione notò che nei primi cinque minuti di Part 1, Reed sembra bloccato sul riff di Dorita, una traccia di Magic and Loss (1992). Solo dopo circa cinque minuti e mezzo si sblocca e trova un groove più aggressivo. Zorn entra a 6:30, Anderson a 19:30 — quasi venti minuti di attesa per il trio completo.
Metal Machine Music Redux
Per gli appassionati di Metal Machine Music, Part 2 rappresenta il momento più vicino a quell’estetica: tredici minuti di maelstrom sonoro denso ma sorprendentemente tonale. Un recensore scrisse: «Se sei uno di quei freak a cui piace davvero quell’album, devi trovare questa traccia immediatamente».
«If you don’t like it, get the fuck out of here!»
Nel 2010, un fan assistette a una performance simile al Festival Jazz di Montreal. Dopo i primi sei minuti di chitarra atonale alla Metal Machine Music, il pubblico, molti dei quali erano venuti solo per i nomi famosi, cominciò a fischiare e urlare insulti. Zorn rispose dal palco: «Se non vi piace, levatevi dal cazzo!». Metà del pubblico se ne andò.
L’applauso tagliato
L’album suona come se fosse stato registrato dal vivo ma senza pubblico, si sente occasionalmente qualcuno tossire in sottofondo, ma l’applauso che presumibilmente seguì le performance è stato tagliato. È un effetto straniante: la spontaneità dell’improvvisazione senza il feedback umano.
Lou chitarrista
L’album offre una rara opportunità di sentire Reed concentrarsi esclusivamente sulla chitarra, senza cantare. Un fan scrisse: «Ho sempre amato Lou come chitarrista, e penso che non mostri abbastanza le sue capacità. Pensa all’euforia di “I Heard Her Call My Name” e “European Son”! Non trovi niente di simile negli album degli anni ’70».
Il continuum sonoro
Da Metal Machine Music (1975) a Hudson River Wind Meditations (2007) a The Stone: Issue Three (2008), Reed aveva costruito un corpus parallelo di lavori puramente strumentali e sperimentali, lontani anni luce da Walk on the Wild Side. Per chi conosceva solo i suoi successi pop, questo album era incomprensibile. Per chi seguiva il suo percorso completo, era una logica continuazione.
La fine di un’era
Nel febbraio 2018, The Stone chiuse la sua sede originale dopo tredici anni e 7.500 performance. Si trasferì al Glass Box Theatre della New School, dove continua a operare. La sera dell’ultimo concerto su Avenue C, un centinaio di persone si mise in fila fuori. Zorn, impaziente, fece iniziare lo show in anticipo.
Archivio Fotografico
Clicca sulle immagini per ingrandirle