The Bells
«Penso abbia venduto due copie, e probabilmente entrambe a me»
L'album
Reed cerca il jazz e trova un terreno strano. The Bells è il capitolo più ambizioso della trilogia binaurale: rock, jazz e avanguardia che si guardano in cagnesco per quaranta minuti. Funziona a tratti, e quando funziona vale tutto il resto.
A fine 1978 Reed era reduce da Street Hassle e Take No Prisoners, e l’idea di fare un altro disco rock convenzionale doveva sembrargli insopportabile. Chiamò Don Cherry, il trombettista che aveva inciso The Shape of Jazz to Come con Ornette Coleman vent’anni prima. E poi Nils Lofgren, che con Neil Young era stato in After the Gold Rush e che la E Street Band l’avrebbe presa solo qualche anno dopo. Due mondi che non si parlavano. Reed li mise nella stessa stanza per vedere cosa succedeva.
Quello che succede nella title track è la cosa migliore. Nove minuti che partono da niente e ci tornano. Cherry soffia note rade su un groove che gira a vuoto, Reed più che cantare declama un testo su un attore che si butta da un palazzo a Broadway, Marty Fogel al sax tiene tutto sospeso. Non è una canzone, è uno stato. E quando finisce ti accorgi che l’hai ascoltata trattenendo il respiro. Disco Mystic gioca con la febbre del sabato sera con un’ironia che oggi suona profetica – Reed che fa la disco music nel 1979 è più strano della disco music vera. City Lights è un omaggio a Charlie Chaplin, una ballata che potrebbe stare in qualsiasi disco di Reed e funzionare.
Il resto è una scommessa che non sempre vince. With You è eccessiva, isterica, con Reed che urla come se gli avessero pestato un piede. Looking for Love prova il muro di Phil Spector in tre minuti e mezzo e arriva trafelata al traguardo. Stupid Man e I Want to Boogie with You, scritte con Lofgren, hanno un piglio rock che con Cherry e il jazz non c’entrano nulla. È un disco che non sa se vuole essere una cosa o l’altra, e finisce per essere entrambe a metà.
La registrazione binaurale di Manfred Schunke funziona meglio in cuffia – con le casse perde metà del trucco. Resta uno dei dischi di Reed che chiede ascolto attento, di quelli che con la radio in cucina non si capiscono.
I numeri parlano chiaro: posizione 130 negli Stati Uniti, peggio di qualsiasi cosa avesse fatto da anni. Andò un po’ meglio in Nuova Zelanda (13), Svezia (44), Australia (58), il che dice forse più sui mercati di nicchia che sul disco.
The Bells chiude un capitolo. Era l’ultimo album con la Everyman Band: Michael Fonfara, presente fin da Sally Can’t Dance, Moose Boles, Marty Fogel, Michael Suchorsky. Cinque anni insieme, finiti qui. Reed nel 1980 sarebbe entrato in riabilitazione, avrebbe sposato Sylvia Morales, avrebbe rifatto tutto da capo. Growing Up in Public è alle porte, The Blue Mask all’orizzonte. Ma in mezzo c’è questo disco strano, scomposto, in cui Reed prova qualcosa che non sa nominare e ci riesce solo nove minuti su quaranta.
Non è il suo capolavoro. Ma quei nove minuti restano. E un artista che a trentasette anni rifiuta il pilota automatico per cercarsi un’altra strada, anche se la strada non porta da nessuna parte, è esattamente l’artista che amiamo.
Lato A
- 1 Stupid Man 2:30
- 2 Disco Mystic 4:27
- 3 I Want To Boogie With You 3:52
- 4 With You 2:20
- 5 Looking For Love 3:26
- 6 City Lights 3:18
Lato B
- 1 All Through The Night 4:57
- 2 Families 6:01
- 3 The Bells 9:16
- 1 Stupid Man 2:33
- 2 Disco Mystic 4:31
- 3 I Want To Boogie With You 3:56
- 4 With You 2:22
- 5 Looking For Love 3:29
- 6 City Lights 3:23
- 7 All Through The Night 5:01
- 8 Families 6:10
- 9 The Bells 9:18
Collaborazione con Nils Lofgren
Tre brani su nove sono co-scritti con Nils Lofgren (ex Crazy Horse, futuro E Street Band), presentato a Reed da Bob Ezrin. Lofgren mandava nastri con le musiche, Reed scriveva i testi. In totale scrissero 13 canzoni insieme nel 1978-79: tre su The Bells, tre sull’album Nils di Lofgren (1979), e le restanti pubblicate da Lofgren negli anni successivi (Damaged Goods 1995, Breakaway Angel 2002, Blue with Lou 2019).
Don Cherry e “Lonely Woman”
Reed chiese specificamente a Don Cherry di citare “Lonely Woman” di Ornette Coleman (1959) nell’intro della title track. Marty Fogel racconta come incontrò Cherry per caso in un aeroporto di LA nel 1976: quando lo disse a Reed in limousine, Lou urlò “Cosa!? Vai a prenderlo! Vai a prenderlo!” Reed da giovane DJ alla Syracuse University usava “Lonely Woman” come sigla del suo programma radiofonico.
Studio nella fattoria tedesca
Delta Studios era una fattoria convertita a Wilster, Germania Ovest, con alloggi per i musicisti, mensa comune e, secondo Fogel, “un posto per rilassarsi e bere Johnnie Walker Black”. Lo studio era high-tech ma in mezzo alla campagna.
Improvvisazione totale
Reed: “Ho padroneggiato l’arte della registrazione nota come ‘cattura il momento spontaneo e lascialo così’. The Bells è stato fatto così, quei testi sono stati inventati sul momento e sono assolutamente incredibili”.
Il gong gigante
Per “The Bells” usarono un enorme gong (circa 1,2 metri di diametro) sospeso da una trave del soffitto. Un assistente doveva tenerlo fermo per evitare vibrazioni fino al momento giusto.
“The Bells” sul suicidio
La title track di 9 minuti, ispirata alla poesia omonima di Edgar Allan Poe, racconta di un attore di Broadway che si lancia da una finestra. Reed: “‘The Bells’ parla di un suicidio. Ma non un brutto suicidio. È un momento estatico…”
Master tape perduti
Nel 1996 Reed disse a The Guardian che i master originali non esistevano più, costringendolo a comprare una copia in un negozio di dischi specializzato e processarla al computer per il remastering.
Clive Davis non soddisfatto
Davis mandò una lettera a Reed dicendo che l’album era incompleto e necessitava ulteriore lavoro. Reed rifiutò, ma credeva che questo portò l’etichetta a sottopromuovere il disco: “È stato pubblicato e lasciato cadere in un pozzo buio”.
Ultimo album con la Everyman Band
The Bells segna la fine della collaborazione con la formazione completa della Everyman Band (Fonfara, Suchorsky, Fogel, Boles), il gruppo che accompagnava Reed dal 1976.
Album più sottovalutato secondo Reed
In un’intervista Mojo 1996, alla domanda su quale fosse il suo album più sottovalutato, Reed rispose: “The Bells. Mi piace davvero quell’album. Penso abbia venduto due copie, e probabilmente entrambe a me”.
Archivio Fotografico
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