Street Hassle
Street Hassle Label
LA POESIA DI STRADA • 1978

Street Hassle

Lou Reed
19 78
Uscita Febbraio 1978 Prodotto da Richard Robinson e Lou Reed Studio Record Plant Studios, New York e dal vivo a Monaco e Wiesbaden (Germania) Etichetta RCA Classifiche Billboard 200 #89

«Questo sono io, per quanto sia possibile metterlo su disco»

L'album

Dopo un anno di pilota automatico, Lou Reed si sveglia. Street Hassle è il suono di qualcuno che ha di nuovo qualcosa da perdere, e lo sta perdendo. È anche, tecnicamente, il primo album pop della storia a utilizzare la registrazione binaurale. Ma soprattutto è un requiem: per una relazione, per una città, per un’idea di sé stesso che Reed sta abbandonando.

Il contesto è quello di una fine. La relazione con Rachel Humphreys, iniziata nel 1974 e celebrata su Coney Island Baby, si sta sgretolando. I litigi sono sempre più frequenti, spesso sulla questione della chirurgia di riassegnazione che Rachel desidera e Lou osteggia. “Perché vuoi farlo? Ti amo per come sei”, le diceva. Non era abbastanza. Rachel è la “raison d’être” dell’intero album, che è una sorta di requiem per la loro relazione. La morte di “Waltzing Matilda” nel brano come metafora della fine del loro amore.

L’album nasce come progetto ibrido. Reed aveva registrato materiale live durante un tour in Germania nell’agosto 1977, a Monaco e Ludwigshafen. L’idea era pubblicare un album dal vivo, ma al ritorno negli Stati Uniti la Arista gli comunicò che non era un’opzione. Iniziò così la fase newyorkese al Record Plant, con il produttore Richard Robinson che abbandonò il progetto dopo una lite in studio. Reed si ritrovò a dover combinare i nastri tedeschi (con il pubblico completamente silenziato dal mix) con nuove registrazioni. Il risultato è un disco che suona come un documento dal vivo pur non essendolo, crudo e immediato ma costruito in studio.

La tecnologia binaurale, sviluppata dal tedesco Manfred Schunke della Delta Acoustics, crea un effetto tridimensionale ottimizzato per le cuffie. Reed ne era entusiasta: avrebbe continuato a usarla su Live: Take No Prisoners e The Bells. Ma al di là dell’innovazione tecnica, quello che conta è come il suono serve il contenuto. Street Hassle suona come una registrazione di strada, sporca e ravvicinata, perfetta per le storie che racconta.

La title track è il centro gravitazionale dell’album. Undici minuti divisi in tre sezioni: “Waltzing Matilda“, “Street Hassle“, “Slipaway“. Inizialmente era un brano di due minuti. Fu Clive Davis a suggerire di espanderlo in una potenziale hit. Reed superò le aspettative di parecchio. Invece di una canzone radiofonica, consegnò un’epica in tre atti troppo lunga e troppo esplicita per qualsiasi radio. La prima parte descrive una donna trans che paga un prostituto maschio. La seconda è un monologo di uno spacciatore che deve liberarsi del cadavere di una donna morta di overdose nel suo appartamento. La terza è una meditazione su amore e morte. Reed e il suo collaboratore Brendan O’Brien impiegarono tre giorni a capire come tenere insieme il tutto, usando l’arrangiamento di violoncello di Aram Schefrin come binario su cui far viaggiare la canzone da una stazione all’altra.

E poi c’è Springsteen. La storia è diventata leggenda. Reed stava lavorando al Record Plant, Springsteen era al piano di sotto a registrare Darkness on the Edge of Town. Reed aveva scritto un verso che terminava con “Tramps like us, we were born to pay”. Il suo ingegnere gli fece notare che quella frase apparteneva a qualcun altro. Scesero insieme al piano inferiore. Springsteen non solo diede il permesso di usare la citazione, ma accettò di cantarla lui stesso su richiesta di Reed. Una o due take, tutti soddisfatti. La Columbia Records, etichetta di Springsteen, impose che il suo nome non comparisse nei crediti. Reed commentò anni dopo: “Avrei voluto che tutti i fan di Bruce fossero andati a comprarlo, ma siccome non potevamo usare il suo nome, pensano che sia io che lo imito.”

L’ironia è che solo un anno prima Reed aveva stroncato Springsteen in un’intervista a Punk magazine: “Springsteen è già finito, no? Voglio dire, non è già un has-been? Non dicono tutti che l’hanno costruito a tavolino perché serviva una rockstar?”. Evidentemente aveva cambiato idea. O forse no. Reed era capace di entrambe le cose contemporaneamente.

Il resto dell’album mantiene l’intensità della title track. “Gimmie Some Good Times” apre con un’energia punk elettrizzante. “Dirt” è presumibilmente un attacco al suo ex manager Dennis Katz, e non risparmia colpi. “I Wanna Be Black” è una provocazione che oggi farebbe saltare in aria qualsiasi carriera, Reed che canta di voler avere i capelli crespi, farsi sparare per una rapina, avere un cazzo grande. Era il 1978 e anche allora non passò inosservata. “Real Good Time Together” è un altro recupero dai tempi dei Velvet Underground, precedentemente pubblicato su 1969: The Velvet Underground Live.

La ricezione critica fu la migliore che Reed avesse avuto da anni. Rolling Stone lo definì “il miglior album solista che Lou Reed abbia mai fatto”, lodando come l’integrazione di temi autodistruttivi producesse “un trionfo folgorante”. Reed stesso sapeva cosa aveva fatto. Anni dopo, introducendo la canzone dal vivo, spiegò: “Volevo scrivere un brano che avesse un grande monologo su una base rock. Qualcosa che avrebbe potuto essere scritto da William Burroughs, Hubert Selby, John Rechy, Tennessee Williams, Nelson Algren, forse un po’ di Raymond Chandler“. Non modestia, ma consapevolezza. Street Hassle era letteratura compressa in forma di canzone, il romanzo che Reed non avrebbe mai scritto condensato in quaranta minuti di vinile.

L’album segnò la fine di un’era. Rachel se ne andò poco dopo. Reed avrebbe attraversato altri due anni difficili prima di The Blue Mask e della relativa stabilità con Sylvia Morales. Ma Street Hassle rimane come documento di un momento in cui tutto stava crollando e Reed trovò la forza di trasformare il crollo in arte. Non il suo disco più accessibile, non il più influente, ma forse il più onesto. Il suono di qualcuno che guarda in faccia la propria vita e non distoglie lo sguardo.

Daniele Federici
Formato Vinile LP
Anno 1978
Etichetta Arista
Paese Italy
Catalogo ARS 39050
Durata 36:31

Lato A

  • 1 Gimmie Some Good Times 3:15
  • 2 Dirt 4:58
  • 3 Street Hassle (Waltzing Matilda / Street Hassle / Slipaway) 11:00

Lato B

  • 1 I Wanna Be Black 2:52
  • 2 Real Good Time Together 3:19
  • 3 Shooting Star 3:09
  • 4 Leave Me Alone 4:44
  • 5 Wait 3:14
Formato Cassetta
Anno 1978
Etichetta Arista
Paese US
Catalogo AC-8499
Durata 36:31

Lato A

  • 1 Gimmie Some Good Times 3:15
  • 2 Dirt 4:58
  • 3 Street Hassle 11:00

Lato B

  • 1 I Wanna Be Black 2:52
  • 2 Real Good Time Together 3:19
  • 3 Shooting Star 3:09
  • 4 Leave Me Alone 4:44
  • 5 Wait 3:14
Formato CD
Anno 1992
Etichetta Arista
Paese Europa
Catalogo 262 270
Durata 36:22
  • 1 Gimmie Some Good Times 3:15
  • 2 Dirt 4:44
  • 3 Street Hassle 10:58
  • 4 I Wanna Be Black 2:56
  • 5 Real Good Time Together 3:22
  • 6 Shooting Star 3:10
  • 7 Leave Me Alone 4:45
  • 8 Wait 3:12
Lou Reed Voce, chitarra, basso, pianoforte
Stuart Heinrich Chitarra Elettrica su "Street Hassle", cori
Steve Friedman Basso su "Leave Me Alone"
Michael Suchorsky Batteria
Michael Fonfara Pianoforte su "I Wanna Be Black" e "Shooting Star"
Marty Fogel Sassofono amplificato
Jo'Anna Kameron Cori
Angela Howard Cori
Genya Ravan Cori
Christine Wiltshire Cori
Bruce Springsteen Voce parlata su "Street Hassle" (parte III)
Lou Reed Produttore, missaggio
Richard Robinson Produttore
Rod O'Brien Ingegnere del suono, missaggio
Heiner Friesz Ingegnere live
Manfred Schunke Ingegnere
Ted Jensen Mastering

Registrazione biauricolare

Primo album pop commerciale a usare la tecnica di registrazione biauricolare. Due microfoni posizionati nelle orecchie di una testa di manichino per simulare l’ascolto tridimensionale. Sistema sviluppato da Manfred Schunke della Delta Acoustics tedesca. Funziona meglio in cuffia; non rende bene sugli altoparlanti stereo. Reed userà la stessa tecnica su Live: Take No Prisoners (1978) e The Bells (1979).

 

Il cameo di Springsteen

Bruce stava mixando Darkness on the Edge of Town al piano di sotto del Record Plant. L’ingegnere Rod O’Brien sentì Reed registrare “Tramps like us, we were born to pay” e gli disse: “Ti rendi conto cosa hai appena rubato?” Reed rise e decise di andare da Springsteen. Steve Van Zandt fece da tramite. Springsteen accettò ma chiese di non essere accreditato a causa delle sue dispute legali con l’ex manager Mike Appel. Registrò la parte in una o due take. Reed: “Ha fatto la parte così bene che ho dovuto seppellirlo nel mix. Sapevo che Bruce avrebbe preso quella recitazione seriamente perché lui è davvero della strada”.

 

La morte di Eric Emerson

La seconda sezione (“Street Hassle“) è ispirata alla morte misteriosa di Eric Emerson, attore della Factory di Warhol e cantante dei Magic Tramps, trovato morto in un vicolo del Greenwich Village il 28 maggio 1975. Ufficialmente incidente ciclistico, ma si vociferava di overdose da eroina e che il corpo fosse stato scaricato per simulare un investimento. Aveva 30 anni. La sua immagine appare proiettata sul muro nella copertina posteriore di The Velvet Underground & Nico.

 

Requiem per Rachel

I critici vedono l’album come un addio alla relazione con Rachel Humphreys, in crisi durante le registrazioni. Una sorta di requiem per la relazione tra Reed e Rachel. Rachel è la “raison d’être” dell’intero album.

 

Clive Davis e l’espansione del brano

Il presidente della Arista sentì una demo di due minuti e incoraggiò Reed a espanderla sperando in un singolo. Reed la trasformò in un’epopea di 11 minuti troppo lunga per la radio e con testi impossibili da trasmettere.

 

Titolo originale della title track

Il brano originò da un pezzo incompiuto chiamato “Affirmative Action (PO#99)“, eseguito una sola volta durante il tour europeo 1977.

 

Gioco di parole del titolo

“Street Hassle” (Incidente/accadimento di strada” suona simile a “Street Asshole” in inglese, “Stronzo di strada”.

 

Parodia di Sweet Jane

L’album apre con “Gimme Some Good Times“, una decostruzione feroce di “Sweet Jane“. Jeffrey Ross (probabilmente) dice: “Hey, if that ain’t the rock ‘n’ roll animal himself” mentre Reed farfuglia le parole della sua vecchia hit.

 

“Real Good Time Together”

Brano dei Velvet Underground, già pubblicato su 1969: The Velvet Underground Live (1974).

 

Cover dei Simple Minds

La band scozzese coverizzò “Street Hassle” in versione abbreviata su Sparkle in the Rain (1984).

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