Songs for Drella
«Vicini entrambi ai cinquanta, Reed e Cale sono i sopravvissuti che Warhol non era destinato a diventare» Rolling Stone, Paul Evans, 1990
L'album
Songs for Drella andò in scena il 7 e l’8 gennaio 1989 alla chiesa di St. Ann, a Brooklyn Heights, quando ancora non esisteva nemmeno l’idea di incidere un disco. Il disco è l’ultima cosa che è successa, non la prima. Tornò in scena in versione completa alla Brooklyn Academy of Music alla fine di novembre di quello stesso anno. Il 4 e il 5 dicembre 1989 fu filmato, sempre alla BAM, e solo dopo Reed e John Cale entrarono ai Sigma Sound per registrarlo. In negozio arrivò l’11 aprile 1990.
Quindici mesi di pubblico prima del nastro.
Bisogna tenerlo presente, perché l’obiezione che si fa spesso a questo disco, che è spoglio e che dopo un po’ suona tutto uguale, smette di essere un’obiezione. Quello che si sente non è un album inciso con pochi mezzi. È un pezzo di teatro che due persone si sono portate a mano su un palco per un anno e passa, e la strumentazione è quella che due persone riescono a portare: da una parte la chitarra di Reed, dall’altra la viola elettrica e le tastiere di Cale. Dietro non c’è nessuno perché in scena, dietro, non c’era nessuno.
Andy Warhol era morto il 22 febbraio 1987, per un arresto cardiaco dopo un’operazione alla cistifellea che doveva essere di routine. Il funerale si tenne quattro giorni dopo a Pittsburgh, nella chiesa cattolica bizantina della città in cui era nato. New York lo salutò separatamente: la commemorazione a St. Patrick è del 1° aprile 1987, ed è lì che Reed e Cale si ritrovarono a parlarsi, e che Julian Schnabel propose loro di scrivere qualcosa insieme.
Un altro mito da sfatare è la storia dei diciotto anni di gelo tra i due. Quello che finisce nel 1968 è la band. Dopo, i due si sono incrociati parecchie volte: il 29 gennaio 1972 al Bataclan di Parigi con Nico, serata poi uscita su disco molto più tardi come Le Bataclan ’72, e nel luglio del 1976 all’Ocean Club di New York, in una jam di Cale dove sul palco salirono anche David Byrne e Patti Smith. Suonare insieme non era il problema. Scrivere insieme, quello sì: è la cosa che non facevano dal 1968, ed è quello che la commemorazione ha rimesso in moto.
In mezzo c’è anche un’altra morte, che non conta mai nessuno: Nico morì il 18 luglio 1988 a Ibiza, caduta dalla bicicletta, per un’emorragia cerebrale che in ospedale scambiarono per un colpo di calore. Poco più di un anno dopo St. Patrick, e sei mesi prima della chiesa di St. Ann. Quando Reed e Cale salirono sul palco a raccontare la Factory e quel mondo, della donna che quella Factory l’aveva attraversata con loro non restava nulla.
Quindici canzoni in ordine cronologico, dall’infanzia in Pennsylvania alla morte e a quello che viene dopo. Reed ne canta dieci, Cale cinque: Style It Takes, Trouble with the Classicists, Faces and Names, A Dream, Forever Changed. Una regola verrebbe voglia di leggercela, uno che fa il narratore e l’altro che fa il morto, e invece non c’è. A parlare come Andy sono tutti e due, e si danno il cambio senza schema: Images la canta Reed ed è Warhol in prima persona esattamente come Style It Takes, che canta Cale. È un lavoro da ventriloqui a quattro mani, e il morto passa dall’uno all’altro senza avvisare.
A Dream è il pezzo dove quella scelta si vede meglio, ed è anche l’unico in cui non si canta affatto. Cale legge, e quello che legge viene dai diari che Warhol dettava al telefono ogni mattina, pubblicati postumi nel 1989: pagine in cui Andy commenta i suoi ex protetti senza il filtro delle interviste. Sono parole vere, e a leggerle a un pubblico pagante è uno dei due che ci finiscono dentro.
I Believe la canta Reed, riguarda il colpo di pistola che Valerie Solanas sparò nel giugno del 1968, e non perdona: chiede che qualcuno paghi, e lo chiede con una durezza che ancora oggi mette a disagio. Il punto vero però non è la rabbia. È che dentro una canzone sulla vendetta si sente Warhol che chiede perché non siano andati a trovarlo, e quel rimprovero è rivolto a chi sta cantando. La colpa se la dà lui, e la traveste da condanna di un’altra. Chi arriva in fondo alla canzone se ne accorge. La spietata onestà dell’arte.
Il resto si regge sulla stessa oscillazione. Work è la filosofia di Warhol del lavoro come unica assoluzione possibile, e quella lezione Reed l’ha imparata bene, tanto che la canta come se l’avesse scritta lui. Trouble with the Classicists è Warhol che liquida la pittura seria; Faces and Names è lui che conta chi è passato di lì, e dice senza dirlo quanti di quei nomi nel 1989 erano già finiti. It Wasn’t Me è ancora Warhol, che si scrolla di dosso i morti della Factory, e la voce che gli presta il fianco è di nuovo quella di Reed. E Hello It’s Me chiude con Reed che parla ad Andy come si parla a qualcuno che non può più rispondere. Reed ha raccontato che è stata la cosa più difficile da scrivere di tutto il ciclo, e si sente. Sono due, in tutto il disco, i punti in cui Reed smette di fare Andy e torna a fare sé stesso. Uno è I Believe, e lì condanna una donna. L’altro è questo, e qui getta la maschera e guarda dritto in camera.
La fotografia di Warhol nel libretto è di Billy Name, l’uomo che aveva ricoperto d’argento la Factory e che per anni aveva dormito nella camera oscura. Sul disco che racconta Warhol, l’unica immagine di Warhol l’ha scattata uno che stava dentro la stanza.
Commercialmente andò come doveva andare. Centotré in America. Ventiduesimo in Gran Bretagna, cinque settimane in classifica, contro il quattordicesimo posto britannico che New York si era preso l’anno prima. Del resto un requiem per due voci e una viola non lo si compra per sbaglio: quelle cifre lì sono di chi il disco se l’è andato a cercare.
Quello che fu filmato alla Brooklyn Academy of Music il 4 e il 5 dicembre 1989, con la regia di Edward Lachman, lo chiamano tutti film-concerto. Ma attenzione attenzione: non lo è. In sala non c’era nessuno: le repliche col pubblico erano finite due giorni prima, e le telecamere entrarono a teatro vuoto. Quindi la versione che gira non è la registrazione di una serata, ma quella di Lou e John che rifanno da capo un requiem per un morto, in una sala vuota, davanti a delle macchine da presa. Quattro mesi prima che il disco arrivasse in negozio.
Lato A
- 1 Smalltown 2:03
- 2 Open House 4:16
- 3 Style It Takes 2:54
- 4 Work 2:36
- 5 Trouble With Classicists 3:40
- 6 Starlight 3:26
- 7 Faces And Names 4:11
Lato B
- 1 Images 3:28
- 2 Slip Away (A Warning) 3:04
- 3 It Wasn't Me 3:29
- 4 I Believe 3:17
- 5 Nobody But You 3:44
- 6 A Dream 6:33
- 7 Forever Changed 4:49
- 8 Hello It's Me 3:03
- 1 Smalltown 2:04
- 2 Open House 4:17
- 3 Style It Takes 2:54
- 4 Work 2:37
- 5 Trouble With Classicists 3:41
- 6 Starlight 3:28
- 7 Faces And Names 4:12
- 8 Images 3:30
- 9 Slip Away (A Warning) 3:05
- 10 It Wasn't Me 3:30
- 11 I Believe 3:17
- 12 Nobody But You 3:45
- 13 A Dream 6:33
- 14 Forever Changed 4:51
- 15 Hello It's Me 3:03
Lato A
- 1 Smalltown 2:03
- 2 Open House 4:16
- 3 Style It Takes 2:54
- 4 Work 2:36
- 5 Trouble With Classicists 3:40
- 6 Starlight 3:26
Lato B
- 1 Faces And Names 4:11
- 2 Images 3:28
- 3 Slip Away (A Warning) 3:04
- 4 It Wasn't Me 3:29
- 5 I Believe 3:17
Lato C
- 1 Nobody But You 3:44
- 2 A Dream 6:33
- 3 Forever Changed 4:49
- 4 Hello It's Me 3:03
Lato D
- 1 Lato inciso decorativo
La telefonata di Cale
Warhol morì a cinquantotto anni, al New York Hospital. Alla commemorazione di St. Patrick, il 1° aprile 1987, Reed e Cale si ritrovarono a parlarsi dopo anni in cui si erano solo sfiorati, e fu lì che Julian Schnabel propose loro di scrivere qualcosa per il mentore comune. La proposta però sarebbe rimasta una frase detta a un funerale: a farla diventare un progetto fu Cale, che qualche tempo dopo alzò il telefono e chiamò Reed.
Il soprannome «Drella»
Lo aveva coniato Ondine, una delle superstar della Factory: una contrazione di Dracula e Cinderella, cioè il vampiro che si nutre dei talenti altrui e insieme la Cenerentola, il ragazzo di provincia diventato stella. Warhol non lo amava particolarmente.
Scritto in dieci giorni
Reed e Cale misero insieme i quindici brani in una decina di giorni. Nelle note dell’album Cale scrisse che Lou gli aveva permesso di mantenere una posizione dignitosa dentro il tributo, frase che detta da lui, dopo il 1968, pesa più di quanto sembri.
Le proiezioni di Jerome Sirlin
Alle prime esecuzioni, alle spalle dei due, Jerome Sirlin proiettava immagini di Warhol e della Factory. Lo spettacolo era suo anche nell’impianto scenico, e sue sono le fotografie che finiscono nelle pagine interne del libretto.
Edward Lachman
Il film fu girato dal direttore della fotografia Edward Lachman, che negli anni successivi avrebbe firmato le immagini di Il giardino delle vergini suicide per Sofia Coppola e di Carol per Todd Haynes. Uscì in VHS e in LaserDisc nel 1990, e nel 2020 è stato restaurato in 4K per il trentennale.
Registrazione essenziale
Pochissime sovraincisioni, voci in presa diretta, l’impianto degli spettacoli lasciato intatto. Il risultato, secondo Cale, suona duro come il marmo.
«A Fiction», il disclaimer di Reed
Nelle note di copertina Reed avvertì che Songs for Drella – A Fiction è un breve sguardo musicale sulla vita di Andy Warhol ed è interamente immaginario. Cautela legale, forse; di sicuro il paradosso di un disco che si dichiara finto ed è fra i ritratti più onesti che siano stati fatti di Warhol.
Che cosa dicono davvero i Diari
I Diari che Warhol dettava ogni mattina al telefono uscirono postumi nel 1989, e in mezzo alle spese e ai pettegolezzi ci sono righe durissime sui suoi ex protetti. Reed vi compare come uno che si è sposato senza invitarlo, e Warhol arriva a scrivere che lo detesta. Sono quelle pagine il materiale di A Dream, ed è Cale a leggerle ad alta voce.
L’epitaffio indegno
In Hello It’s Me Reed liquida proprio quei Diari come un epitaffio indegno dell’uomo che li ha dettati, e chiude il disco con un saluto parlato, due parole e basta.
Fine della collaborazione, di nuovo
Finite le registrazioni, Cale giurò di non lavorare mai più con Reed per divergenze personali. Il tour che avrebbe dovuto accompagnare l’album fu cancellato.
Fondation Cartier, 15 giugno 1990
All’inaugurazione della mostra «Andy Warhol System» a Jouy-en-Josas, Reed e Cale eseguirono cinque brani del disco. Poi Reed annunciò che c’era una piccola sorpresa e chiamò sul palco Sterling Morrison e Maureen Tucker: i quattro Velvet Underground originali suonarono Heroin insieme per la prima volta dal 1968, ventidue anni prima. Reed raccontò poi di essere sceso dal palco sul punto di piangere. Nella stessa intervista escluse categoricamente che potesse succedere di nuovo.
Il seme della reunion
Successe di nuovo. Nel 1993 i Velvet Underground si riunirono per un tour europeo, documentato da Live MCMXCIII, e anche quella volta finì con Reed e Cale che giuravano di non lavorare mai più insieme.
L’edizione vellutata
Alcune copie del cd uscirono in una custodia di cartone nero vellutato con le scritte in rilievo, omaggio alla copertina tattile di The Velvet Underground & Nico.
Ristampa Record Store Day 2020
Per il trentennale, il 24 ottobre 2020, la Rhino ristampò l’album in doppio vinile da 180 grammi, in ottomilacinquecento copie, con il quarto lato inciso.
Il caso Bennato
Taraunta tatà, uno degli inediti di Sembra ieri di Edoardo Bennato, è un plagio palese di Style It Takes: stessa melodia, e perfino lo stesso tema, l’arte contro il mercato. Nel libretto del disco di Bennato non compaiono crediti a Reed e Cale. Non ci fu nessuna causa e nessuna smentita, anche perché in quel momento tutti e due stavano sotto la stessa etichetta, la WEA.
Archivio Fotografico
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