Sally Can’t Dance
Sally Can’t Dance Label
COMPROMESSO COMMERCIALE

Sally Can’t Dance

Lou Reed
19 74
Uscita 19 Agosto 1974 Prodotto da Steve Katz e Lou Reed Studio Electric Lady Studios, New York Etichetta RCA Classifiche Billboard 200 #10

«È fantastico, più faccio schifo, più il disco vende» Lou Reed

L'album

La storia ci dice che questo disco è nato da un’assenza. Lou Reed, esausto dal tour di Rock n’ Roll Animal, si presenta agli Electric Lady Studios di New York nel marzo 1974 con l’intenzione dichiarata di non presentarsi affatto. Il produttore Steve Katz avrebbe ricordato la situazione con brutale chiarezza: “Come artista, Lou non c’era del tutto. Doveva essere sorretto come un bambino con le cose fatte per lui e intorno a lui”.

Reed passava la maggior parte delle sessioni in bagno a iniettarsi metedrina. I vocali venivano registrati in una sola seduta, venti minuti, poi spariva. Eppure da questo vuoto operativo nasce il suo album di maggior successo commerciale. L’ironia non sfuggiva a nessuno, men che meno a Reed.

Il contesto è importante. Siamo nel 1974, Reed è reduce da due successi consecutivi (Transformer e Rock n’ Roll Animal) e la RCA vuole capitalizzare. Lui risponde con il minimo sforzo possibile, delegando tutto a Katz, ex Blood, Sweat & Tears con esperienza in arrangiamenti di fiati. Il risultato è un ibrido glam-funk iper-professionale, carico di ottoni audaci, armonie vocali elaborate e un groove da soul bianco sofisticato. È anche il primo album solista di Reed registrato negli Stati Uniti (i precedenti tre erano stati incisi tutti in Inghilterra) e il primo a non contenere nessun brano recuperato dai Velvet Underground. Una doppia rottura con il passato, anche se involontaria.

Sally Can’t Dance raggiunge la posizione #10 nella Billboard 200, restando in classifica quattordici settimane. Nessun singolo trainante, nessuna promozione particolare. Reed accolse il successo con disgusto genuino: “È fantastico, più faccio schifo, più il disco vende. Se la prossima volta non compaio nemmeno nel disco, probabilmente arrivo al primo posto in classifica”. E ancora: “Odio quel disco. Sally Can’t Dance è noioso. Ti immagini cosa voglia dire aver fatto uscire quella roba a mio nome? Tingermi i capelli e tutte quelle stronzate? L’hanno voluto loro e io li ho accontentati”.

La vera grandezza del disco emerge dalla tensione tra la lucentezza della produzione e la cruda onestà delle liriche. “Kill Your Sons” è il cuore pulsante e indiscusso del lavoro: un racconto autobiografico sulle sedute di elettroshock subite da adolescente per ordine dei genitori, la cui urgenza emotiva squarcia la patina pop con una violenza che nessun arrangiamento di fiati può contenere. Reed canta di Creedmoor e Payne Whitney, i manicomi dove fu internato, con la freddezza di chi ha metabolizzato il trauma trasformandolo in materiale. È uno dei brani più personali che abbia mai scritto, sepolto in un album che fingeva di non avere nulla da dire.

N.Y. Stars” prende in giro gli imitatori che cercavano di impressionarlo copiando il suo stile, un esercizio di arroganza consapevole su un groove che anticipa “Trampled Underfoot” dei Led Zeppelin. “Billy” racconta di un ex compagno di classe partito per il Vietnam con una delicatezza inattesa, l’unico brano dove Reed si concede la chitarra acustica. Doug Yule, il vecchio compagno dei Velvet, suona il basso: un piccolo ricongiungimento nascosto nell’ultima traccia. “Ennui” fa esattamente quello che il titolo promette, trasformando la noia esistenziale in forma musicale con un cinismo che sarebbe piaciuto a Gainsbourg.

Il brano omonimo e “Ride Sally Ride” sono esercizi di ironia tagliente: ritmi irresistibili fanno da sfondo a storie di dissoluzione e disfunzionalità. La title track funziona come una “Walk on the Wild Side” minore, stesso distacco antropologico, stessa neutralità nel descrivere vite ai margini. “Animal Language” rimane l’enigma del disco: Reed che abbaia e miagola su un country-honky tonk mentre racconta di un cane e un gatto che si iniettano il sudore di uno sconosciuto. Quando gli chiesero spiegazioni, rispose con una domanda: “Chi pensi che siano gli animali? Pensi che sia un cane e un gatto?”.

Un dettaglio curioso: sul retro della copertina appare un’illustrazione di René de la Bush basata su una fotografia scattata da Reed stesso. La persona ritratta è quasi certamente Rachel, la travestita con cui Reed avrebbe avuto una relazione fino al 1977. Un’anticipazione silenziosa di ciò che sarebbe venuto dopo.

Sally Can’t Dance non è un capolavoro di coerenza stilistica. È un documento di sopravvivenza commerciale, il suono di un artista che dà all’industria esattamente ciò che vuole mentre tiene per sé le uniche cose che contano. Reed dimostrò che poteva usare la macchina commerciale per i propri scopi, trasformando la propria indifferenza in un successo strepitoso e usando quel successo come leva contrattuale. Pochi mesi dopo avrebbe consegnato alla RCA Metal Machine Music, un’ora di feedback e rumore che era obbligata a pubblicare per contratto. Sally Can’t Dance aveva pagato quel privilegio. Cinismo come strategia, assenza come forma d’arte.

Daniele Federici
Formato Vinile LP
Anno 1974
Etichetta RCA Victor
Paese Italia
Catalogo CPL1-0611
Durata 32:20

Lato A

  • 1 Ride Sally Ride 4:00
  • 2 Animal Language 3:00
  • 3 Baby Face 5:01
  • 4 N.Y. Stars 3:59

Lato B

  • 1 Kill Your Sons 3:35
  • 2 Ennui 3:37
  • 3 Sally Can't Dance 4:07
  • 4 Billy 5:01
Formato Cassetta
Anno 1974
Etichetta RCA
Paese Italia
Catalogo CPK1 0611
Durata 32:49

Lato A

  • 1 Baby Face 4:04
  • 2 N.Y. Stars 3:04
  • 3 Ennui 5:05
  • 4 Kill Your Sons 3:59

Lato B

  • 1 Ride Sally Ride 3:38
  • 2 Sally Can't Dance 3:42
  • 3 Billy 4:12
  • 4 Animal Language 5:05
Formato CD
Anno 2001
Etichetta RCA
Paese Europa
Catalogo 07863 69383 2
Durata 40:44
  • 1 Ride Sally Ride 4:00
  • 2 Animal Language 3:00
  • 3 Baby Face 5:01
  • 4 N.Y. Stars 3:59
  • 5 Kill Your Sons 3:35
  • 6 Ennui 3:37
  • 7 Sally Can't Dance 4:07
  • 8 Billy 5:10
  • 9 Good Taste (Bonus track)
    4:52
  • 10 Sally Can't Dance (Single Version)(Bonus Track)
    3:23
Lou Reed Voce, Chitarra acustica solo su "Billy"
Danny Weis Chitarra, tamburello, cori
Michael Fonfara Tastiere, Mellotron su "Ennui", cori
Prakash John Basso (eccetto "Billy"), cori
Doug Yule Basso (eccetto "Billy"), cori
Pentti "Whitey" Glan Batteria (tranne "Kill Your Sons" e "Ennui")
Richie Dharma Batteria su "Kill Your Sons" e "Ennui"
Paul Felisher Sassofono su "Billy"
Steve Katz Armonica
Alan Rubin Fiati
Alex Foster Fiati
David Taylor Fiati
Jon Faddis Fiati
Lou Marini Fiati
Trevor Koehler Fiati
Joanne Vent Cori
Michael Wendroff Cori
Dennis Katz Cover Concept
David Byrd Cover Art (illustrazione)
Acy R. Lehman Mastering
Lou Reed Direzione artistica
Mick Rock Fotografia copertina (base per illustrazione)
Lou Reed Fotografia retrocopertina (René de la Bush), produttore
Mike Stone Ingegnere registrazione
Ralph Moss Ingegnere remix
Dave Whitman Recordist
George Semkiw Masterizzazione
Lew Soloff Arrangiamento fiati

ll Primo e ultimo Numero 10

Sally Can’t Dance fu il primo e unico album di Lou Reed a entrare nella Top 10 della classifica statunitense Billboard 200, raggiungendo la posizione numero 10. Questo successo commerciale fu il colmo per Reed, che considerava l’album una farsa e disprezzava il proprio pubblico.

La bocciatura di Lou

Lou Reed rinnegò completamente il disco, per un periodo, arrivando a dichiarare che si era limitato a “dormire” e aveva registrato la sua parte vocale in una singola seduta di venti minuti, seguendo ciecamente i suggerimenti del produttore Steve Katz. La sua celebre frase era: “È fantastico, più faccio schifo, più il disco vende. Se la prossima volta non compaio nemmeno nel disco, probabilmente arrivo al primo posto in classifica”.

Album fantoccio

Circolano aneddoti, spesso alimentati dallo stesso Reed, secondo cui durante le sessioni in studio era talmente dipendente da sostanze da essere poco più di un fantoccio. Questa auto-descrizione serviva a sottolineare come il disco fosse un prodotto quasi interamente costruito dalla RCA e dal produttore, contro la sua volontà artistica.

Il primo in terra natia

Sally Can’t Dance è il primo album solista di Lou Reed a essere interamente registrato negli Stati Uniti (agli Electric Lady Studios di New York). I suoi tre precedenti lavori erano stati realizzati in Inghilterra.

Un album tutto di brani nuovi

Per la prima volta nella sua carriera solista, la tracklist non conteneva alcun brano riarrangiato o ripescato dal repertorio dei Velvet Underground. Reed, pur disinteressato al processo, presentò materiale interamente nuovo, anche se lo stile funk e soul era lontano dalla sua identità sonora.

Ma i Velvet Underground tornano nel basso

Anche se l’album è famoso per l’uso di session men e l’assenza della sua touring band dell’epoca (quella di Rock ‘n’ Roll Animal), l’ex bassista dei Velvet Underground, Doug Yule, appare come musicista. Yule, che aveva suonato in Loaded, è accreditato per aver suonato il basso nella traccia Billy.

Rachel sul retro

Il retro del vinile e la copertina dell’edizione CD mostrano l’illustrazione di un travestito. Si ritiene che la persona ritratta sia Rachel Humphreys, la trans con cui Lou Reed ebbe una relazione significativa in quel periodo (dal 1974 fino al 1977), e che divenne la sua musa per la fase successiva della sua carriera, culminata con Coney Island Baby.

Il glam sul fronte

La fotografia sulla copertina frontale, anch’essa scattata da Mick Rock, manteneva l’immagine glam-rock e truccata che Reed aveva adottato per il tour di Rock ‘n’ Roll Animal.

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