Rock and Roll Heart
«Sarò anche stupido, perché so di non essere furbo. Ma nel profondo ho un cuore rock and roll»
L'album
Dopo aver aperto il cuore su Coney Island Baby, Lou Reed lo richiude immediatamente. Rock and Roll Heart è il suono di qualcuno che ha deciso di non rischiare più nulla. È anche il primo album per la Arista Records, e si sente: il disco trasuda la cautela di chi ha appena firmato un nuovo contratto e non vuole farlo saltare.
Il contesto è quello di un salvataggio finanziario. Clive Davis, fondatore della Arista, interviene quando Reed è sull’orlo della bancarotta dopo gli anni alla RCA. Metal Machine Music aveva bruciato ogni ponte con l’etichetta precedente, e Coney Island Baby, pur essendo un ritorno alla forma canzone, non aveva venduto abbastanza da sistemare i conti. Davis vede un’opportunità: l’interesse per i Velvet Underground sta crescendo esponenzialmente, e avere Lou Reed in catalogo potrebbe rivelarsi un investimento a lungo termine. Reed accetta. Ha bollette da pagare e Rachel da mantenere. L’album doveva inizialmente chiamarsi Nomad. Il titolo finale dice tutto: Reed si dichiara fedele al rock and roll, ma è una fedeltà stanca, quasi burocratica.
Le sessioni al Record Plant di New York producono dodici brani in 37 minuti. Reed si autoproduce, circondato da una band solida: Michael Fonfara alle tastiere (già presente su Sally Can’t Dance), Marty Fogel al sassofono, Bruce Yaw al basso, Michael Suchorsky alla batteria. Il suono è professionale, pieno di fiati, con arrangiamenti che strizzano l’occhio al R&B e al soul bianco. È il disco più “commerciale” degli anni Settanta di Reed, nel senso peggiore del termine: levigato, inoffensivo, privo di spigoli.
“I Believe in Love” apre con un riff di sassofono che potrebbe stare su un disco di Mitch Ryder. Reed canta di credere nell’amore, nei bei momenti, nella musica come forza redentrice. Ma poi infila un riferimento alla Croce di Ferro, e non sai più se sta parlando seriamente o prendendo in giro sé stesso e l’ascoltatore. Robert Christgau colse l’ambiguità nella sua recensione per il Village Voice, notando come i tentativi di umorismo di Reed scivolassero occasionalmente nell’autoparodia. È una lettura generosa. Il problema non è che Reed stia scherzando. Il problema è che non sembra importargli se lo sta facendo o no.
La title track distilla il concetto in quattro versi che Reed avrebbe potuto scrivere nel sonno: “I guess that I’m dumb / ‘Cause I know I ain’t smart / But deep down inside / I got a rock and roll heart.” È il tipo di frase che su una maglietta sembrerebbe profonda e su un disco suona vuota. Reed lo sa. Probabilmente è il punto.
Due brani pescano dal repertorio dei Velvet Underground. “A Sheltered Life” risale a un demo del 1967, pubblicato successivamente su Peel Slowly and See. “Follow the Leader” era stata eseguita dal vivo dalla band, come documentato sui Quine Tapes. L’inclusione di materiale vecchio di quasi dieci anni in un disco che dovrebbe rappresentare un nuovo inizio dice molto sullo stato creativo di Reed in questo periodo. Non è a corto di idee: è a corto di voglia di averne.
“Senselessly Cruel” e “Temporary Thing” mostrano lampi del Reed migliore, con testi che osservano relazioni disfunzionali senza giudicarle. Ma sono eccezioni in un album dominato da brani che lo stesso Reed avrebbe poi definito “stupid songs”. “Banging on My Drum” è esattamente quello che il titolo promette. “Ladies Pay” scivola via senza lasciare traccia. “You Wear It So Well” ha un groove piacevole e nient’altro da offrire.
John Rockwell del New York Times fu tra i pochi a lodare l’album, definendolo “un vero disco rock di Lou Reed” e apprezzando l’energia diretta come ritorno alla forma dopo Metal Machine Music. Il Chicago Tribune fu meno indulgente: due stelle, “bleak and bland”, privo di spigoli e profondità emotiva. La verità sta probabilmente nel mezzo: Rock and Roll Heart non è un disastro. È irrilevante.
I numeri confermano l’indifferenza generale. Posizione #64 negli Stati Uniti, #19 in Olanda, #68 in Australia. Il singolo “I Believe in Love” non entra nemmeno nella top 100. La Arista aveva sperato in un rilancio commerciale; ottenne un disco che nemmeno i fan più devoti ricordano con affetto.
La copertina, ancora di Mick Rock, mostra Reed con uno sguardo che un critico ha descritto come “desolata assenza”. È forse l’elemento più onesto del disco: l’immagine di un uomo che non c’è del tutto, che ha consegnato un prodotto perché doveva consegnare qualcosa. Rachel era ancora al suo fianco, la relazione reggeva, la vita continuava. Ma artisticamente Reed era in pausa, in attesa di qualcosa che lo risvegliasse.
Quel qualcosa sarebbe arrivato due anni dopo con Street Hassle. Nel frattempo, Rock and Roll Heart rimane come documento di un artista in modalità pilota automatico. Non abbastanza brutto da essere interessante, non abbastanza buono da essere memorabile. Ma abbastanza divertente. Il disco che Lou Reed fece quando non aveva niente da dire ma doveva comunque fare un disco. Capita a tutti. A Reed capitò nel 1976.
Lato A
- 1 I Believe In Love 2:45
- 2 Banging On My Drum 2:03
- 3 Follow The Leader 2:08
- 4 You Wear It So Well 4:30
- 5 Ladies Pay 4:15
- 6 Rock And Roll Heart 3:00
Lato B
- 1 Chooser And The Chosen One 2:45
- 2 Senselessly Cruel 2:03
- 3 Claim To Fame 2:49
- 4 Vicious Circle 2:47
- 5 A Sheltered Life 2:15
- 6 Temporary Thing 5:19
Lato A
- 1 I Believe In Love 2:45
- 2 Banging On My Drum 2:03
- 3 Follow The Leader 4:30
- 4 You Wear It So Well 2:08
- 5 Ladies Pay 4:15
- 6 Chooser And The Chosen One 2:45
Lato B
- 1 Senselessly Cruel 2:03
- 2 Rock And Roll Heart 2:15
- 3 Claim To Fame 5:19
- 4 Vicious Circle 3:00
- 5 A Sheltered Life 2:37
- 6 Temporary Thing 2:47
- 1 I Believe In Love 2:44
- 2 Banging On My Drum 2:11
- 3 Follow The Leader 2:11
- 4 You Wear It So Well 4:50
- 5 Ladies Pay 4:20
- 6 Rock And Roll Heart 3:03
- 7 Chooser And The Chosen One 2:45
- 8 Senselessly Cruel 2:06
- 9 Claim To Fame 2:49
- 10 Vicious Circle 2:51
- 11 A Sheltered Life 2:18
- 12 Temporary Thing 5:12
Il titolo originale: “Nomad”
L’album avrebbe dovuto intitolarsi Nomad. Il cambio in Rock and Roll Heart avvenne probabilmente per enfatizzare il ritorno a sonorità più accessibili.
Clive Davis e il salvataggio dalla bancarotta
Secondo diverse fonti, il fondatore della Arista Records Clive Davis intervenne personalmente per salvare Reed dalla bancarotta imminente, conseguenza delle deludenti vendite degli album RCA e del disastroso contraccolpo di Metal Machine Music. Ottenere Lou Reed nella scuderia avrebbe anche dato credibilità underground all’etichetta appena fondata, che aveva già sotto contratto Patti Smith e avrebbe presto firmato Iggy Pop.
Stupid songs
In seguito Reed stesso definì i dodici brani dell’album “stupid songs”, ammettendo che erano molto lontani dal suo stile abituale. Era chiaramente un tentativo di ingraziarsi la nuova etichetta con un prodotto facilmente vendibile.
Il rifiuto di “addolcire” per la radio
Clive Davis vedeva potenziale commerciale nell’album e cercò di convincere Reed ad “addolcire” i brani più promettenti per la radio. Reed rifiutò, seguendo la sua musa invece dei soldi, come aveva fatto l’anno prima con Metal Machine Music.
Ripescaggi dai Velvet Underground
Due brani dell’album risalgono all’era Velvet Underground:
- “A Sheltered Life”: registrata come demo nel 1967, pubblicata poi nel cofanetto Peel Slowly and See (1995)
- “Follow the Leader”: eseguita dal vivo dai VU ma mai incisa in studio. Una versione live di 17 minuti è apparsa su The Quine Tapes
Il tour con i video
Il tour di supporto all’album, iniziato il 21 ottobre 1976 al Riverside Theatre di Milwaukee, presentò un’innovazione tecnologica: uno sfondo di monitor video in bianco e nero che pulsavano sincronizzati con la musica, creando pattern a scacchiera e mostrando “home movies”. Billboard descrisse l’effetto come “un complemento visivo unico per la performance”.
Party di lancio con Diana Ross
Dopo una serie di concerti al Palladium di New York per celebrare l’uscita dell’album, Reed partecipò a un party con Clive Davis e Diana Ross.
Garland Jeffreys
Il cantautore Garland Jeffreys, amico di Reed dai tempi della scena newyorkese, canta la seconda voce su “You Wear It So Well“. Jeffreys avrebbe poi avuto una carriera solista di culto negli anni ’70 e ’80.
La relazione con Rachel in crisi
Durante le registrazioni, la relazione di Reed con Rachel Humphreys era in grave crisi. Come scrisse un critico: “Quell’uomo era più morto che vivo: la sua relazione con Rachel era un disastro e la pressione di un nuovo contratto discografico non era benvenuta. Ma doveva fare soldi per mantenersi nella sua vita da zombie alimentata dalla speed”.
Sister Ray Enterprises
L’album fu prodotto per Sister Ray Enterprises, Ltd., la compagnia di produzione di Reed il cui nome omaggiava il celebre brano dei Velvet Underground.
Archivio Fotografico
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