New Sensations
«Reed si è assestato su uno schema soddisfacente quanto quello che aveva ai tempi dei Velvet» Robert Christgau, The Village Voice, 1984
L'album
La copertina di New Sensations è una fotografia in bianco e nero a cui qualcuno ha steso a mano il colore dopo lo scatto. I crediti ci dicono che la fotografia e la direzione artistica sono di Waring Abbott, la colorazione a mano è di Liz Lauman. Si faceva così quando la pellicola a colori non c’era ancora.
Quella copertina l’ho guardata per anni senza farci caso. Descrive il disco meglio di qualunque recensione. Il buonumore di New Sensations è vero, però arriva in un secondo passaggio, steso da fuori sopra un materiale che era stato inciso in bianco e nero. Anche gli indirizzi raccontano una lavorazione a strati: si registra agli Skyline Studios, si missa agli Atlantic Studios, si masterizza alla Sterling Sound. Sulla busta di Legendary Hearts, un anno prima, di indirizzo ce n’era solo uno.
La formazione è la stessa soltanto a metà. Fernando Saunders e Fred Maher arrivano da The Blue Mask e da Legendary Hearts, ed è Saunders a prendere anche la chitarra ritmica su due pezzi. Intorno a quel nucleo, Reed e il coproduttore John Jansen chiamano gente che con il rock c’entra poco. Peter Wood porta la fisarmonica. Il violino elettrico è di L. Shankar, che veniva dalla musica indiana e dalla fusion, e ai cori arriva Jocelyn Brown, che proprio nel 1984 aveva un successo suo con Somebody Else’s Guy. I fiati li ha arrangiati Tom Malone. Un organico così Reed non lo ha messo insieme per caso.
Poi ci sono le canzoni, e le canzoni non stanno tutte dalla stessa parte.
Quello che regge meglio, a quarant’anni di distanza, sono i pezzi in cui il colore non copre niente. Turn to Me è un elenco di disastri montato su un giro allegro: chi la sente distrattamente sente una canzone di buon umore, chi ascolta le parole sente qualcuno che lascia il proprio numero di telefono a una persona che sta andando a fondo. My Friend George comincia da un’amicizia nata a otto anni e finisce su un uomo convinto di dover vendicare il genere umano; la calma con cui Reed la canta è la cosa più cupa che ci sia qui dentro. Del resto la calma è il problema centrale del disco, e ci torno più avanti.
C’è poi un titolo che Reed non ha inventato. «What becomes a legend most?» era lo slogan della Blackglama, la campagna di pellicce che dagli anni Sessanta in poi fotografava in visone le grandi dive dello spettacolo. What Becomes a Legend Most prende quella formula, cioè lo strumento con cui si fabbricavano le leggende, e la gira su chi la leggenda ce l’ha addosso da vent’anni.
Il resto del disco punta all’accessibilità e non se ne vergogna. I Love You, Suzanne è pop dritto, senza secondi fini. My Red Joystick e Down at the Arcade vengono tutte e due dalle sale giochi, una delle fissazioni dell’epoca. Endlessly Jealous e High in the City portano il suono del 1984 in modo quasi documentario, con la batteria in primo piano e le tastiere tipiche degli anni. È qui che la lettura corrente del disco si incrina. Fly Into the Sun passa da sempre per il pezzo solare della raccolta, e invece parla della fine del mondo: qualcuno che immagina di dissolversi nella luce e considera la scomparsa del pianeta una liberazione anziché una sciagura. A leggere le parole anziché fidarsi degli arrangiamenti, sotto la vernice si ritrova quasi tutto quello che stava sui due dischi precedenti. Non ci si accorge: la musica sorride.
New Sensations, la canzone, è il pezzo più lungo del disco. Quasi sei minuti: la band entra a strati e Reed racconta una giornata qualunque come se raccontasse una convalescenza. È anche il punto in cui la felicità di cui parlano tutti si sente per davvero, perché viene descritta invece che annunciata. C’è una sola canzone qui dentro che parla del lavoro di altre persone, ed è Doin’ the Things That We Want To.
Nel gennaio del 1985 il Village Voice pubblicò il suo sondaggio annuale fra i critici americani. New Sensations risultò nono, fra Zen Arcade degli Hüsker Dü e il disco d’esordio dei Run-D.M.C. Robert Christgau scrisse che Reed si era assestato su uno schema soddisfacente quanto quello dei tempi dei Velvet. È stato Robert Palmer a metterlo per iscritto sul New York Times, accanto alle cose migliori della carriera solista. Quel consenso si è sciolto in fretta. A rileggerlo adesso stupisce meno di quanto sembri, perché il paragone di allora erano i due dischi cupi appena usciti, e un Reed che scriveva canzoni compiute senza chiedere sofferenza in cambio pareva una notizia.
In classifica il disco andò abbastanza bene: 56° posto in America e 92° in Gran Bretagna, dove ci restò una settimana. Erano cifre migliori di quelle dei due album precedenti, e vennero superate due anni dopo da Mistrial e nel 1989 da New York. La curva commerciale degli anni Ottanta sale, e questo è il primo gradino della salita.
Restano due modi di lavorare. The Blue Mask era stato fatto per sottrazione, con la chitarra spartita fra i canali e nessuno strato in più; qui si procede per aggiunta, e ogni aggiunta si porta dietro la data in cui è stata fatta. Il primo metodo ha retto perché non c’era niente da togliere. Il secondo invecchia come invecchiano le confezioni, dall’esterno verso l’interno, e sotto la confezione la scrittura è intatta. In fondo alla sua scheda Christgau si augurava che Reed potesse continuare a fare dischi così fino ai cinquant’anni. Li ha compiuti il 2 marzo 1992, meno di due mesi dopo l’uscita di Magic and Loss.
Lato A
- 1 I Love You, Suzanne 3:15
- 2 Endlessly Jealous 3:55
- 3 My Red Joystick 3:36
- 4 Turn To Me 4:21
- 5 New Sensations 5:45
Lato B
- 1 Doin' The Things That We Want To 3:54
- 2 What Becomes A Legend Most 3:35
- 3 Fly Into The Sun 3:04
- 4 My Friend George 3:54
- 5 High In The City 3:25
- 6 Down At The Arcade 3:40
Lato A
- 1 I Love You, Suzanne 3:15
- 2 Endlessly Jealous 3:55
- 3 My Red Joystick 3:36
- 4 Turn To Me 4:21
- 5 New Sensations 5:45
Lato B
- 1 Doin' The Things That We Want To 3:54
- 2 What Becomes A Legend Most 3:35
- 3 Fly Into The Sun 3:04
- 4 My Friend George 3:54
- 5 High In The City 3:25
- 6 The Great Defender (Down At The Arcade) 3:40
- 1 I Love You, Suzanne 3:15
- 2 Endlessly Jealous 3:55
- 3 My Red Joystick 3:36
- 4 Turn To Me 4:21
- 5 New Sensations 5:45
- 6 Doin' The Things That We Want To 3:54
- 7 What Becomes A Legend Most 3:35
- 8 Fly Into The Sun 3:04
- 9 My Friend George 3:54
- 10 High In The City 3:25
- 11 The Great Defender (Down At The Arcade) 3:40
Licenziato il giorno prima
Robert Quine, che aveva suonato su The Blue Mask e su Legendary Hearts, non è su questo disco perché Reed lo mandò via alla vigilia delle sedute. Lo ha raccontato lui stesso a Perfect Sound Forever nel novembre 1997: fu licenziato all’incirca il giorno prima che si cominciasse a registrare, e Reed si tenne le parti di chitarra. Non è che non venne invitato, come si legge spesso: venne mandato via a lavorazione già fissata.
Il nastro nel vialetto
La rottura viene dal disco prima. Quando Quine ricevette il missaggio definitivo di Legendary Hearts si accorse che la sua chitarra era stata quasi cancellata: disse che Reed lo aveva praticamente missato fuori dal disco. Era in Ohio, portò il nastro nel vialetto di casa e lo ridusse in pezzi. Due precisazioni, perché la storia gira storta: non era il master dell’album ma la sua copia, e nel racconto che ne ha fatto non compaiono martelli. Delle versioni provvisorie conservava le cassette, e le considerava migliori di quelle pubblicate.
Il riff di I Love You, Suzanne
Secondo il racconto di Fernando Saunders, il giro di chitarra della canzone lo aveva trovato Quine in studio, durante le prove. Reed ci scrisse sopra il testo in poco tempo e firmò il pezzo da solo, così Quine rimase fuori anche dai diritti d’autore. È l’episodio che trasformò una frizione in una frattura.
Il tour del 1984
Quine tornò comunque in tournée con Reed, accanto a Saunders, a Fred Maher e a Peter Wood alle tastiere. Il suo resoconto, però, non descrive una convivenza tesa ma funzionante: dice che la band non era buona, che non avendo suonato sul disco dal vivo aveva poco da aggiungere, e che verso la fine Reed si teneva tutti gli assoli e faceva in modo che lui restasse abbassato nel missaggio anche sul palco. Ne parlò tredici anni dopo, con rammarico, dicendo che avrebbe continuato volentieri se le cose fossero rimaste come ai tempi di The Blue Mask.
Bob Dylan e Doin’ the Things That We Want To
The Rough Guide to the Velvet Underground racconta che Dylan, dopo un concerto, disse a Sylvia Reed che quella canzone avrebbe voluto scriverla lui, e che da quell’ascolto nacque Brownsville Girl. La fonte è una sola e va presa per quello che è, anche se le date non la smentiscono: Dylan incise nel dicembre 1984 New Danville Girl, che sarebbe poi diventata Brownsville Girl. Un dettaglio in effetti torna, ed è che Brownsville Girl porta la firma di Dylan insieme a quella di Sam Shepard, cioè di uno dei due dedicatari della canzone di Reed. Il passaggio inverso è invece documentato: in un’intervista del 1987 Reed definì Brownsville Girl una delle cose più belle che avesse mai sentito in vita sua.
Shepard e Scorsese
Doin’ the Things That We Want To è un omaggio dichiarato al drammaturgo Sam Shepard e al regista Martin Scorsese. Nel testo il titolo dell’opera di Shepard è quello giusto, Fool for Love, e non «True Love»: l’errore sta nelle schede che girano, non nella canzone. Dei film di Scorsese uno solo viene nominato per titolo, Toro scatenato; gli altri due arrivano attraverso i personaggi, Travis Bickle di Taxi Driver e Johnny Boy di Mean Streets.
My Red Joystick
Il brano gioca per intero sul doppio senso, e il titolo resta una figura: nel testo non si nomina nessuna console e nessuna marca. Uscito come singolo nell’aprile 1984 con Turn to Me sul retro, non entrò in nessuna classifica. Nel video compare la stessa ragazza bionda del video di I Love You, Suzanne. Creem lo mise in fila con Brand New Key di Melanie, Squeeze Box degli Who e No Particular Place to Go di Chuck Berry, cioè con le canzoni rock costruite su un’immagine a doppio senso, e sostenne che le batteva tutte.
La Kawasaki
Nella canzone che dà il titolo al disco Reed nomina la propria moto per modello, una Kawasaki GPz. In quegli anni le moto erano una passione vera, divisa fra Kawasaki e Harley-Davidson, e sono uno dei pochi argomenti su cui Reed si è lasciato intervistare volentieri.
I tre singoli
Dall’album ne uscirono tre. My Red Joystick in aprile, I Love You, Suzanne in maggio, High in the City in agosto e nei soli Paesi Bassi. In America l’unico piazzamento di tutta la campagna è il ventottesimo posto di I Love You, Suzanne nella classifica Mainstream Rock; in Australia lo stesso brano arrivò settantunesimo.
Il ritorno in classifica in Gran Bretagna
Il video di I Love You, Suzanne girò su MTV, e il singolo entrò nella classifica britannica al settantottesimo posto, dove restò cinque settimane. Era il primo singolo di Reed a entrarci dai tempi di Walk on the Wild Side, che nel maggio 1973 era arrivato al decimo posto. Fra quelle due date, in Gran Bretagna, non c’è nient’altro.
Lo scooter Honda
Nel 1985 Reed girò lo spot dell’Honda Elite per l’agenzia Wieden & Kennedy, su un’idea di Jim Riswold: sotto le immagini c’è Walk on the Wild Side, e la frase di chiusura invita a non accontentarsi di camminare. La stessa campagna, negli anni successivi, prese Grace Jones, Adam Ant e i Devo.
Open Invitation, l’inedito del 2023
Il 18 marzo 2023 è uscito Open Invitation, un brano registrato durante queste sedute e mai pubblicato prima. Parla di tai chi, e serviva ad accompagnare l’uscita del libro The Art of the Straight Line: My Tai Chi, curato da Laurie Anderson con Stephan Berwick, Bob Currie e Scott Richman. Trentanove anni dopo, l’ultima cosa uscita dalle sessioni di questo disco è una canzone sulla disciplina che Reed avrebbe praticato per il resto della vita.
Archivio Fotografico
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