Lulu
"Un gesto di sfida totale, una collaborazione impossibile, un'opera che rifiuta ogni compromesso"
L'album
Nel 2009, al concerto per il venticinquesimo anniversario della Rock and Roll Hall of Fame, Lou Reed e i Metallica suonarono insieme Sweet Jane e White Light/White Heat. Due anni dopo, quella jam session occasionale diventò un doppio album di ottantasette minuti basato sulle opere teatrali di Frank Wedekind, il drammaturgo tedesco che nel 1895 finì in prigione per aver satirizzato la monarchia. Internet implose. I fan dei Metallica gridarono al tradimento, i fan di Reed alzarono gli occhi al cielo, i critici fecero a gara per la stroncatura più creativa. “I am the table” divenne meme. Amazon registrò recensioni a una stella con paragoni scatologici. Lulu fu dichiarato il peggior album del 2011, forse del decennio, forse della storia del rock.
E se avessero torto tutti?
Il concept è brutale: Lulu, una donna che esiste solo attraverso lo sguardo maschile, attraversa relazioni abusive fino all’incontro finale con Jack lo Squartatore. Reed aveva scritto queste canzoni per la produzione teatrale di Robert Wilson, poi le portò ai Metallica perché le “portassero al livello successivo”. Il risultato è un ibrido che non somiglia a nulla: non è un album dei Metallica con Reed ospite, non è un disco di Reed con backing band metal. È qualcos’altro, un “nuovo animale” come lo definì Kirk Hammett. David Fricke di Rolling Stone, ascoltandolo in anteprima, lo descrisse come l’unione tra Berlin e Master of Puppets. Non aveva torto.
I Metallica qui fanno qualcosa che non avevano mai fatto: suonano al servizio di qualcun altro. James Hetfield canta i cori, non guida. Lars Ulrich tiene il tempo invece di riempire ogni spazio. Le chitarre di Hammett e Hetfield costruiscono muri di suono che sostengono invece di schiacciare. È thrash metal usato come texture, non come esibizione. Reed, settantenne, declama più che cantare, la voce un rudere che si insinua tra i riff come un sopravvissuto che racconta l’orrore. I testi sono disturbanti, grafici, deliberatamente respingenti: “I would cut my legs and tits off when I think of Boris Karloff” non è una frase che cerca approvazione.
Pumping Blood apre con archi orchestrali prima di esplodere in thrash; racconta l’omicidio di Lulu dal suo punto di vista, mentre muore. Cheat on Me, undici minuti, evolve da ambient funebre a tempesta ritmica con una progressione che ricorda il post-rock più che il metal. Iced Honey ha un groove quasi pop, con echi dei Joy Division. Ma è Junior Dad il capolavoro nascosto: diciannove minuti di lenta costruzione, con Rob Wasserman al contrabbasso e archi arrangiati da Jenny Scheinman, che sfociano in otto minuti di drone orchestrale puro, un’elegia che richiama Hudson River Wind Meditations e anticipa la morte di Reed due anni dopo. The Wire scrisse che Lulu era “la realizzazione definitiva dell’estetica di Metal Machine Music, crudele, volgare, a metà innamorata del potere e del dolore, ma con un cuore pulsante al centro”.
Il problema di Lulu non è la qualità: è il contesto. Un album così abrasivo, così lungo, così deliberatamente difficile non poteva sopravvivere al peso delle aspettative combinate di due fandom enormi e incompatibili. I fan dei Metallica volevano riff memorabili e ritornelli. I fan di Reed volevano sottigliezza e ironia. Nessuno voleva ottantasette minuti di teatro espressionista tedesco urlato sopra chitarre distorte. Ma il tempo fa il suo lavoro, come fece con Berlin, come fece con Metal Machine Music. I prezzi del vinile sono esplosi. Le rivalutazioni si moltiplicano. Chi lo odiava nel 2011 ora ammette che forse, forse, c’era qualcosa.
Lulu è l’ultimo album in studio di Lou Reed. Non il testamento che i fan avrebbero voluto, ma quello che Reed scelse di lasciare: un gesto di sfida totale, una collaborazione impossibile, un’opera che rifiuta ogni compromesso. È troppo lungo, troppo abrasivo, troppo tutto. Ma in quei diciannove minuti finali, quando gli archi salgono e la voce di Reed svanisce e resta solo il suono del lutto, Lulu diventa qualcosa che nessuno si aspettava: commovente. Toccante. Sublime. Capolavoro.
Disco 1
- 1 Brandenburg Gate 4:19
- 2 The View 5:17
- 3 Pumping Blood 7:24
- 4 Mistress Dread 6:51
- 5 Iced Honey 4:36
- 6 Cheat On Me 11:26
Disco 2
- 7 Frustration 8:34
- 8 Little Dog 8:01
- 9 Dragon 11:08
- 10 Junior Dad 19:29
Lato A
- 1 Brandenburg Gate 4:19
- 2 The View 5:17
- 3 Pumping Blood 7:24
- 4 Mistress Dread 6:51
Lato B
- 5 Iced Honey 4:36
- 6 Cheat On Me 11:26
- 7 Frustration 8:34
Lato C
- 8 Little Dog 8:01
- 9 Dragon 11:08
Lato D
- 10 Junior Dad 19:29
L’incontro al Rock and Roll Hall of Fame
Tutto iniziò il 30 ottobre 2009, al concerto per il 25º anniversario della Rock and Roll Hall of Fame al Madison Square Garden. Reed e i Metallica suonarono insieme Sweet Jane e White Light/White Heat. Dopo quella performance, cominciarono a parlare di fare un disco insieme. Ci vollero due anni prima che l’idea si concretizzasse.
Frank Wedekind e le opere di Lulu
L’album è basato su due opere teatrali del drammaturgo espressionista tedesco Frank Wedekind: Erdgeist (Lo spirito della terra, 1895) e Die Büchse der Pandora (Il vaso di Pandora, 1904). Raccontano la storia di Lulu, una femme fatale la cui sessualità disinibita la trascina attraverso una spirale di seduzione, violenza, degrado e morte — finisce uccisa da Jack lo Squartatore a Londra. Le stesse opere avevano ispirato il film muto Il vaso di Pandora (1929) con Louise Brooks e l’opera incompiuta di Alban Berg.
Robert Wilson e il Berliner Ensemble
Reed aveva scritto le canzoni originariamente per una produzione teatrale di Robert Wilson, lo stesso regista con cui aveva collaborato per Time Rocker (1996) e POEtry (2000). Lo spettacolo debuttò nell’aprile 2011 al Theatre am Schiffbauerdamm di Berlino, il teatro fondato da Bertolt Brecht. Reed voleva portare quel materiale «al livello successivo», e per farlo scelse la band più pesante del pianeta.
Registrato in meno di due settimane
Normalmente i Metallica impiegano anni a registrare un album. Lulu fu completato in circa due settimane, tra aprile e giugno 2011 agli HQ Studios di San Rafael, California. La velocità fu deliberata: Reed voleva catturare l’energia grezza delle jam session, senza sovraincisioni eccessive o ripensamenti.
«I am the table»
Su The View, James Hetfield canta la frase «I am the table», un riferimento alla tavola dell’Ultima Cena nel contesto dei testi di Reed. La frase divenne immediatamente un meme. I burloni modificarono la pagina Wikipedia di Hetfield, elencando le sue occupazioni come «musicista, cantautore, produttore e tavolo». Hetfield la prese con filosofia.
La sfida a duello con Lars Ulrich
Durante le registrazioni, Reed e Lars Ulrich quasi vennero alle mani. Ulrich raccontò a Spin: «Una volta dovetti fargli notare qualcosa su come funzionavano le cose nel mondo esterno e lui si scaldò. Mi sfidò a un combattimento di strada, che è una prospettiva piuttosto intimidatoria perché è un esperto di arti marziali e non è mai troppo lontano da una spada».
Junior Dad: 19 minuti di addio
La traccia di chiusura, Junior Dad, dura 19 minuti e 28 secondi. Gli ultimi otto minuti sono un drone ambient di archi, con violoncello, viola e contrabbasso elettrico di Rob Wasserman. È il momento più delicato e vulnerabile dell’intero album e, col senno di poi, suona come un commiato. Reed morì due anni dopo.
Il crollo delle vendite
Lulu vendette 13.000 copie nella prima settimana negli USA, debuttando al #36 della Billboard 200. La settimana successiva crollò a 3.000 copie e uscì dalla classifica. Per confronto: Death Magnetic dei Metallica (2008) aveva venduto 490.000 copie in tre giorni. Persino St. Anger (2003), l’album più criticato della band, aveva mosso 418.000 copie nella prima settimana.
«Metallica fans are threatening to shoot me»
Reed commentò le reazioni con il suo tipico distacco: «I fan dei Metallica minacciano di spararmi». Lars Ulrich fu più diplomatico: «Non è per tutti, ma penso sia un disco fantastico». Kirk Hammett: «Amo quell’album da morire. È un peccato che gli altri non la vedano come me, ma cosa posso farci?»
David Bowie: «Il suo capolavoro»
Dopo la morte di Reed nell’ottobre 2013, la vedova Laurie Anderson rivelò in un discorso alla Rock and Roll Hall of Fame (aprile 2015) che David Bowie le aveva detto: «Ascolta, questo è il più grande lavoro di Lou. Questo è il suo capolavoro. Aspetta, sarà come Berlin. Ci vorrà un po’ perché tutti lo capiscano».
Il manichino della copertina
L’immagine di copertina è un manichino di cera senza braccia, pesantemente truccato, risalente al 1900 circa. Proviene dalla collezione del Werkbundarchiv – Museum der Dinge di Berlino. L’immagine evoca perfettamente il personaggio di Lulu: una donna trasformata in oggetto, bella e mutilata, desiderata e distrutta.
L’edizione deluxe con Anton Corbijn
L’edizione deluxe includeva due libri 30×30 cm: uno con i testi e immagini dal Museum der Dinge, l’altro con 12 fotografie in bianco e nero scattate da Anton Corbijn a Göteborg, Svezia, nell’estate 2011. Corbijn aveva già fotografato i Metallica e lavorato con U2, Depeche Mode e innumerevoli icone rock.
L’ultimo album in studio di Lou Reed
Lulu fu l’ultimo progetto discografico completo a cui Reed partecipò prima della morte, avvenuta il 27 ottobre 2013 per complicazioni legate a un trapianto di fegato. Aveva 71 anni. Morì esattamente due anni dopo l’uscita dell’album, quasi al giorno.
«Whatever the hell he wants»
Un critico sintetizzò così il significato di Lulu: «Reed ha concluso la sua carriera facendo quello che ha sempre fatto: qualsiasi cazzo di cosa gli andasse». I Metallica, dal canto loro, potevano vantare di aver realizzato il disco più rischioso e impopolare della loro carriera il che, per una band accusata di essersi venduta al mainstream, era forse il più grande atto di ribellione possibile.
Archivio Fotografico
Clicca sulle immagini per ingrandirle