Growing Up In Public
«Growing Up in Public è il documento di quel passaggio: il suono di qualcuno che tocca il fondo e decide che è ora di risalire. Non il suo disco migliore, ma forse il più coraggioso»
L'album
Con Growing Up in Public Lou Reed decide di diventare adulto. O almeno di fingere in modo convincente. Il disco arriva nell’aprile 1980 come l’ultimo atto di un decennio trascorso a oscillare tra genio e autodistruzione, e suona esattamente così: un uomo che cerca la via d’uscita da un labirinto che ha costruito lui stesso.
Il contesto è quello di una resa dei conti. Reed ha quarant’anni in arrivo, è ancora legato alla Arista per un album, e sta per sposare Sylvia Morales, designer britannica incontrata nella scena punk newyorkese intorno al 1977. A differenza del debito contrattuale con la RCA, saldato con Metal Machine Music, questa volta Reed sceglie di consegnare qualcosa di onesto. Forse troppo onesto. L’album è co-scritto e co-prodotto interamente con Michael Fonfara, il tastierista che lo accompagna dal 1974, e rappresenta l’addio definitivo alla Everyman Band: Fonfara, Suchorsky, Moose Boles, Stuart Heinrich, Chuck Hammer. Dopo sei anni insieme, Reed li congeda tutti. Sta per entrare in rehab, trasferirsi in New Jersey, e ricominciare da zero.
Il risultato è un disco che suona come una confessione riluttante. “My Old Man” affronta il rapporto col padre con una brutalità che Reed non si era mai concesso: il vecchio Sidney Reed, l’uomo che aveva firmato per l’elettroshock del figlio diciassettenne, viene ritratto senza filtri né perdono. “The Power of Positive Drinking” razionalizza l’alcolismo con un’ironia così tagliente da sembrare autolesionismo. “Keep Away” elenca comicamente tutti i modi in cui Reed cambierà per la donna che ama, sapendo benissimo che non lo farà. “Smiles” contiene una delle righe più agghiaccianti della sua carriera: “My mother said to me, ‘Never ever, let anyone see that you’re happy.'” La famiglia Reed non ne esce bene.
Ma c’è anche luce. “Think It Over” è una ballata d’amore per Sylvia di una dolcezza quasi imbarazzante per gli standard di Reed, con un arrangiamento da supper club anni Cinquanta che sembra voler dire: sono pronto a essere normale. È il brano più bello dell’album, e forse il più vulnerabile che Reed abbia mai scritto. Non c’è cinismo, non c’è distacco, solo un uomo innamorato che chiede una possibilità.
I numeri sono però impietosi: posizione 158 in Billboard, il peggior risultato della sua carriera fino a quel momento.
La produzione è il problema principale. Gli arrangiamenti sono scarni, quasi scheletrici, e il suono ha quella patina plasticosa del 1980 che invecchia male. Reed e Fonfara cercano di bilanciare accessibilità commerciale e introspezione, ma non trovano mai il punto d’equilibrio. Ci sono troppe tastiere, troppo poco spazio, e una sensazione generale di compromesso mal riuscito.
Eppure Growing Up in Public ha qualcosa che i dischi precedenti non avevano: la sensazione che Reed stia dicendo la verità. Non la verità teatralizzata di Berlin, non la verità aggressiva di Street Hassle. Una verità più scomoda, più banale: quella di un uomo di mezza età che deve fare i conti con i propri genitori, i propri fallimenti, la propria incapacità di essere felice. È un disco minore, certamente. Ma è anche un disco necessario nel percorso di Reed verso The Blue Mask.
Sylvia Morales avrebbe disegnato la copertina ispirandosi all’estetica dei crooner anni Cinquanta: Reed in posa da intrattenitore da supper club, un’immagine che voleva segnalare la transizione da provocatore rock a figura più contemplativa. Funziona a metà. Reed non sarebbe mai diventato normale, ma almeno ci ha provato. E nel provarci, ha scritto alcune delle canzoni più rivelatrici della sua carriera.
Subito dopo le registrazioni, Reed sposò Sylvia e si fece ricoverare. Due anni dopo sarebbe tornato con The Blue Mask, sobrio, affilato, rinato. Growing Up in Public è il documento di quel passaggio: il suono di qualcuno che tocca il fondo e decide che è ora di risalire. Non il suo disco migliore, ma forse il più coraggioso.
Lato A
- 1 How Do You Speak To An Angel 4:08
- 2 My Old Man 3:15
- 3 Keep Away 3:31
- 4 Growing Up In Public 3:00
- 5 Standing On Ceremony 3:32
Lato B
- 1 So Alone 4:05
- 2 Love Is Here To Stay 3:10
- 3 The Power Of Positive Drinking 2:13
- 4 Smiles 2:44
- 5 Think It Over 3:25
- 6 Teach The Gifted Children 3:20
Lato A
- 1 How Do You Speak To An Angel 4:08
- 2 My Old Man 3:15
- 3 Keep Away 3:31
- 4 Growing Up In Public 3:00
- 5 Standing On Ceremony 3:32
Lato B
- 1 So Alone 4:05
- 2 Love Is Here To Stay 3:10
- 3 The Power Of Positive Drinking 2:13
- 4 Smiles 2:44
- 5 Think It Over 3:25
- 6 Teach The Gifted Children 3:20
- 1 How Do You Speak To An Angel 4:08
- 2 My Old Man 3:15
- 3 Keep Away 3:31
- 4 Growing Up In Public 3:00
- 5 Standing On Ceremony 3:32
- 6 So Alone 4:05
- 7 Love Is Here To Stay 3:10
- 8 The Power Of Positive Drinking 2:13
- 9 Smiles 2:44
- 10 Think It Over 3:25
- 11 Teach The Gifted Children 3:20
Matrimonio con Sylvia Morales
Reed sposò Sylvia Morales il 14 febbraio 1980 (San Valentino), poco dopo le sessioni di registrazione. Sylvia, designer britannica, incontrò Reed nella scena del CBGB intorno al 1977. Fu la sua compagna costante e collaboratrice artistica per 18 anni, gestendo management, scenografie e illuminazione dei concerti. Contribuì anche al design di molte copertine di Reed.
“Think It Over” per Sylvia
Il brano più intimo dell’album è una canzone d’amore dedicata alla futura moglie. Contiene una citazione da Annie Hall: il “La, Dee, Dah, Dee, Dah” che Diane Keaton ripete a Woody Allen. Reed spiegò in un’intervista che pensava sia a Sylvia che alla scena del film in cui Allen, dopo la separazione, esce con una donna bella ma stupida e la scena dei granchi non è più divertente.
Concept della copertina
Sylvia Reed concepì la copertina ispirandosi all’estetica dei crooner anni ’50 nei supper club, un cantante in posa pseudo-casual. Il risultato fu la famosa foto di Reed in maglietta sudata, che alcuni fan ribattezzarono ironicamente “Growing Up in Pubic” (anagramma osceno del titolo).
Chuck Hammer e la Guitarchitecture
Il chitarrista Chuck Hammer, che aveva tourneato con Reed dal 1978, portò tecnologie innovative con il sintetizzatore per chitarra Roland GR-500. Hammer sviluppò in questo periodo il suo approccio chiamato “Guitarchitecture”. Subito dopo queste sessioni (marzo 1980), Hammer registrò con David Bowie su Scary Monsters, contribuendo ai suoni testurali di “Ashes to Ashes” e “Teenage Wildlife“.
AIR Studios Montserrat
Lo studio caraibico di George Martin, in una location remota che offriva isolamento creativo totale. Reed e la band beneficiarono dell’ambiente rilassato dell’isola per le sessioni.
Marty Fogel assente
L’intervistatore chiese a Reed che fine avesse fatto il sassofonista Marty Fogel. Reed spiegò che aveva deciso di non usare fiati su questo album, optando per un suono più diretto e rock.
Temi autobiografici
L’album esplora il conflitto tra un uomo adulto e i suoi genitori (“My Old Man“), l’alcolismo satirizzato (“The Power of Positive Drinking“), l’amore ritrovato (“Think It Over“, “Smiles“, “How Do You Speak to an Angel“) e la crescita personale (la title track).
Fine del contratto Arista
L’album segnò l’inizio della fine del rapporto con Clive Davis e Arista. Un anno dopo, durante un concerto al Bottom Line, Reed urlò a Davis dal palco: “Ho bisogno di soldi per vivere!”
Preludio agli anni ’80
Nonostante le recensioni tiepide, l’album segna l’inizio di una nuova fase per Reed. Con The Blue Mask (1982), avrebbe rivoluzionato completamente il suo approccio, formando una nuova band con Robert Quine.
Archivio Fotografico
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