Berlin: Live at St. Ann’s Warehouse
«For what? I always liked Berlin». Lou Reed, quando gli fu chiesto se si sentisse finalmente vendicato
L'album
Nel 1973 Rolling Stone definì Berlin “un disastro” e paragonò l’ascolto a “entrare in un demi-monde distorto e degenerato di paranoia, schizofrenia, degradazione, violenza indotta da pillole e suicidio.” Trentaré anni dopo, quella frase potrebbe stare sulla fascetta promozionale. Il tempo ha trasformato il fiasco commerciale in capolavoro incompreso, e Reed ha finalmente potuto fare ciò che nel ’73 era impensabile: portare l’intera opera sul palco. Non una celebrazione nostalgica, non una reunion per pagare i debiti: una rivendicazione.
Susan Feldman del St. Ann’s Warehouse e il Sydney Festival hanno fornito il pretesto. Julian Schnabel, pittore diventato regista, da Basquiat a Lo scafandro e la farfalla, ha curato regia e scenografia. Bob Ezrin, il produttore originale che nel ’73 mise insieme Steve Winwood e Jack Bruce, torna a dirigere un ensemble di 35 elementi. E Steve Hunter, il chitarrista ventitreenne che nel ’73 registrò il suo secondo album importante, riceve una telefonata a Hollywood: “Vuoi suonare tutto Berlin dal vivo con orchestra e coro?”. Trentré anni di attesa per quella domanda.
La voce di Reed nel 2006 è un rudere magnifico. Roca, segnata, incapace delle sfumature di un tempo, il che paradossalmente funziona. Jim e Caroline non sono più personaggi interpretati da un trentunenne: sono fantasmi evocati da un sopravvissuto di sessantaquattro anni che sa esattamente dove porta quella strada. Su Caroline Says II, quando canta “I don’t love you anymore”, non sta recitando: sta testimoniando. Sharon Jones porta muscolo soul dove serviva già nel ’73. Antony Hegarty è la rivelazione: la sua voce androgina su Candy Says, relegata all’encore insieme a Rock Minuet e Sweet Jane, evoca Nico con una purezza che Nico stessa non raggiunse mai. Il Brooklyn Youth Chorus su The Kids ricorda che la canzone più controversa dell’album, quella con i bambini che piangono, che Ezrin giura di non aver ottenuto mentendo a suo figlio sulla morte della madre, resta insostenibile anche senza trucchi di studio.
Gli arrangiamenti rispettano l’originale ma respirano. Nel ’73 la produzione di Ezrin era claustrofobica, deliberatamente soffocante; qui Fernando Saunders, Tony “Thunder” Smith e Rob Wasserman forniscono fondamenta più solide, la sezione fiati con Steven Bernstein e Paul Shapiro ha spazio per i soli, gli archi di Jane Scarpantoni ed Eyvind Kang non annegano nel mix. Hunter, finalmente libero dal suono ovattato dei ’70, dimostra perché Reed lo volle al posto di Dick Wagner per i soli più emotivi. Il film di Schnabel aggiunge proiezioni impressionistiche di sua figlia Lola, Emmanuelle Seigner come Caroline in Super-8 sgranato, ma l’audio basta e avanza. Questo non è Rock n Roll Animal, non è il classico riarrangiato per arena rock: è l’opera da camera che Berlin avrebbe dovuto essere dal vivo nel ’73, se qualcuno avesse avuto il coraggio di finanziarla. La vendetta migliore è vivere abbastanza a lungo da avere ragione.
Trentatré anni per dimostrare che i critici avevano torto. Ne valeva la pena.
- 1 Intro 1:51
- 2 Berlin 2:34
- 3 Lady Day 4:12
- 4 Men Of Good Fortune 6:35
- 5 Caroline Says, Pt. I 4:31
- 6 How Do You Think It Feels 5:37
- 7 Oh, Jim 8:16
- 8 Caroline Says, Pt. II 4:33
- 9 The Kids 8:08
- 10 The Bed 5:58
- 11 Sad Song 8:21
- 12 Candy Says 6:04
- 13 Rock Minuet 7:18
- 14 Sweet Jane 5:31
Lato A
- 1 Intro 1:51
- 2 Berlin 2:35
- 3 Lady Day 4:12
- 4 Men Of Good Fortune 6:36
- 5 Caroline Says, Pt. I 4:32
Lato B
- 1 How Do You Think It Feels 5:37
- 2 Oh, Jim 8:16
- 3 Caroline Says, Pt. II 4:34
Lato C
- 1 The Kids 8:08
- 2 The Bed 5:59
- 3 Sad Song 8:22
Lato D
- 1 Candy Says 6:05
- 2 Rock Minuet 7:19
- 3 Sweet Jane 5:31
Il disastro che divenne capolavoro
Nel 1973 Rolling Stone definì Berlin “un disastro” e paragonò l’ascolto a «entrare in un demi-monde distorto e degenerato di paranoia, schizofrenia, degradazione, violenza indotta da pillole e suicidio.» Trent’anni dopo, la stessa rivista inserì l’album al #344 nella lista dei 500 migliori album di sempre. Quando chiesero a Reed se si sentisse vendicato, rispose: «For what? I always liked Berlin».
Il sogno interrotto del 1973
Reed ed Ezrin avevano pianificato di portare Berlin in tour subito dopo la pubblicazione. Le stroncature della critica e il fallimento commerciale uccisero il progetto. L’opera era troppo ambiziosa, troppo cupa, troppo costosa per l’epoca. Ci vollero 33 anni perché qualcuno avesse il coraggio di finanziarla.
Susan Feldman e il Sydney Festival
Fu Susan Feldman, direttrice creativa del St. Ann’s Warehouse di Brooklyn, insieme al Sydney Festival australiano, a fornire finalmente l’occasione. Il St. Ann’s era diventato il luogo ideale per progetti artistici ambiziosi e non convenzionali, esattamente ciò che Berlin richiedeva.
Julian Schnabel: dal pennello alla macchina da presa
Il pittore neo-espressionista diventato regista (Basquiat, Before Night Falls, Lo scafandro e la farfalla) curò regia e scenografia del film concerto. Schnabel era amico intimo di Reed e considerava Rock Minuet (da Ecstasy) tra le sue canzoni preferite. Le proiezioni durante lo show includevano filmati Super-8 girati dalla figlia Lola, con Emmanuelle Seigner, compagna di Roman Polanski, nel ruolo di Caroline, immagini sgranate e impressionistiche che evocavano il demi-monde dell’opera.
Bob Ezrin: il ritorno del creatore
Il produttore originale che nel 1973 aveva messo insieme Steve Winwood, Jack Bruce e un’orchestra completa, tornò come direttore musicale. Ezrin aveva raccontato che i 12 giorni in studio per l’album originale furono tra i più devastanti della sua carriera, lasciandolo con una sorta di stress post-traumatico temporaneo: «Tornai a casa e cominciai a rompere cose. Quell’album mi aveva teso come una corda di violino».
I bambini che piangono: la leggenda e la verità
The Kids, la canzone più controversa dell’album, contiene il suono di bambini che piangono e chiamano la madre. La leggenda vuole che Ezrin abbia mentito a suo figlio dicendogli che la madre era morta per ottenere quelle registrazioni. Ezrin ha sempre negato, sostenendo di aver semplicemente registrato un normale capriccio infantile. Le voci erano dei suoi figli David e Joshua. Nel 2006 il Brooklyn Youth Chorus ricreò dal vivo quell’effetto agghiacciante, una sirena umana che si gonfia fino a proporzioni mastodontiche prima di fermarsi di colpo, lasciando solo la voce di Reed con una chitarra acustica.
Sharon Jones : muscolo soul dove serviva
La cantante di Sharon Jones & The Dap-Kings portò potenza gospel e soul dove l’album originale ne aveva bisogno già nel 1973. Su Caroline Says II, quando Reed canta «I don’t love you anymore», le voci di Sharon Jones e Antony Hegarty rendono il finale «It’s so cold in Alaska» ancora più straziante.
Il Sydney Festival
Dopo le cinque serate al St. Ann’s Warehouse nel dicembre 2006, lo show fu replicato al Sydney Festival in Australia nel gennaio 2007. Il tour dimostrò che Berlin poteva funzionare come evento teatrale, non solo come curiosità per fan accaniti.
Il film e l’album, uscita simultanea
Nel novembre 2008 Matador Records pubblicò l’album audio mentre la Weinstein Company distribuì il DVD del film di Schnabel. Era la prima volta che Berlin esisteva in forma audiovisiva completa.
Archivio Fotografico
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