1969: Velvet Underground Live with Lou Reed
"Il documento definitivo dei Velvet Underground dal vivo: senza pretese, senza art-rock, la migliore band dal vivo che non avete mai sentito. Fino a quando qualcuno registra"
L'album
Settembre 1974. I Velvet Underground sono morti e sepolti da tre anni, Lou Reed è una star solista grazie a Transformer, e Mercury Records pubblica un doppio album dal titolo goffo e commerciale: 1969: Velvet Underground Live with Lou Reed. Il nome di Lou nel titolo è puro marketing, come se gli altri fossero solo la sua backing band. La copertina, nelle immortali parole di Patti Smith, “fa schifo”. La foto interna nel gatefold mostra una formazione diversa, un’incarnazione precedente della band. Tutto è sbagliato nel packaging, tutto è calcolato male. Eppure questo disco è il documento definitivo dei Velvet Underground dal vivo. La prima e l’ultima parola su cosa fossero quando salivano su un palco.
Autunno 1969. I Velvet fanno oltre settanta date in tour per Stati Uniti e Canada. A quel punto hanno una fanbase solida, e ogni tanto qualche fan porta registratori per catturare i concerti. Il 19 ottobre a Dallas, al club End of Cole Avenue, un fan che è anche ingegnere del suono porta la sua attrezzatura professionale. A novembre al Matrix di San Francisco, la band ottiene il permesso di usare il mixer quattro tracce interno del locale. Per una volta, il suono è decente. Non perfetto, ma decente. Abbastanza per catturare cosa significava davvero sentire questa band dal vivo.
Lou introduce: “Buonasera, siamo i Velvet Underground”. È lontano anni luce dall’altro intro pronunciato quello stesso anno: “Signore e signori, la più grande rock and roll band del mondo”. Lou è sottotono, cordiale, quasi timido. Chiede al pubblico se preferiscono un set lungo o due set separati. Racconta del risultato della partita dei Dallas Cowboys. Passa quasi un minuto e mezzo prima che, dal nulla, dica casualmente: “Questa è una canzone chiamata I’m Waiting for the Man“. E la band parte con un groove storico, solido come roccia.
Questo è il sound dei Velvet Underground senza pretese, senza art-rock, senza Warhol, senza Cale. È Lou, Sterling Morrison, Maureen Tucker e Doug Yule, il membro più sottovalutato della band. Doug al basso suona melodico, fluido, essenziale. Moe alla batteria è maestosa nella sua semplicità, una delle grandi incomprese della storia del rock. Sterling alla chitarra è precisione chirurgica. Lou canta, e qui canta davvero, con voce espressiva che fa rimpiangere i giorni in cui si sforzava ancora.
La scaletta è una greatest hits non ufficiale: I’m Waiting for the Man, Sweet Jane, Heroin, Pale Blue Eyes, White Light/White Heat, Rock & Roll, Femme Fatale (cantata da Lou invece che da Nico), What Goes On, Beginning to See the Light. Ma non sono ripetizioni pedisseque delle versioni studio. Qui la band si allunga, jamma, esplora. What Goes On si estende per nove minuti di groove ipnotico. Ocean diventa un epico di dieci minuti che sale e scende senza viola di Cale ma senza perdere nulla. White Light/White Heat è un treno che deraglia nel modo migliore possibile. Entrambe le versioni di Heroin qui registrate eguagliano o superano l’originale.
E poi c’è Sweet Jane. Questa versione è più lenta, più quieta, più introspettiva di quella su Loaded. E soprattutto contiene il bridge “vino e rose celesti sembrano sussurrarmi quando lei sorride” che Atlantic aveva tagliato dalla versione studio. Molti considerano questa la migliore versione di Sweet Jane mai registrata. Lou sputa le parole come se non fossero niente, con un sorriso quieto nella voce, consapevole di aver creato una canzone perfetta.
Il disco include anche canzoni che non appariranno mai su album in studio: We’re Gonna Have a Real Good Time Together, Over You, Sweet Bonnie Brown/It’s Just Too Much. Sono pezzi che aggiungono al canone, che mostrano lati della band che gli album ufficiali non catturano. Lisa Says e Ocean finiranno sull’album solista di Lou del 1972, ma qui suonano più vive, più urgenti.
La storia dietro la pubblicazione è torbida. L’ex manager Steve Sesnick aveva i nastri e cercava di venderli per soldi, sostenendo di possedere il nome della band e i diritti. Poi qualcun altro si fa coinvolgere, contatta gli altri membri, e il management di Lou prende i nastri dicendo “non sono tuoi” e li pubblica. Il critico musicale Paul Nelson, che lavorava per Mercury, compila il doppio album dalle registrazioni migliori. Il doppio viene venduto al prezzo di un singolo, gesto raro e generoso.
Nel 1974, molti degli album studio dei Velvet Underground sono fuori catalogo negli Stati Uniti. Questo live diventa per molti il primo approccio alla band, il disco più facilmente reperibile. È uno dei più popolari della loro discografia, cult tra i fan. Spin Magazine’s Alternative Record Guide lo includerà nel top 100 album alternativi di tutti i tempi nel 1995. Robert Christgau gli dà A- e scrive: “È bello avere una registrazione live dal suono decente della leggenda, specialmente una che aggiunge nuove canzoni e ritornelli al canone. Questa è una testimonianza più impressionante di Lou Reed di qualsiasi suo disco solista”.
Il disco è prova che i Velvet Underground dal vivo non erano hipster distaccati e freddi come ci si potrebbe immaginare. Erano sorprendentemente intimi, caldi, umani. Quando si bloccavano in un groove eterno, come su What Goes On e Rock & Roll, diventavano inarrestabili. Dimostravano che sotto tutta l’arte, tutta la sperimentazione, tutta la trasgressione, erano una rock band. Una delle migliori che abbiate mai sentito, anche se non li avete mai sentiti quando erano vivi.
Nel 1988 PolyGram ristampa il doppio come due CD separati a budget price, aggiungendo una bonus track per disco. È scelta discutibile: dividere qualcosa che era nato come esperienza unica. Ma almeno rende disponibile la musica. Nel 2024 arriva il primo reissue in vinile dopo oltre quarant’anni, finalmente con audio decente.
I nastri originali andranno persi. Alcune tracce su questo album sono ricavate da acetati. Ma non importa. Quello che conta è qui: la vita, la forza vitale, l’energia di una band nella transizione da mercanti di rumore junkie a leggende del pop rock ignorate. È il posto dove trovare tutte le canzoni dei Velvet Underground che davvero vuoi ascoltare, senza le pretese, senza Black Angel’s Death Song o European Son o gli altri pezzi che ascolti principalmente da solo. Qui c’è rock and roll puro, suonato da persone che lo intendevano davvero, catturato in momenti di grazia prima che tutto finisse.
“Buonasera, siamo i Velvet Underground”. E poi partono. E per settanta minuti sono la migliore band dal vivo che non avete mai sentito. Fino a quando qualcuno registra, e finalmente potete.
Lato A
- 1 Waiting For My Man 7:00
- 2 Lisa Says 5:46
- 3 What Goes On 8:47
- 4 Sweet Jane 3:58
Lato B
- 1 We're Gonna Have A Real Good Time Together 3:12
- 2 Femme Fatale 3:01
- 3 New Age 6:31
- 4 Rock And Roll 6:00
- 5 Beginning To See The Light 5:26
Lato C
- 1 Ocean 10:46
- 2 Pale Blue Eyes 5:50
- 3 Heroin 9:42
Lato D
- 1 Some Kinda Love 4:44
- 2 Over You 2:15
- 3 Sweet Bonnie Brown / It's Just Too Much 7:50
- 4 White Light/White Heat 8:32
- 5 I'll Be Your Mirror 2:17
Lato A
- 1 Waiting For My Man 7:00
- 2 Lisa Says 5:46
- 3 What Goes On 8:47
- 4 Sweet Jane 3:58
- 5 We're Gonna Have A Real Good Time Together 3:12
- 6 Femme Fatale 3:01
- 7 New Age 6:31
- 8 Rock And Roll 6:00
Lato B
- 1 Ocean 10:46
- 2 Pale Blue Eyes 5:50
- 3 Heroin 9:42
- 4 Some Kinda Love 4:44
- 5 Over You 2:15
- 6 White Light/White Heat 8:32
- 7 I'll Be Your Mirror 2:17
La copertina controversa
L’illustrazione di Ernst Thormahlen mostra una figura femminile di spalle, con le natiche in primo piano — knock-kneed, gambe a X, come notarono molti. Per decenni, i fan pensarono fosse opera di Andy Warhol. Non lo era. Ma quell’immagine provocatoria aiutò certamente a vendere copie a teenager attratti dal tabù. Patti Smith, com’era nel suo stile, commentò che la copertina “mangiava merda”.
Il gatefold ingannevole
L’interno del gatefold mostrava foto della formazione originale con John Cale, ma Cale non suona una nota sull’album. Era un’operazione di marketing, un tentativo di associare il disco all’era Warhol/Factory. I veri protagonisti, Doug Yule e Maureen Tucker, meritavano di meglio.
Tre brani fantasma
We’re Gonna Have a Real Good Time Together, Over You e Sweet Bonnie Brown / It’s Just Too Much non apparvero mai su nessun album in studio dei Velvet Underground. Rimasero esclusive di questo album live per anni, testimonianze di un repertorio più ampio di quanto la discografia ufficiale lasciasse intendere.
Lisa Says e Ocean, le prove generali
Lisa Says e Ocean sarebbero apparse due anni dopo sull’album solista omonimo di Reed del 1972. Qui le ascoltiamo nella loro forma originale, con la band completa, prima che Reed le rielaborasse per la carriera solista.
Sweet Jane e Rock and Roll: versioni pre-Loaded
Le versioni di Sweet Jane e Rock and Roll qui sono diverse da quelle che sarebbero apparse su Loaded l’anno dopo. Più grezze, meno rifinite, ma con un’energia che le versioni in studio non avrebbero catturato completamente.
What Goes On — Nove minuti di ipnosi
La versione di What Goes On si estende a quasi nove minuti, con l’organo di Doug Yule che sale verso altezze vertiginose. È forse il momento più celebrato dell’album, una dimostrazione di come la band potesse bloccarsi in un groove e cavalcarlo verso l’infinito.
I’m Waiting for the Man: blues rallentato
La versione di apertura è radicalmente diversa dall’originale del 1967. Reed la suona come un blues lento, meditativo, con un’introduzione parlata sui sogni. Sette minuti contro i quattro e mezzo dell’originale. Un altro mondo.
La causa del Matrix
Peter Abram, proprietario del Matrix, non aveva dato il permesso alla Mercury di pubblicare le registrazioni del suo locale. Reed aveva venduto i nastri senza consultarlo. Abram dovette fare causa per ottenere le royalties che gli spettavano.
Lou chiama la mamma di Elliott
Dopo aver letto le note di copertina di Elliott Murphy, Lou Reed chiamò la madre di Murphy a New York per parlare con lui. Elliott era fuori. Sua madre riferì che “un ragazzo gentile di nome Lewis Reed” aveva telefonato. Murphy capì quanto quelle parole fossero state apprezzate.
I nastri perduti (e ritrovati)
Le registrazioni originali a quattro tracce del Matrix (quarantadue canzoni, quattro ore di materiale) esistevano ancora, custodite da Peter Abram. Per l’album del 1974 furono usate solo le copie mixate a due tracce, di qualità inferiore. Ci vollero altri quarant’anni prima che i nastri originali venissero finalmente pubblicati: The Complete Matrix Tapes (2015), quattro CD che rivelarono quanto magnifico fosse il suono originale.
Il problema della velocità
Come per Live at Max’s Kansas City, alcuni fan hanno notato che l’album sembra masterizzato a una velocità leggermente sbagliata, rendendo il suono più “frenetico” del dovuto.
Archivio Fotografico
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