
Ci sono epoche in cui la musica cessa di essere la semplice colonna sonora della nostra vita per diventare maestra di nuovi pensieri, di sogni, di rivoluzioni, di libertà.
Un cattivo maestro, la rappresentazione del negativo, un microfono davanti al malessere, all’inquietudine e al degrado umano. Nel momento in cui l’utopia hippie degli anni ’60 prometteva un mondo migliore, a New York Lou Reed coi Velvet Underground portava in scena la bellezza del male, il male della bellezza esplorando le fogne della città e gli eccessi di un mondo candido e putrido. La “banana” dei Velvet Underground, ovvero il loro primo disco del 1967, avrebbe minato alla base la storia del rock infiltrandosi come un virus negli anni e nelle decadi successive e Lou Reed avrebbe acquistato quella saggezza al vetriolo che è propria dei poeti. Un poeta in perenne equilibrio tra l’intelletto della letteratura e la crudezza del rock, tra il potere della parola e la fisicità di una chitarra elettrica. Armato di una manciata di accordi ha raccontato storie di ordinaria follia e straordinaria depravazione, di ascesa e caduta, di emarginati e femmine fatali, di tossici e rifiuti urbani, di sofferenze e morti con l’occhio freddo di un chirurgo davanti al proprio paziente, evitando di dare giudizi sui comportamenti, ma accettandoli come una imprescindibile manifestazione della natura dell’uomo.
Apriamo la nuova stagione con un concerto alla Festa di Liberazione di Roma che si terrà in zona Centocelle (Parco Santa Madre Teresa di Calcutta – Viale Palmiro Togliatti). Dopo il dibattito con Ferrero saliremo sul palco e ci butteremo a capofitto in una bella serata rock dedicata al nostro Lou.
Vi aspettiamo numerosi!