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Intervista esclusiva a Bob Ezrin

In occasione del Berlin Tour del 2007, LouReed.it ha avuto l’occasione di intervistare il leggendario produttore canadese Bob Ezrin. Classe 1949, Ezrin ha prodotto alcune delle pietre miliari del rock: “Berlin” di Lou Reed, “The Wall” dei Pink Floyd, “Welcome to my Nightmare” e i primi album di Alice Cooper, “Peter Gabriel I” di Peter Gabriel, “Destroyer” dei Kiss e, più recentemente, lo splendido “Fragile” dei Nine Inch Nails. Di seguito l’intervista in esclusiva.



LouReed.it: Hai lavorato agli arrangiamenti e alla produzione di almeno due grandi album del rock: “The Wall” e “Berlin”. Ti senti particolarmente vicino ad uno dei due? Se sì, a quale? Quali differenze hai notato nel modo di lavorare in studio di questi due grandi artisti, Lou Reed e Roger Waters?

Ezrin: Sono persone molto diverse che condividono alcune similarità distintive: sono due geni il cui strumento principale è un linguaggio parco, preciso ma squisitamente evocativo. Entrambi scrivono melodie semplici, che hanno un’eredità folk. Sono tutti e due perfezionisti eccezionali, meticolosamente autocritici, e tutti e due sono molto esigenti con gli altri. Entrambi sono la quintessenza dell’archetipo delle rispettive culture; ogni fibra di Roger è inglese, e Lou è l’incarnazione dell’anima artistica di New York. Entrambi si interessano spesso alla parte più oscura dell’esperienza umana. E l’opera di tutti e due è permeata, di fondo, da un senso di perdita.

Ma ognuno di loro arriva alla propria arte da punti diversi, credo.

Penso che Roger sia un “regista”; è orientato allo scopo ed è spesso stimolato da un bisogno profondo di arrivare al nocciolo attraverso un lavoro più articolato – come un’opera rock.

Lou assomiglia più ad un grande fotografo affascinato più da un’immagine che vede o immagina. È capace di dipingere una vita intera in una canzone di tre minuti. Lou, come spesso dice, scrive non solo della propria esperienza di vita ma delle vite degli altri che in qualche modo sembra essere in grado di interpretare come un medium, immaginandole in modo molto dettagliato. Roger è molto autobiografico. La morale è che è stata una delle più grandi benedizioni della mia vita l’essere stato in grado di partecipare, insieme con questi due uomini straordinari, alla creazione di alcuni dei loro lavori più importanti.

LouReed.it: È vero che hai scritto il pezzo strumentale “Is there anybody out there?” su “The Wall” e non appari nei crediti per questo? È accaduto qualcosa di simile con Berlin (in riferimento soprattutto alla versione originale senza tagli)?

Ezrin: Ci sono molti momenti musicali, sia all’interno di brani che veri e propri strumentali a parte, nati dall’improvvisazione in studio durante le registrazioni. Spesso, quando suono in un album o lavoro sugli arrangiamenti o anche nella composizione di una canzone, lascio piccoli pezzi di musica che a volte possono comparire nei crediti, altre volte no. Ma onestamente non ricordo un pezzo strumentale che riguardi “Is There Anybody Out There”. Se ti riferisci proprio alla canzone, non è opera mia. Posso magari aver aggiunto delle parti, ma non è scaturita da me. Quella è farina di Roger.

LouReed.it: Durante la tua lunga e fruttifera carriera come produttore, ti è capitato di lavorare su molti concept album: “Berlin” di Lou Reed, “The Wall” dei Pink Floyd, “Music from the Elder” dei Kiss, “School’s Out” di Alice Cooper … sono dei casi o è una tua particolare attitudine e scelta?

Ezrin: È, in un certo senso, corretto. Sono sempre stato un commediografo o un drammaturgo frustrato e la mia immaginazione tende a lavorare più sulla forma lunga, divisa in storie. Non che non ami concentrarmi su una canzone e cercare la verità e la potenza nelle forme più corte, s’intende. D’altro canto penso anche che i giorni dei progetti musicali di respiro più ampio siano finiti. Possono ovviamente esserci delle eccezioni anche notevoli, ma fondamentalmente la gente al giorno d’oggi gira in tondo all’interno del proprio divertimento personale ed è molto meno incline a sedere in silenzio, passivamente, e a prestare attenzione a qualcosa che viene “mostrato” loro. Preferiscono vederselo da soli.

LouReed.it: Hai prodotto anche il documentario “Fade to Black” basato sulla carriera del rapper Americano Jay-Z. Com’è stata la tua esperienza con il cinema?

Ezrin: Un po’ è la risposta che ti ho dato prima. Amo il cinema e il racconto di ampio respiro. Sono stato molto fortunato di essere parte di questo film. Shawn Carter è un uomo notevole che, attraverso la pura forza di volontà, ha forgiato un impero dalla povertà di una vita per le strade di Brooklyn. Penso appartenga alla stessa genia di Lou e Roger. Condivide molte delle qualità che ho descritto prima.

LouReed.it: Cosa puoi dirci riguardo al tuo progetto con Henry Juszkiewicz e The Edge, “Music rising”? Come prosegue?

Ezrin: Va’ molto bene. “Music Rising” è iniziato come un progetto per salvaguardare l’eredità musicale della costa del Golfo centrale degli Stati Uniti. Da New Orleans al Delta del Mississippi, l’area è stata il luogo di nascita di quasi tutta la musica popolare moderna occidentale. Sicuramente ha influenzato la musica a livello globale. Tutti noi abbiamo contratto un debito enorme con i pionieri della musica, perlopiù afroamericani, che sono riusciti a superare la povertà, la schiavitù e la diseguaglianza sociale per forgiare comunque le fondamenta musicali della cultura americana indigena.

E tutta quella cultura è stata improvvisamente sommersa dalle acque degli uragani Katrina e Rita nel 2005. Tutti i musicisti della regione che fortunatamente non erano in strada, hanno comunque perso quasi tutto ciò che avevano, inclusi i propri strumenti. La musica è stata spazzata via. Così noi tre abbiamo deciso che la cosa più pratica che potevamo fare era rimpiazzare immediatamente quanti più strumenti possibile per i musicisti professionisti dell’area. Questo aiuterà in due modi: per prima cosa farà tornare la musica dal vivo nella regione e aiuterà a tenere i musicisti lì e a lavorare lì ma, cosa ancora più importante, dove c’è stata musica lì la gente si è radunata. E dove la gente si è radunata, ha formato nuovamente comunità. La scena a Tipitina pochi mesi dopo l’inondazione, quando Arlo Guthrie e compagnia sono arrivati in treno a New Orleans per un concerto di beneficenza, è stata davvero toccante. La gente arrivata lì vedeva amici e parenti per la prima volta dopo il disastro. C’erano lacrime e abbracci e c’erano anche dolore e perdita. Ma potevi vedere la comunità che si ricostruiva proprio lì, attorno alla musica.

Ci siamo organizzati per distribuire 2.700 strumenti ai musicisti della regione prima che le richieste finalmente sfumassero, e abbiamo cominciato a focalizzarci sulla musica nella comunità in sé stessa. Per la stessa ragione, abbiamo iniziato una seconda fase di “Music Rising” che è iniziata il 26 Settembre 2006 con una performance storica degli U2 e dei Green Day insieme per riaprire il Superdome di New Orleans. La Fase Due è dedicata a portare la musica di nuovo nelle chiese e nelle scuole rimpiazzando gli strumenti perduti. Da quel punto in poi fino a circa un anno fa abbiamo aiutato migliaia di parrocchiani, studenti e le loro famiglie a riunirsi attorno alla musica che amano e che è parte integrante delle proprie vite, del proprio lavoro, del proprio senso di comunità.

Ora ci stiamo imbarcando in una terza fase che riguarderà il supporto alle organizzazioni basate sulle comunità come Social Aid, Pleasure Clubs e Mardi Gras Indian Tribes le quali rappresentano, tutte insieme, la musica delle strade che è anche il fondamento musicale di New Orleans, dalla quale vengono tanti di quei grandi musicisti. Troveremo organizzazioni simili anche in Mississippi.

Siamo stati fortunati a trovare supporto in così tante persone e abbiamo raccolto somme di denaro significanti per rendere possibile tutto ciò. Ma abbiamo ancora bisogno di aiuto. Anzi, se qualcuno di LouReed.it volesse contribuire, per favore vada su www.musicrising.org e faccia una donazione.

LouReed.it: Qual è stato il tuo ruolo nel recente Berlin Tour?

Ezrin: Ho collaborato agli arrangiamenti e alla produzione musicale dello spettacolo con Rupert Christie e Hal Wilner. Sono anche apparso sul palco agli spettacoli di Brooklyn in qualità di direttore d’orchestra.

LouReed.it: Ti piacerebbe lavorare ancora con Lou in futuro?

Ezrin: Farei qualsiasi cosa con Lou Reed: lavorare, shopping, mangiare, giocare o anche semplicemente sederci insieme in santa pace. È molto più di un amico per me. Gli voglio sinceramente bene, e amo la sua splendida partner, Laurie. Sono come di famiglia.

LouReed.it: Co-produrre “Love It To Death” di Alice Cooper sembra una responsabilità incredibile per qualcuno che all’epoca aveva appena 19 anni. Cos’hai imparato da quell’esperienza?

Ezrin: Tutto. Da quel momento in poi è stata semplicemente una questione di rifinitura. Durante la registrazione dell’album Jack Richardson mi ha insegnato tutto ciò che c’era da sapere sull’essere un vero produttore. Durante i viaggi in aereo per Chicago, mi sedevo con il mio blocco per gli appunti mentre mi spiegava le teorie sull’acustica e le tecniche del microfono. In studio, mi mostrava il primo passo, o anche il secondo, e poi mi lasciava portare avanti il tutto scoprendolo per esperienza diretta. Non mi faceva da papà, ma mi faceva sperimentare ogni idea strana mi venisse in testa e mi insegnava il risultato. Mi ha permesso di pre-produrre le prime canzoni del gruppo da solo. I loro manager continuavano a lamentarsi che Jack non fosse lì e che invece dovevano avere a che fare con questo ragazzino, ma lui mi aveva appositamente voluto dare quell’opportunità per constatare se veramente avessi del talento, e perché io imparassi a nuotare per non andare a fondo. Dopo che le prime quattro tracce furono terminate e sottoposte all’etichetta (tra le quali “I’m Eighteen” e “Is It My Body”), fui giudicato capace di cavarmela da solo e Jack mi permise di terminare l’album praticamente da solo, incluso il missaggio e la masterizzazione. Sebbene tutta quest’esperienza non durò più di qualche mese, fu un’immersione totale in tutto ciò che era la produzione.

È stato come imparare a nuotare in vari stili diversi. È un’azione molto complessa che il corpo attua quasi inconsciamente. Ma per perfezionarla, la mente deve diventare consapevole dell’intero processo, dividerlo nella sue parti fondamentali e poi acquisire padronanza di ciascuno di loro. Ed è proprio in questo modo che è andata la mia carriera: ogni album successivo è stato dedicato a perfezionare le capacità fondamentali e ad approfondire la conoscenza del processo fino a farlo diventare automatico a livello pratico affinché rimanesse solamente da applicare la mia capacità creativa. Su “Berlin”, ho imparato per la prima volta ad ascoltare. Potevo chiudere gli occhi e sentire davvero come la musica sarebbe suonata una volta registrata. Fu un grande passo per me. Mi ha tirato fuori da una fase di superficialità per arrivare ad un nuovo periodo di immaginazione e realizzazione. È interessante che ho sempre paragonato ciò che facevo con il lavoro di un regista. E la parola francese per regista è “Realisateur”. In un certo senso, questo è ciò che sono sempre stato: un realisateur.

Ho fatto voto di dare indietro, durante la mia carriera, la benedizione di cui Jack mi ha fatto dono all’epoca, facendo del mio meglio per condividere la mia esperienza e la mia conoscenza con più persone possibili: la gente con cui lavoro, gli studenti in giro per il mondo, musicisti che spesso mi chiedono consiglio e anche giornalisti (sorride) .

LouReed.it: Quand’è che hai imparato, allora, a rompere le regole?

Ezrin: Visto che ho iniziato come un normalissimo tizio un po’ imbranato, stavo rompendo le regole anche con il solo essere lì.

LouReed.it: Le tracce vocali nei dischi che produci suonano molto energiche e aggressive. Quali sono state le tecniche che hai utilizzato per produrre quel suono così presente, per esempio, in “Berlin”?

Ezrin: A livello tecnico il mio approccio alla voce è sempre stato abbastanza semplice: trovo un microfono adatto al cantante, un microfono che gli dia spazio per respirare. Ad eccezione di quando ero alla ricerca di un effetto particolare – come trovare un suono rock nasale per il quale avrei usato un microfono dinamico con molta compressione ed equalizzato – normalmente avrei optato per un microfono valvolare a condensazione con un ampio diaframma. Mi piacciono i diaframmi ampi per la velocità di risposta alle parti più basse della voce di un cantante. In genere evito le iper-compressioni o il trattamento della voce, dove possibile. Spesso, nei vecchi tempi, trovavo suoni che mi piacevano e li registravo su nastro, inclusi gli effetti e i riverberi. Oggi tendo ad essere pigro quanto il resto del mondo e getto cose dentro ProTools per poterle processare in seguito. Ma nel prossimo lavoro non farò più così. Infatti, spero in un progetto dove poter trovare suoni, afferrarli e tenerli trascorrendo il tempo concentrandomi sulla performance in studio.

LouReed.it: Come fai a far sì che un cantante renda al meglio nelle sue performance?

Ezrin: La chiave di ogni performance è portare l’artista ad essere in qualsiasi stato egli abbia bisogno di essere per dare il meglio; creare un ambiente e un’atmosfera lavorativa che abbia energia ma che sia anche solida, e calma. Conoscerlo come persona e captare i suoi stati d’animo e le sue necessità; sono sempre molto attento ai performer quando stanno suonano o cantando. Non distolgo mai i miei occhi, le mie orecchie, la mia mente da loro. Non lascio mai che trascorra troppo tempo senza comunicare con loro, a meno che io avverta che abbiano bisogno di spazio e silenzio. Una delle cose più pericolose per un performer, specialmente dopo una performance, è il silenzio. Possono dubitare di sè stessi e pensare troppo. È anche molto importante ispirare il performer al punto che voglia esibirsi per te. Hanno bisogno di volerti compiacere e che tu lavori sodo per questo. Hanno anche bisogno di sentire che sono in mani sicure e che, se dovessero cominciare a cadere, tu sia sempre lì ad afferrarli. A volte, per arrivare a quell’effetto, usi anche oggetti. Su “Elected” con Alice Cooper, ho messo uno specchio alto proprio di fronte a lui mentre incideva la traccia vocale principale. Così poteva guardarsi tutto il tempo come se fosse parte di un film o fosse in tv. Ha fatto sì che volesse davvero interpretare il brano anziché semplicemente cantarlo.

LouReed.it: Mi pare che il tuo amore per la musica classica faccia capolino nello stile di produzione di “Berlin”?

Ezrin: Non fa capolino. Direi anzi che si dichiara abbastanza apertamente.

LouReed.it: Qual è il tuo obiettivo principale nel produrre un disco?

Ezrin: L’obiettivo è sempre quello di creare qualcosa di bello, di potente o a volte, quando sono particolarmente fortunato, qualcosa che sia entrambe le cose. Se faccio qualcosa di bello c’è la possibilità che alla gente piaccia e, se sono fortunato, abbia successo.

LouReed.it: Su cosa credi si basi la vera creatività?

Ezrin: La creatività non si basa su qualcosa. È l’atto originale, l’ideazione. Il processo di portare in luce qualcosa che prima nemmeno c’era. “All’inizio …”

LouReed.it: Tornando a “Berlin”: cosa si prova nel vederlo rappresentato dopo 35 anni?

Ezrin: È stata un’esperienza stranamente gioiosa – per entrambi e anche per il pubblico. Ed è sorprendente constatare come la musica rimanga potente dopo tutto questo tempo. Sia per me che per Lou è stato molto eccitante, come un tuffo con il paracadute: siamo semplicemente saltati dall’aereo con la sicurezza che i nostri paracaduti si sarebbero aperti e che non ci saremmo sfracellati. A volte ho pianto durante lo spettacolo. E sono anche stato molto orgoglioso nel vedere Lou lì, come direbbe Alice, “giovane e forte”, una palla di fuoco vibrante ed intensa che ha interpretato le sue parti come se le avesse appena scritte – con la stessa gioia della scoperta, e la stessa immediatezza.

LouReed.it: Quali erano i tuoi obiettivi principali nella produzione di questo spettacolo?

Ezrin: Non per sembrare sciocco – era finire il lavoro che io e Lou avevamo iniziato 35 anni fa.

LouReed.it: Quali sono le tue emozioni nel riascoltare l’album oggi?

Ezrin: Penso che all’epoca eravamo tutti giovani geni e che la nostra genialità era troppo dirompente per essere contenuta. Eravamo in fiamme tutto il tempo: musicalmente, emotivamente, personalmente. Ed è evidente in ogni traccia, in ogni parte, in ogni performance.

LouReed.it: Come hai trovato il suono per le differenti parti di chitarra sull’album, dall’elettrica esplosiva all’acustica ovattata?

Ezrin: Questa è davvero troppo difficile come domanda per risponderti brevemente. La verità essenziale è, comunque, che devi prendere lo strumento giusto per il lavoro (il che presuppone che tu sappia esattamente che lavoro sia) e poi trovare il modo migliore per registrarlo.

LouReed.it: Grazie della tua disponibilità Bob, e speriamo realmente di vederti ancora dietro la console insieme a Lou …

Ezrin: Non si può mai dire il futuro cosa riservi. Grazie a voi per le domande e complimenti per lo splendido sito.

Sono persone molto diverse che condividono alcune similarità distintive: entrambi sono geni il cui principale strumento è un linguaggio parco, preciso ma comunque squisitamente evocativo. Entrambi scrivono melodie semplici, dall’eredità folk. Entrambi sono perfezionisti eccezionali e meticolosamente autocritici, e ugualmente esigenti con gli altri.

Entrambi sono la quintessenza dell’archetipo delle rispettive culture; ogni fibra di Roger è inglese, e Lou è l’incarnazione dell’anima artistica di New York. Entrambi si interessano spesso alla parte più oscura dell’esperienza umana. E l’opera di tutti e due è permeata, di fondo, da un senso di perdita.

Ma il loro al proprio lavoro arriva da punti diversi, credo.

Penso che Roger sia un “regista”; è orientato allo scopo ed è spesso stimolato da un bisogno profondo di arrivare al nocciolo attraverso un lavoro più articolato – come un’opera rock.

Lou assomiglia più ad un grande fotografo affascinato più da un’immagine che vede o immagina. È capace di dipingere una vita intera in una canzone di tre minuti. Lou, come spesso dice, scrive non solo della propria esperienza di vita ma delle vite degli altri che in qualche modo sembra essere in grado di interpretare come un medium, immaginandole in modo molto dettagliato. Roger è molto autobiografico.

La morale è che è stata una delle più grandi benedizioni della mia vita l’essere stato in grado di partecipare, insieme con questi due uomini straordinari, alla creazione di alcuni dei loro lavori più importanti.

2. È vero che hai scritto il pezzo strumentale “Is there anybody out there?” su The Wall e non appari nei crediti per questo? È accaduto qualcosa di simile con Berlin (in riferimento soprattutto alla versione originale senza tagli)?

Ci sono molti momenti musicali, sia all’interno di brani che da soli, nati dall’improvvisazione in studio durante le registrazioni. Spesso, quando suono in un album o lavoro sugli arrangiamenti o anche nella composizione di una canzone, lascio piccoli pezzi di musica che a volte possono comparire nei crediti, altre volte no. Ma onestamente non ricordo un pezzo strumentale circa “Is There Anybody Out There”. Se ti riferisci proprio alla canzone, non è opera mia. Posso magari aver aggiunto delle parti, ma non è scaturita da me. Quella è farina di Roger.

3. Durante la tua lunga e fruttifera carrier come produttore, ti è capitato di lavorare su molti concept album: Berlin di Lou Reed, The Wall dei Pink Floyd, Music from the Elder dei Kiss, School’s Out di Alice Cooper .. sono dei casi o è una tua particolare attitudine e scelta?

È in un certo modo corretto. Sono sempre stato un commediografo o un drammaturgo frustrato e la mia immaginazione tende a lavorare più sulla forma lunga, divisa in storie. Non è che io non ami concentrarmi su una canzone e cercare la verità e la potenza sulle forme più corte. Ma penso anche che i giorni dei progetti musicali di respiro più ampio siano finiti. Possono ovviamente esserci delle eccezioni anche notevoli, ma fondamentalmente la gente al giorno d’oggi gira in tondo all’interno del proprio divertimento personale ed è molto meno incline a sedere in silenzio, passivamente, e a prestare attenzione a qualcosa che viene “mostrato” loro. Preferiscono vederselo da solo.

4. Hai prodotto anche il documentario “Fade to Black” basato sulla carriera del rapper Americano Jay-Z. Com’è stata la tua esperienza con il cinema?

Un po’ è la risposta che ti ho dato prima. Amo il cinema e il racconto di ampio respiro. Sono stato molto fortunato di essere parte di questo film. Shawn Carter è un uomo notevole che, attraverso la pura forza di volontà, ha forgiato un impero dalla povertà di una vita per le strade di Brooklyn. Penso appartenga alla stessa genia di Lou e Roger. Ne condivide molte delle qualità che ho descritto prima.

5. Cosa puoi dirci riguardo al tuo progetto con Henry Juszkiewicz e The Edge, “Music rising”? Come prosegue?

Va’ molto bene. “Music Rising” è iniziato come un progetto per salvaguardare l’eredità musicale della costa del Golfo centrale degli Stati Uniti. Da New Orleans al Delta del Mississippi, l’area è stata il luogo di nascita di quasi tutta la musica popolare moderna occidentale. Sicuramente ha influenzato la musica a livello globale. Tutti noi abbiamo contratto un debito enorme con i pionieri della musica, perlopiù afroamericani, che sono andati oltre la povertà, la schiavitù e la diseguaglianza sociale per forgiare comunque le fondamenta musicali della cultura americana indigena.

E tutta quella cultura è stata improvvisamente sommersa dalle acque degli uragani Katrina e Rita nel 2005. Tutti i musicisti della regione che fortunatamente non erano in strada, hanno comunque perso quasi tutto ciò che avevano, inclusi i propri strumenti. La musica è stata spazzata via. Così noi tre abbiamo deciso che la cosa più pratica che potevamo fare era rimpiazzare immediatamente quanti più strumenti possibile per i musicisti professionisti dell’area. Questo aiuterà in due modi: per prima cosa farà tornare la musica live nella regione e aiuterà a tenere i musicisti lì e a lavorare lì ma, forse ancora più importante, dove c’è stata musica lì la gente si è radunata. E dove la gente si è radunata, hanno formato nuovamente comunità. La scena a Tipitina pochi mesi dopo l’inondazione, quando Arlo Guthrie e compagnia sono arrivati in treno a New Orleans per un concerto di beneficenza, è stata davvero toccante. La gente giunta lì vedeva amici e parenti per la prima volta dopo il disastro. C’erano lacrime, e abbracci e c’erano anche dolore e perdita. Ma potevi vedere la comunità che si ricostruiva proprio lì, attorno alla musica.

Ci siamo organizzati per distribuire 2.700 strumenti ai musicisti della regione prima che le richieste finalmente sfumassero, e abbiamo cominciato a focalizzarci sulla musica nella comunità in sé stesa. Per la stessa ragione, abbiamo iniziato una seconda fase di Music Rising che è iniziata il 26 Settembre 2006 con una performance storica degli U2 e dei Green Day insieme per riaprire il Superdome di New Orleans. La Fase Due è dedicata a portare la musica di nuovo nelle chiese e nelle scuole rimpiazzando i loro strumenti perduti. Da quel punto in poi fino a circa un anno fa abbiamo aiutato migliaia di parrocchiani, studenti e le loro famiglie a riunirsi attorno alla musica che amano e che è parte integrante delle proprie vite, del proprio lavoro, del proprio senso di comunità.

Ora ci stiamo imbarcando in una terza fase che riguarderà il supporto alle organizzazioni basate sulle comunità come Social Aid, Pleasure Clubs e Mardi Gras Indian Tribes le quali tutte insieme creano la musica delle strade che è anche il fondamento musicale di New Orleans e dalla quale vengono tanti di quei grandi musicisti. Troveremo organizzazioni simili anche in Mississippi.

Siamo stati fortunati a trovare supporto in così tante persone e abbiamo raccolto somme di denaro significanti per rendere possibile tutto ciò. Ma abbiamo ancora bisogno di aiuto. Se qualcuno volesse contribuire, per favore vada su www.musicrising.org e faccia una donazione.

6. Qual è stato il tuo ruolo nel recente Berlin Tour?

Ho collaborato agli arrangiamenti e alla produzione musicale dello spettacolo con Rupert Christie e Hal Wilner. Sono anche apparso sul palco per gli spettacolo di Brooklyn in qualità di direttore dell’orchestra.

7. Ti piacerebbe lavorare ancora con Lou in futuro?

Farei qualsiasi cosa con Lou Reed: lavorare, shopping, mangiare, giocare o anche semplicemente sederci insieme in santa pace. È molto più di un amico per me. Gli voglio sinceramente bene, e amo la sua splendida partner, Laurie. Sono come di famiglia.

8. Co-produrre “Love It To Death” di Alice Cooper sembra una responsabilità incredibile per qualcuno che all’epoca aveva appena 19 anni. Cos’hai imparato da quell’esperienza?

Tutto. Da quel momento in poi è stata semplicemente una questione di rifinitura. Durante la registrazione dell’album Jack Richardson mi ha insegnato tutto ciò che c’è da sapere sull’essere un vero produttore. Durante i viaggi in aereo per Chicago, mi sedevo con il mio blocco per gli appunti mentre mi spiegava le teorie sull’acustica e le tecniche del microfono. In studio, mi mostrava il primo passo, o anche il secondo, e poi mi lasciava portare avanti il tutto scoprendolo per esperienza diretta. Non mi faceva da papà, ma mi faceva sperimentare ogni idea strana mi venisse in testa e mi insegnava il risultato. Mi ha permesso di pre-produrre le prime canzoni del gruppo da solo. I loro manager continuavano a lamentarsi che Jack non fosse lì e che invece dovevano avere a che fare con questo ragazzino, ma lui mi aveva appositamente voluto dare quell’opportunità per constatare se veramente avessi del talento, e perché io imparassi a nuotare per non andare a fondo. Dopo che le prime quattro tracce furono terminate e sottoposte all’etichetta (tra le quali “I’m Eighteen” e “Is It My Body”), fui giudicato capace di cavarmela da solo e Jack mi premise di terminare l’album praticamente da solo, incluso il missaggio e la masterizzazione. Sebbene tutta quest’esperienza non durò più di qualche mese, fu un’immersione totale in tutto ciò che era la produzione.

È stato come imparare a nuotare in vari stili diversi. È un’azione molto complessa che il corpo attua quasi inconsciamente. Ma per perfezionarla, la mente deve diventare consapevole dell’intero processo, dividerlo nella sue parti fondamentali e poi acquisire padronanza di ciascuno di loro. Ed è proprio com’è andata la mia carriera: ogni album successivo è stato dedicato a perfezionare le capacità fondamentali e ad approfondire la conoscenza del processo fino a farlo diventare automatico a livello pratico affinché rimanesse solamente da applicare la mia capacità creativa. Su “Berlin”, ho imparato per la prima volta ad ascoltare. Potevo chiudere gli occhi e sentire davvero come la musica sarebbe suonata una volta registrata. Fu un grande passo per me. Mi ha tirato fuori da una fase di superficialità per arrivare ad un nuovo periodo di immaginazione e realizzazione. È interessante che ho sempre paragonato ciò che facevo con il lavoro di un regista. E la parola francese per regista è “Realisateur”. In un certo senso, questo è ciò che sono sempre stato: un realisateur.

Ho fatto voto di dare indietro, durante la mia carriera, la benedizione di cui Jack mi ha fatto dono, facendo del mio meglio nel condividere la mia esperienze e la mia conoscenza con più persone possibili: la gente con cui lavoro, gli studenti in giro per il mondo, musicisti che spesso mi chiedono consiglio e anche giornalisti (sorride) .

9. Quand’è che hai imparato, allora, a rompere le regole?

Visto che ho iniziato come un normalissimo tizio un po’ imbranato, stavo rompendo le regole anche con il solo essere lì.

10. Le tracce vocali nei dischi che produci suonano molto energiche e aggressive. Quali sono state le tecniche che hai utilizzato per produrre quel suono così presente, per esempio, in “Berlin”?

A livello tecnico il mio approccio alla voce è sempre stato abbastanza semplice: trovo un microfono adatto al cantante e che gli dia spazio per respirare. Ad eccezione di quando ero alla ricerca di un effetto particolare – come trovare un suono rock nasale per il quale avrei usato un microfono dinamico con molta compressione ed equalizzato – normalmente opterei per un microfono valvolare a condensatore con un ampio diaframma. Mi piacciono i diaframmi ampi per la velocità di risposta alle parti più basse della voce di un cantante. In genere evito le iper-compressioni o il trattamento della voce, dove possibile. Spesso, nei vecchi tempi, trovavo suoni che mi piacevano e li registravo su nastro, inclusi gli effetti e i riverberi. Oggi tendo ad essere pigro quanto il resto del mondo e getto cose dentro ProTools per poterle processare in seguito. Ma nel prossimo lavoro non farò più così. Infatti, spero in un progetto dove poter trovare suoni, afferrarli e tenerli trascorrendo il tempo concentrandomi sulla performance in studio.

11. Come fai a far sì che un cantante renda al meglio nelle sue performance?

La chiave di ogni performance è portare l’artista ad essere in qualsiasi stato egli abbia bisogno per dare il meglio; creare un ambiente e un’atmosfera lavorativa che abbia energia ma che sia anche solida, e calma. Conoscerlo come persona e captare i suoi stati d’animo e le sue necessità; sono sempre molto attento ai performer quando stanno suonano o cantando. Non distolgo mai i miei occhi, le mie orecchie, la mia mente da loro. Non lascio mai che trascorrano troppi moment lunghi senza comunicare con loro, a meno che io avverta che abbiano bisogno di spazio e silenzio.

Una delle cose più pericolose per un performer, specialmente dopo una performance, è il silenzio. Possono dubitare di loro stessi e pensare troppo.

È anche molto importante ispirare il performer al punto che voglia esibirsi per te. Hanno bisogno di volerti compiacere e che tu lavori sodo per questo. Hanno anche bisogno di sentire che sono in mani sicure e che, se dovessero cominciare a cadere, tu sia sempre lì ad afferrarli.

A volte uso oggetti come effetto. Su “Elected” con Alice Cooper, ho messo uno specchio alto proprio di fronte a lui mentre incideva la traccia vocale principale. Così poteva guardarsi tutto il tempo come se fosse parte di un film o fosse in tv. Ha fatto sì che volesse davvero interpretare il brano anziché semplicemente cantarlo.

12. Mi pare che il tuo amore per la musica classica faccia capolino nello stile di produzione di “Berlin”?

Non fa capolino. Direi anzi che si dichiara abbastanza apertamente.

13. Qual è il tuo obiettivo principale nel produrre un disco?

L’obiettivo è sempre quello di creare qualcosa di bello, di potente o a volte, quando sono particolarmente fortunato, qualcosa che sia entrambe le cose. Se faccio qualcosa di bello c’è la possibilità che alla gente piaccia e, se sono fortunato, abbia successo.

14. Su cosa credi si basi la vera creatività?

La creatività non si basa su qualcosa. È l’atto originale, l’ideazione. Il processo di portare in luce qualcosa che prima nemmeno c’era. “All’inizio …”

15. Tornando a “Berlin”: cosa si prova nel vederlo rappresentato dopo 35 anni?

È stata un’esperienza stranamente gioiosa – per entrambi e anche per il pubblico. Ed è sorprendente constatare come la musica rimanga potente dopo tutto questo tempo. Sia per me che per Lou è stato molto eccitante, come un tuffo con il paracadute: siamo semplicemente saltati dall’aereo con la sicurezza che i nostri paracaduti si sarebbero aperti e che non ci saremmo sfracellati. A volte ho pianto durante lo spettacolo. E sono anche stato molto orgoglioso nel vedere Lou lì, come direbbe Alice, “giovane e forte”, una palla di fuoco vibrante ed intensa che interpretato le sue parti come se le avesse appena scritte – con la stessa gioia della scoperta, e la stessa immediatezza.

16. Quali erano i tuoi obiettivi principali nella produzione di questo spettacolo?

Non per sembrare sciocco – era finire il lavoro che io e Lou avevamo iniziato 35 anni fa.

17. Quali sono le tue emozioni nel riascoltare l’album oggi?

Penso che all’epoca eravamo tutti giovani geni e che la nostra genialità era troppo dirompente per essere contenuta. I think we were all young geniuses then and our brilliance was too hot to contain. Eravamo in fiamme tutto il tempo: musicalmente, emotivamente, personalmente. Ed è evidente in ogni traccia, in ogni parte, in ogni performance.

18. Come hai trovato il suono per le differenti parti di chitarra sull’album, dall’elettrica esplosiva all’acustica ovattata?

Questa è davvero troppo difficile come domanda per risponderti brevemente. La verità essenziale è, comunque, che devi prendere lo strumento giusto per il lavoro (il che presuppone che tu sappia esattamente che lavoro sia) e poi trovare il modo migliore per registrarlo.