martedì , 23 Aprile 2019
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Recensione di “The Raven” (Guardian, 2003)

Se qualcuno si chiede ancora, più di un quarto di secolo dopo, in cosa consisteva “Metal Machine Music“, avrebbe bisogno di sentire una manciata di secondi introduttivi di “The Raven“. Le stesse chitarre distorte e lancinanti con le quali Reed sabotò sapientemente la sua borghese carriera pop appena due anni dopo il successo di “Walk On The Wild Side” sono presenti nell’introduzione a questa lunga esplorazione dell’opera di Edgar Allan Poe. E sembra molto appropriato. 
Basato su POEtry, un musical di Lou Reed e Robert Wilson messo in scena lo scorso anno alla Brooklyn Academy of Music, “The Raven” dà l’opportunità a Reed di spiegare le sue ali e mostrare la sua rabbia. Coadiuvato da Hal Willner, il produttore di tributi pioneristici a Nino Rota, Thelonius Monk, Charles Mingus e altri, Reed percorre a grandi passi e senza paura territori sconosciuti, scampando il pericolo di apparire ridicolo e incomprensibile in quest’ultima espressione dell’ambizione di fuggire dai canoni del rock e delle rockstar, senza mai rinnegarne il valore. 
The Raven consiste in recitativi eseguiti da Steve Buscemi, Laurie Anderson, Willem Dafoe, Fisher Stevens (lo si ricorda per due dei migliori film dei primi anni ’80, Baby It’s You e The Flamingo Kid) e Elizabeth Ashley. Le letture sono interpolate con pezzi di musica strumentale e canzoni nelle quali a volte Reed cede il microfono ad una selezione di ospiti che include le sorelle McGarrigle, David Bowie e il sorprendente controtenore Antony, una scoperta di Willner. I musicisti ospiti nella band di Reed sono Ornette Coleman e la violoncellista Jane Scarpantoni
Questa combinazione di individualità disparate potrebbe tradire la presenza della mano di Willner, ma è invece testimonianza degli impulsi di Reed. Il maestro delle canzoni di due accordi (Sweet Jane, Dirty Blvd, What’s Good), ha passato quasi 40 anni a lottare con il limite della forma, producendo da una parte cicli di canzoni molto precise e sorprendenti, dall’altra un vocabolario di puro rumore ispirati dal suo amore per la scena jazz d’avanguardia di New York negli anni ’60. “The Raven” fonde insieme lo scrittore lapidario del terzo album dei Velvet Underground e di Berlin con il chitarrista di Black Angel’s Death Song e Sister Ray
L’ammirazione di Reed per il maestro del gothic horror del 19esimo secolo non lo ha frenato dall’arrangiare e manipolare le parole di Poe per meglio adattarle ai propri tempi e ai propri scopi. Comprime, salta, elide; aggiunge parti proprie anche in alcuni dei pezzi più noti, scuotendo l’ascoltatore con l’anacronismo e nello stesso tempo aggiungendo la dimensione del qui ed ora, quasi come Cristopher Logue ha fatto con la sua versione dell’Iliade. In alcune occasioni, soprattutto quando Dafoe infonde in “The Raven” la sua calda intimità, i reading sono abbastanza potenti da rivelare la poesia dei ritmi di Poe e il suo potere immaginifico. Nei nove minuti di drammatizzazione di “The Fall of the House of Usher” c’è un uso sapiente degli effetti sonori, nel tentativo di evocare la scuola horror di reinterpretazione di Poe di Roger Corman/Hammer senza scadere nel ridicolo. Il dialogo di “The Cask of Amontillado“, in ogni modo, può ricordare all’ascoltatore niente di più che un bisticcio tra Frasier e Niles Crane
Reed stesso porta il progetto di nuovo sulla terra con una canzone che prende il nome dallo scrittore: “Queste sono le storie di Edgar Allan Poe/non proprio il ragazzo della porta accanto” canta, con dietro un sound quasi punk-metal. Lui e Bowie li troviamo insieme nella vivace “Hop Frog“, e in “Burning Embers” tira fuori un voodoo-blues fumante, un incrocio tra Tom Waits e Dr. John. Qui e là troviamo alcuni dei più bei passaggi musicali che abbia mai prodotto, dall’interludio di violoncello che introduce il brano dal titolo fuorviante “Prologo” fino agli arrangiamenti attenti di “The Bed” (originariamente era il climax tragico di “Berlin“) e di “Perfect Day”, riadattata in una chiave minore e cantata con sepolcrale purezza dal già menzionato Antony. Ci sono due sorprendenti nuove ballate: “Call on Me” e l’ultima “Guardian Angel“, che è preceduta da “Fire Music”, un pezzo di completa anarchia dei bassifondi. “I Wanna Know” è un dialogo in forma di gospel con i Five Blind Boys of Alabama, nel quale Reed dà il meglio di sè. 
E mentre il sassofono di Coleman vaga sognante attraverso il paesaggio di “Guilty” insieme alla chitarra battente di Reed, una sezione ritmica lenta e una sezione di fiati in distanza come accompagnamento, ci potremmo ricordare delle parole che Poe scrisse a proposito: “Quando la musica ci porta alle lacrime” scrisse, “apparentemente senza causa, piangiamo non per eccesso di piacere, ma per l’eccesso di un dolore perpetuo e impaziente poiché, come meri mortali, non siamo in condizione di banchettare di quelle estasi divine delle quali la musica ci offre appena un suggestivo e indefinito sguardo“.

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