martedì , 23 Aprile 2019
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Vi racconto un amico chiamato Andy Warhol (Corriere della Sera, 2005)

“Era dolcissimo e generoso, con una creatività senza confini” LOU REED

 

Andy Warhol è nato nel 1928 con il sogno di trasformare le immagini della realtà popolare d’ America. C’ è riuscito: nel 1955 disegnando delle scarpe, naturalmente importabili; ma già nel 1960 ha incominciato a dipingere fumetti, per esempio Dick Tracy, Popeye, Superman e Batman. Naturalmente questi hanno trasformato l’ immagine dei fumetti e le trasformazioni sono continuate quando ha scoperto la serigrafia. Credo si possa dire che tutto è iniziato da lì, quando nel 1962 ha cominciato a creare con questa tecnica ritratti che comprendono Marlon Brando, Elvis Presley, Marilyn Monroe, Warren Beatty e poi Jackie Kennedy, la Mona Lisa, Robert Rauschenberg, Liza Minelli, Liz Taylor, Mao, Franz Kafka, Albert Einstein e Keith Haring: che comprende l’ immagine di un tenerissimo fiore, forse il più dolce, romantico, immortale fiore della storia. Ma lì in mezzo, nel 1965 è arrivato Lou Reed, una specie di capolavoro di Andy Warhol. Lou Reed era un uomo fascinoso, musicista inimitabile, inventore di immagini sonore con un gruppo di quattro amici e con loro aveva fatto una piccola band, creando un suono travolgente non definibile dalla terminologia usuale. Un giorno il titolo di un libro giallo trovato nella spazzatura ha imprigionato e ispirato Lou Reed per i prossimi anni futuri. Con questo titolo, Velvet Underground, e con questa musica che mai si era ascoltata prima è andato da Andy Warhol che stava cercando qualcuno alla Factory per musicare un suo film. È cominciata un’ amicizia che è finita solo per volontà degli dei di tutti i mondi e di tutti i Paesi. Far parlare Lou Reed di Andy Warhol è a dir poco commovente, fuori da tutti gli stereotipi: «Era dolcissimo, generoso, gentile, faceva coraggio anche a chi pareva che non ne conoscesse i termini. Lavorare con lui significava arricchirsi nella fantasia e allargare senza confini la propria creatività». Queste nostalgie Lou Reed me le raccontava ancora una volta, dopo avermele raccontate tanti anni fa a Conegliano Veneto e di nuovo a Genova e di nuovo a Milano e insomma tutte le volte che l’ ho visto, e per fortuna le volte sono state molte. Non so se Lou Reed ha assorbito da Andy Warhol la sua straordinaria capacità di «capire», «partecipare», «credere», voglio dire credere nell’ arte, cioè credere nel sogno della vita. Un altro personaggio che ha creduto così tanto nell’ arte e che l’ ha spiegata, che l’ ha cantata, che l’ ha amata è stato Germano Celant e infatti è stato lui a fare le due straordinarie mostre che hanno immortalato Andy Warhol, a Montecarlo e a Milano. È difficile immaginare, oggi, un artista più artista di Lou Reed che prende in mano la chitarra e la accarezza con un amore al di là di qualsiasi attività sessuale o che legge le poesie di Edgar Allan Poe. Ancora una volta i suoi discorsi cominciavano con un tremito di nostalgia, e pareva li confermasse Lola, la cagnolina della stessa razza della cagnolina di Warhol, che per lui sembra la personificazione di Warhol (minuscola Lola capace di saltarmi sulle ginocchia e leccarmi su tutta la faccia, cosa che non ho mai permesso di fare a nessun cagnolino né piccolo né grande). Questa volta eravamo a New York in un minuscolo ristorante giapponese, tenuto da una più o meno bella ragazza giapponese, davanti a strani piatti immangiabili che segretamente facevano rivivere le famose patate lesse divise da un taglio riempito di burro, unico cibo del Kansas City dove dalla Factory andavamo tutti insieme a parlare del lavoro fatto durante il giorno. Kansas City era l’ unico ristorante dove Andy Warhol diventasse vero e dove finalmente mangiava sereno, ma sempre le Baked Potatoes riempite di burro che doveva fondersi col calore e se non si fondeva la colpa era delle Potatoes non abbastanza fresche, o non abbastanza cotte, o non abbastanza Potatoes di Andy Warhol. Ora a quel minuscolo tavolino giapponese le Potatoes non ci sono, ma nelle parole, nel sorriso, nelle immagini di Lou Reed c’ è un Andy Warhol immortale. Fa tenerezza che per Lou Reed Andy Warhol sia immortale per la sua gentilezza, la sua bontà, la sua generosità più che per qualsiasi ritratto abbia fatto. Lou Reed, dopo la scomparsa di Andy Warhol, insieme al suo vecchio compagno dei Velvet Underground John Cale, ha realizzato l’ album a lui dedicato Songs for Drella, un album intenso, a tratti struggente, ricco però di quel senso di autoironia che è una delle note peculiari di Lou Reed. Un momento molto divertente è la canzone Smalltown dove Lou Reed, parlando di Andy Warhol nato a Pittsburgh, dice che quando si nasce in una piccola città l’ unica cosa buona che si può fare è andarsene e nella stessa canzone poi si domanda. «Ma dove sarà nato Picasso? Sicuro però che Michelangelo non è nato a Pittsburgh». Quel giorno che è arrivato alla Factory senza ancora conoscerlo, il giorno che ha segnato per sempre la sua storia, il suo rock decadente è diventato ancora più intrigante, chissà come, lui ci riusciva sempre, ma quel giorno era arrivato al punto massimo. Il primo album dopo l’ incontro tra Lou Reed e Andy Warhol alla Factory è il primo album dei Velvet Underground, quello con in copertina la banana che si sbuccia, altro che i Beatles con le loro mezze mele. A questo sono seguiti altri album leggendari, poi i Velvet Underground si sono sciolti e Lou Reed ha iniziato la sua carriera solista, lunga, contraddittoria ma sempre affascinante, in una continua ricerca dentro di sé e dentro al mondo del rock. Transformer, Rock and Roll Animal, Berlin, Sally Can’ t Dance e tanti altri incluso Coney Island’ s Baby fino al discutibile Metal Machine Music. Un bel giorno siamo stati sopraffatti da una serie di notizie, il suo matrimonio con Laurie Anderson, la sua scoperta della voce di Anthony, la sua finalmente rivelata passione per Edgar Allan Poe. Edgar Allan Poe per lui ha preso la veste di The Raven, uno spettacolo, diciamo così, difficile, con Lou che legge fino alle lacrime le poesie di Edgar Allan Poe, con Laurie Anderson, ormai sua moglie, che suona il violino dall’ adolescenza, con Antony, la grande scoperta forse senza le conseguenze che ci si aspettavano, che canta i suoi ambigui pezzi, tutti bestseller nei Cd. Eppure di questo spettacolo non ha più voglia di parlare. Vive molto ritirato, rifiutando nove inviti su dieci e naturalmente non si riesce a sapere che cosa stia componendo, purtroppo non si riesce neanche a sapere perché non abbia più voglia di parlare di The Raven. In quello spettacolo si era molto impegnato ed era uno spettacolo molto intellettuale che pareva un’ insolita conclusione della sua attività musicale. Chi lo sa, forse è stata colpa del pubblico, eppure il pubblico ha accolto questo spettacolo con il rispetto e l’ amore con cui ha sempre accolto tutti i cosiddetti spettacoli di Lou. Ma The Raven non c’ entra niente con gli altri. Lì al ristorantino giapponese con Lola che mi leccava la faccia Lou parlava del suo tour in Europa ma non in Italia, così, come se parlare di un tour dove in Italia, o dovunque sarà considerato la grande stella del rock, fosse la cosa più naturale del mondo. Invece non è naturale affatto, Lou Reed merita questi successi e molti altri perché rappresenta un’ era del rock. È stato ed è scrittore, poeta, inventore di suoni, musicista a modo suo, ricercatore: un vero eroe musicale di tutti i tempi e Paesi.

LA STORIA Oltre il Pop

Lewis Firbank Reed (sopra in un’ opera di Andy Warhol) nasce il 2 Marzo 1942 a Freeport, Long Island (Usa) da un’ austera famiglia ebrea. Nel 1965, fonda con John Cale, i Velvet Underground che abbandonerà negli Anni ‘ 70, iniziando la carriera solista sotto la supervisione di David Bowie Tra i suoi dischi: «Transformer» (1972), «Berlin» (1973) e l’ ultimo «The Raven» (2003) su testi di Edgard Allan Poe (pubblicati in Italia da Minimum Fax). «The Andy Warhol Show»: questo il titolo della mostra in corso fino all’ 8 Gennaio alla Triennale di Milano (Catalogo Skira). La mostra analizza l’ influenza e il ruolo che Warhol (nella foto sopra) ha rivestito nell’ arte, nella grafica, nella comunicazione, nella moda. Sono circa 200 le opere esposte dell’ artista di Pittsburgh (1928-1987). Tra queste: quadri, opere grafiche, disegni, illustrazioni, filmati e oggetti vari.

IL LIBRO

Gli anni Sessanta visti da vicino «Pop: gli anni Sessanta raccontati da Andy Warhol» (edizioni Meridiano Zero, pagine 352, euro 17) è il titolo del libro scritto dal fondatore della Factory in collaborazione con Pat Hackett, che di Warhol fu segretaria, assistente e amica. Un libro vivace e sorprendente in cui Warhol descrive il fenomeno Pop a New York durante gli anni Sessanta. «È uno sguardo alla vita com’ era in quell’ epoca per i miei amici e per me – spiega l’ artista nella prefazione – ma è uno sguardo anche ai quadri, ai film, alla moda, alla musica, alle superstar e alla rete di rapporti che formavano l’ ambiente del nostro loft a Manhattan». Una lettura intrigante, dunque, dove come protagonisti-comprimari troviamo (con tanto di pettegolezzi e aneddoti gustosi) Bob Dylan e Roy Lichtenstein, Jackson Pollock e Montgomery Clift, Dennis Hopper e Judy Garland, Allen Ginsberg e Gregory Corso.

 

Fernanda Pivano

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