Lou Reed’s Berlin a Cremona (Rosa dei Venti, 2007)

Quando “Berlin” uscì nel 1973, venne completamente distrutto dalla critica e bollato dalla rivista “Rolling Stone” come il “peggior album del ’73”, “un disastro”,”un disco cinico e malato”. Oggi invece questo“Berlin” sembra piacere, a tal punto da essere considerato il capolavoro maledetto di Lou Reed. Così il nostro, alla veneranda età di 65 anni, ha deciso di raccogliere quello che aveva vomitato circa 30 anni prima e di risputarcelo in faccia, per la prima volta nella sua interezza.

Per l’occasione Lou ha chiamato in causa, oltre ai soliti musicisti che lo accompagnano da anni, anche lo storico chitarrista Steve Hunter, un coro di voci bianche, un’orchestra con archi e fiati, un tastierista e una corista. La direzione musicale è di Bob Ezrin (produttore originale) e Hall Wilner, mentre la regia è affidata a Julian Schnabel.

Dopo un’ora di attesa dall’apertura dei cancelli, ad ascoltare “Like a possum” a rotazione (18 minuti di distorsione su 3 accordi; sarà idea di Lou?), entrano Lou & “Band”. Il palco è tapezzato con uno strano fondale che sembra un paravento cinese, dove sarà proiettato illungometraggio creato per l’evento da Lola Schanbel. Conta il tre e sei già dentro l’incubo di “Jim e Caroline”. Lou però non parte subito con“Berlin” ma con “Sad Song”, tagliata a introduzione come per avvisarci di quello che starà per succedere. E la malinconia del pianoforte sarà solo l’inizio di una tragedia.

Eppoi ecco: A Berlino,accanto al muro / Eri alta un metro e settantotto / Era così bello / Lume di candela e Dubbonet con ghiaccio / Eravamo in un piccolo caffè / Potevi sentir suonare le chitarre/ Era così bello / Oh amore, era il Paradiso. Sono passati molti anni da quella storia ma nella sua voce si sente cicatrizzato tutto quel film e ne esce una delle migliori e più toccanti interpretazioni che Lou abbia mai dato.

Si passa a “Lady Day” (soprannome di Billie Holiday) “Quando gli applausi morivano / E la gente se n’era andata / Lei discendeva le scale del bar / E usciva dalla porta / Verso l’albergo che chiamava casa / aveva mura verdastre / E il bagno all’ingresso”. Terribile questo passaggio dal palcoscenico alla miseria della sua vita. “Aveva mura verdastre e il bagno all’ingresso” difficile dipingere uno stato di malessere con parole più efficaci. Da qui si sente subito il suono potentissimo di questo esemble, capace di commuovere chiunque, anche senza capire di cosa si stia parlando. Steve Hunter sembra aver eseguito correttamente gli esercizi di chitarra in questi ultimi anni; molto bene, possiamo proseguire tranquilli.

Ora tocca a Jim che ci racconta come vede lui il mondo con “Men of Good Fortune”: “La gente facoltosa / Spesso fa cadere gli imperi / Mentre la gente di umili origini / In genere non riesce a far nulla / Il figlio del ricco attende la morte del padre / Il povero beve e piange”. Veramente agghiacciante vedere proiettate le immagini degli “uomini facoltosi”contrapposti agli “uomini di umili origini”. Assolutamente sconvolgentel’assolo finale di Hunter; anche per lui gli anni non esistono. E se voi vi siete commossi a questo contrasto di immagini e suoni, a Jim invece non gliene frega proprio nulla; “And me, I just don’t care at all” cantata da Lou con il più profondo nichilismo.

Ora invece “Caroline dice che sono solo un giocattolo / Lei vuole un uomo, non un ragazzino […] Dice che non ha bisogno di uno smidollato / Ma lei è ancora la mia Regina Tedesca […] Come il veleno in una fiala / A volte era così ignobile / Ma naturalmente, pensavo di poter sopportare tutto”. La relazione incomincia a complicarsi, così Caroline insulta Jim per il suo comportamento infantile e ancora succube di un innamorato che nonostante tutto continua a ritenerla la sua “Regina Tedesca”. Qui grande interpretazione di Lou, che con la voce dà il tempo come solo lui sa fare: accelerate, rallentamenti, alti e bassi.

Adesso Jim invece chiede a Caroline “How do you think it feels”. La canzone non consiste altro che in una serie di domande retoriche che hanno il “compito” di far capire a Caroline la sua condizione di frustrazione, evidentemente incompresa dalla ragazza. “Come credi ci si senta / quando sei solo, e fatto d’anfetamina / come credi ci si senta / Quando tutto ciò che sai dire è se solo […] Come credi ci si senta / Quando sei stato in piedi per cinque giorni / Sempre in giro in cerca di qualcosa / Perchè hai paura di dormire / come credi ci si senta / A sentirsi aggressivo e tossico?”. Ad un certo punto, durante il finale dell’esecuzione della canzone, Lou prende la decisione improvvisa di fermare tutti gli strumenti come se fosse un direttore d’orchestra e attacca un pezzaccio potentissimo dai suoni distorti da far ribaltare tutto il pubblico estasiato e sconvolto. Se vogliamo, adesso, in un certo senso inizia la “seconda parte” quella più intimista, dove emerge tutto lo scavo psicologico dei personaggi. Con “Oh Jim”, il protagonista si trasforma completamente e non tollera più l’atteggiamento della compagna, così da diventare freddo e cinico. “Tutti i tuoi amici da quattro soldi / Ti stanno ingozzando di pillole / Dicevano che ti avrebbero fatto bene / Che ti avrebbero guarito […] E quando sei pieno d’odio fin qui / Sai che devi mettere le cose a posto / Pieno d’odio fin qui / Picchiala a sangue e rimetti le cose a posto”. La canzone è divisa in due parti. Ora risponde Caroline in prima persona rispondendo alleaccuse di Jim: “Oh, Jim / Come hai potuto trattarmi così? Sai che mi hai spezzato il cuore / Da quando sei andato via / Avevi detto che ci amavi / Ma facevi l’amore solo con una di noi due / Oh Jim, come hai potuto trattarmi così? “. Si percepisce quindi il crollo psicologico della ragazza con questi strani sbalzi umorali: prima lo respinge, ora invece lo accusa di essersi allontanato.

Questo è stato uno dei pezzi più memorabili del concerto.Grandissima interpretazione di Lou, direi addirittura teatrale. Anche musicalmente avviene questo cambio di contesto, dove dalla foga della prima parte si passa ad un blues minimalista, dove il pubblico incomincia a tenere il tempo con le mani (ma perché??) e Lou cambia volutamente il ritmo della chitarra come a dire: “Non mi sembra il caso!”

Segue una parte strumentale molto bella, chissà, forse uno dei famosi pezzi che Ezrin ha dovuto tagliare. Si attacca così immediatamente a quel gioiellino di “Caroline Says II”, dove viene fotografata senza filtri la condizione in cui si trova la donna. “Caroline dice / Rialzandosi dal pavimento / perchè mi picchi? / Non è affatto divertente […] Ma lei non ha paura di morire / i suoi amici la chiamano Alaska / Quando prende anfetamine, loro ridono e le chiedono / cosa le passa per la testa.” La canzone si conclude ripetendo la frase “It’s so cold in Alaska” (“Fa così freddo in Alaska”). Davvero straziante.

La storia si complica ulteriormente con “The Kids”. In seguito, a una causa di separazione, i bambini della coppia vengono affidati al padre e così vengono elencati una serie di buoni motivi come per giustificare questa crudeltà. “[…] Le stanno portando via i figli / perchè hanno detto che non era una buona madre / Le stanno portando via i figli per tutte le cose che han sentito dire sul suo conto / Il sergente nero dell’aviazione non era mica il primo / E tutte le droghe che si è fatta, tutte, proprio tutte […] E io sono il ragazzo dell’acqua, il gioco vero non finisce qui / Ma alla fine è il mio cuore che trabocca / Sono solo un uomo sfinito, non ho più parole da dire / Ma da quando ha perso sua figlia / Sono i suoi occhi che s’inumidiscono / E sono molto più felice in questo modo.” Le accuse vanno via via crescendo, fino alla chiusura finale:”[…] Nei vicoli e dentro i locali, era proprio imbattibile / quella miserabile puttana non si negava mai a nessuno”. Una semplice chitarra acusticaaccompagna questo terribile declamare e verso la fine viene accostato ilpianto dei bambini che fa venire i brividi, pensando al cinismo del testo.

Ormai siamo arrivati alla la fine della storia e la tragedia è presto compiuta. Sullo schermo parte la proiezione e Lou ci mostra indicandolo: “Questo era il posto dove poggiava la testa / Quando andava a dormire […] E questa è la stanza dove ha preso il rasoio / E si è tagliata le vene in quella strana notte fatale / E ho detto: Oh, oh.. che sensazione”. La conclusione di questa vicenda non può essere per Jimche di indifferenza: “Non avrei mai cominciato se avessi saputo / che sarebbe andata così / Ma è così strano, non sono affatto triste / Che sia finita così”. La voce di lou era caricata da incubo infernale e credo che tutto il pubblico si sia spaventato a morte. Si sentiva realmente un’aria gelida da film dell’orrore, soprattutto con l’agghiacciante coro dei bambini suonato in riverbero nel finale.

Ora però Jim, che ha perso Caroline, si trova completamente spaesato e non sa più come reagire e cerca di darsi delle giustificazioni morali per andare avanti: “Fissando l’album di fotografie / Lei assomigliava a Maria, Regina di Scozia / Mi sembrava così regale / Questo conferma quanto ci si possa sbagliare / Devo smetterla di perdere il mio tempo / Qualcun altro le avrebbe spezzate le braccia / Canzone Triste”. “Sad Song” apre e “Sad Song” chiude con il suo finale da grande opera.

L’ovazione di Piazza Stradivari è stata incredibile; sembrava proprio che molte delle persone presenti non si aspettassero assolutamente disentire-vedere-vivere uno spettacolo simile. Come da programma i musicisti vengono richiamati per i bis. E Lou accontenta persino le ragazzine, convinte di andare ad ascoltare “Transformer”, con “Sweet Jane”, “Satellite of love” e “Walk on the wilde side”. I pezzi, suonati con il carisma di 30 anni fa, mandano in delirio il pubblico, ma sinceramente, con un “Berlin” così gigantesco, quasi neanche ci si fa caso. E adesso, Lou, cosa farai? Davvero, cosa potrai mai fare ancora?

 

Aldo Marostica

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