Lou Reed: pensieri sparsi (Gong, 1978)

Lou Reed nato a New York nel 1943 è stato chiamato “il padrino del Punk“. Non c’è nessun dubbio: un gran numero di gruppi della New Wave, sia inglese che americana, citano il suo primo gruppo, i Velvet Underground, come una delle loro fondamentali influenze.
Proveniente da una famiglia abbastanza benestante, Lou studiò piano classico prima di infatuarsi del rock’n’ roll. All’età di 15 anni incise il suo primo disco, col gruppo degli Shades, suonando la chitarra e, in parte, cantando. Non fu certo un successo, e Lou passò attraverso parecchi altri gruppi semisconosciuti, prima di andare all’università.
Finì col lavorare saltuariamente come compositore di canzoni per la Pickwick Records, un’etichetta che faceva dischi molto rapidamente nel tentativo di conquistare un filone popolare.
Come risultato si ritrovò coinvolto col chitarrista Sterling Morrison, John Cale, un polistrumentista gallese d’estrazione classica e la batterista Maureen. Questo nucleo lavorò sotto parecchi nomi, come “the Primitives” o “the Warlocks and the Falling Spikes“, prima di chiamarsi “the Velvet Underground“, denominazione derivata dal titolo di un omonimo romanzo.
In questo periodo il gruppo fece delle brevi apparizioni al Café Bizarre, nel Greenwich Village e attirò l’attenzione dell’artista newyorchese Andy Warhol, che invitò il Velvets a prendere parte ad uno show multimedia che egli stesso stava organizzando, chiamato Exploding Plastic Inevitable. Al gruppo si aggiunse un quinto elemento, una donna tedesca chiamata Nico. Si arrivò così al primo contratto discografico con la Verve Records.
Nel 67 uscì il primo album del gruppo, coll’ingombrante e poco accurato titolo “The Velvet Underground & Nico Produced By Andy Warhol“. Il disco fu registrato in un solo giorno, ma nonostante tale rapidità, venne riconosciuto come un classico, contenendo capolavori dei Velvets come “Heroin“, “Venus in Furs” e, la migliore di tutte, “I’m Waiting for My Man“; sempre in quell’anno, il gruppo registrò il secondo album “White Light/ White Heat” sebbene a quel tempo Nico se ne fosse andata. A parte il title-track, i due brani più di rilievo sono “The Gift“, un bizzarro monologo con la voce di Cale sopra quello che può essere considerato il primo heavy metal backing track, e “Sister Ray“, un brano di 17 minuti che termina l’album.
Nel 1969 il gruppo concludeva ogni rapporto con la Verve, dopo un terzo LP chiamato semplicemente “the Velvet Underground“. Da quel momento Cale abbandonò i compagni e fu rimpiazzato da Doug Yule, e nell’Agosto del ’70 anche Lou se ne andò, insoddisfatto del ruolo attribuitegli dal resto del gruppo nel primo album inciso per la Atlantic, “Loaded“. Egli dichiarò che i nastri vennero alterati senza il suo consenso; ma, in ogni caso, l’album, realizzato nel ’71, rimane quello preferito da molti. Successivamente i Velvets tentennarono, zoppicarono, non più organizzabili come il grande gruppo di un tempo. La sua reputazione sarebbe stata macchiata se non fosse stato per due album dal vivo: “Live at Max’s Kansas City ” (il club di New York dove spesso i Velvets avevano suonato), registrato proprio prima che Reed lasciasse la band, e l’inebriante “1969 Velvet Underground Live“, una realizzazione del ’74, contenente parecchi dei migliori brani da “Loaded“, insième con quattro brani precedenti inediti.
Nel frattempo, tornando al ’70, Reed si era lanciato in una carriera solo. Ma fino all’inizio del ’72, quando visitò l’Inghilterra per realizzare il suo primo album solo a Londra, non riemerse mai dal buio della solitudine newyorchese. L’album uscì, semplicemente intitolato “Lou Reed” e, generalmente, deluse i suoi fans, perché il prodotto fu pensato essenzialmente per non destare simpatie. Più tardi, sempre in quell’anno, Lou Reed fece la sua prima apparizione dal vivo in Inghilterra, come ospite a sorpresa durante un concerto di David Bowie. Indubbiamente Bowie lo influenzò artisticamente e il successivo album “Transformer“, prodotto da David e dal suo chitarrista, Mick Ronson, procurò a Reed il primo posto nella Top 20 Hit, con il brano “Walk on the Wild Side“.
Lou proseguì nella scia di questo successo con “Berlin“, uno special della decadenza, che fu realizzato nell’autunno del ’73, per un pubblico stupefatto e confuso, che lo trovò deprimente, nonostante le lodi provenienti dalla critica unanime. Ma giunse il successivo album “Rock’n’roll Animal“: con un heavy-duty group, Lou suonò violente versioni dei suoi “greatest hits” sul palco della New York’s Academy of Music. L’album uscito nel ’74, fece riconquistare a Lou molti fedeli persi con i tre album post-Velvet. Ma il terreno a stento ripreso, fu secondo alcuni perduto col successivo “Sally can’t dance” e dalla fine del ’74 Lou Reed cominciò ad apparire come una luce ormai spenta. Comunque qualcuno decise di realizzare l’altra metà dei nastri registrati durante lo stesso concerto da cui fu tratto l’indimenticabile “Rock’n’roll Animal“: all’inizio del ’75 nacque così “Lou Reed Live“. Alla fine dello stesso anno uscì l’album doppio “Metal Machine Music“. Ognuna delle quattro facciate durava esattamente 16 minuti e 1 secondo e la musica era apparentemente prodotta da marchingegni elettronici. Forse questo era uno scherzo ideato da Lou, ma la Maggior parte di coloro che acquistarono il disco non gradirono il gioco, così molte copie furono riportate ai negozi. Come risultato l’RCA si tirò indietro e “Coney Island Baby” fu l’ultimo album per quella casa discografica, album che segnò il più netto progresso dai tempi di “Transformer“.
Nel ’76 Lou firmò per l’Arista e realizzò “Rock’n’roll Heart“, che la critica descrive generalmente come deludente, forse per la mancanza della carica selvaggia tipica di Lou Reed. E dobbiamo attendere il 1978 per ritrovare la fisionomia perversa di Lou ormai trentacinquenne stampata sulla copertina di un album. “Street Hassle” è il suo ultimo prodotto, con la lunga e sofferta agonia di brani tormentati come “Street Hassle” o “Leave me alone“.
E Lou Reed dopo venti anni di carriera impressiona ancora per la sua capacità inesauribile di rinnovamento continuo, come dimostra ancora con l’ultimo album per l’Arista. Rarissimo caso nel panorama pop internazionale, l’ex Velvet osa rischiare la carta della novità, mai un disco uguale ad un altro: il pubblico è sconcertato, la critica è confusa.
Il suo grande merito è quello di non essere rimasto unicamente un sinonimo di Velvet Underground, ma di aver trovato un’identità precisa anche al di fuori di quella favolosa e irripetibile esperienza. Qui saltano fuori abilità e qualità del personaggio, fervidamente prolifica, rappresentante del rinnovamento artistico, culturale e sociale manifestatesi nella seconda metà degli anni sessanta ma anche professionista, maestro del mestiere fra migliaia di discepoli, animale da rock’n’roll, Frankenstein truccato di bianco con la chitarra a tracollo, fantasma del palcoscenico, poeta decadente e non decaduto degli anni ’70, di una squallida vita che è ancor realtà pure nel 1978 nei lati selvaggi di New York. Oh, pardon me, sir…

 

OH, PARDON ME SIR

“Io ho una profonda avversione per l’intera scena di San Francisco. E’ così noiosa, una menzogna, sono tutti privi di talento. Non sanno suonare e di certo non sanno scrivere. Io lo continuo a dire ma nessuno si preoccupa. Di solito me ne sto tranquillo, ma non posso permettermi di non dire cose negative, perché le cose stanno prendendo una tale piega che qualcuno deve pur dire qualcosa. Voi sapete, gente tipo Jefferson Airplane, Grateful Dead, tutta questa gente sono la cosa più schifosa e pallosa che mai mi sia capitato di ascoltare. Solo guardando dal punto di vista fisico, ti sembra di poter prendere uno tipo Grace Slick seriamente? è uno scherzo, è tutto uno scherzo. I ragazzi vengono tranquilla mente presi in giro.
Dylan mi da ai nervi. Se voi foste a un party con lui, penso che gli dovreste dire di chiudere bottega.
Io amo tantissimo i Creedence Clearwater Revival. Amo il loro modo di unire vecchie forze con un modo moderno di sentire e vivere la musica, vanno bene.
Tommy è come…, è così… Dio, quanta gente è stata presa da tutto questo… Così privi di talento (the Who, ndr. ), e come parolieri così profondamente incapaci, così filosoficamente noiosi da dire… come nel disco ” The Searcher “: ” I ask Timothy Leary… “, ” I wouldn’t ask Timothy Leary the time of day, for cryin’out loud “.
Come un intellettuale mi siedo e ascolto i Kinks e dopo un po’ divento pazzo… dopo un momento che li ascolto mi annoio a morte… non posso assolutamente ascoltarli troppo a lungo.
I Beatles costruivano delle canzoni… bing, bing, bing, devono essere stati i più incredibili scrittori di canzoni – proprio meravigliosamente capaci. Forse la gente non ha capito quanto sia stato triste che i Beatles si siano sciolti.
Jagger è il massimo – io sono affascinato da ciò che ha da dire;… io sono… sono interessato.
David Bowie è veramente in gamba. Crediamo entrambi di avere molte cose in comune. David ha imparato da me come essere un hip. Associandolo con me ha fatto conoscere il suo nome a un sacco di altra gente, anche. E’ eccezionale quando lavora in studio. Ha anche prodotto un mio album.
Mi sono piaciuti molto gli ultimi concerti che ho visto al Rainbow, ma non potevo smettere di pensare che Frank Zappa era caduto dietro il palco di quella orchestra. Odio Frank Zappa, e il pensare a quel suo incidente mi rende molto contento…
Mi piace la direzione in cui sto andando oggi. E’ più sicura e incisiva. Non penso di essere un cantante, con o senza chitarra. Io offro delle interpretazioni drammatiche, che sono poi le mie canzoni. Sapete che la mia vera voce non è ancora stata ascoltata…, usualmente in studio i tecnici accelerano la parte vocale e rendono la mia voce più alta. Quando suono dal vivo la mia voce va su… come in quella mia cosa, “Sweet Jane“.
Mi piace molto “Walk on the wild side“. Con questa canzone ho scoperto il segreto. Mi misi in mente di scrivere, una commedia chiamata “the Walk on the wild side” e così scrissi il libro e composi la canzone. Della commedia non se ne fece più nulla, ma non mi andava di sprecare il tempo e l’energia che avevo impiegato per comporre la canzone, e così l’ho registrata…
I Jefferson Airplane rappresentano secondo me il peggio di ogni cosa, sia
idealmente che musicalmente. Odio ogni cosa di loro, il modo in cui si vestono, il modo in cui si comportano, il modo in cui suonano, il loro stesso nome. Disprezzo tutti i gruppi di San Francisco eccetto i Moby Grape, che però si sono sciolti.
Non sono andato a vedere Bob Dylan nel suo ultimo tour. Avete voglia di scherzare? So cosa vuole essere oggi Bob Dylan, ed è troppo piccolo per vedere qualsiasi cosa. Una volta fui attratto dalla sua profondità. Ma oggi non voglio andare a vederlo specialmente se continua a dare i suoi soldi a Israele. Se desse qualcosa a Israele e agli Arabi allora sarebbe differente.
Frank Zappa è probabilmente la persona più incapace che mi sia mai capitato di ascoltare. E’ una mezza sega, pretenzioso, accademico e non sa assolutamente suonare. Non può suonare rock’n’roll perché è perduto in partenza. Ed è per questo che cerca di presentarsi così follemente simpatico… ma non è felice con se stesso e credo che gli stia bene.
Se io dovessi stendere la mia top ten, cinque pezzi sarebbero sicuramente dei Rolling Stones. Keith Richard non sa suonare molti accordi, ma quelli che sa suonare sono così… meditati, così perfetti.
Alice Cooper, Dio!, volete veramente avere una mia opinione su di lui? E’ il peggiore, il più disgustoso aspetto della musica rock.
Non mi piacciono i Roxy Music. Li ho visti a un concerto di Bowie e pensavo che mi avrebbero ben impressionato. Invece mi hanno annoiato e me ne sono uscito a metà concerto per bere qualcosa.
Io amo David Bowie. E’ tutto. Il ragazzo è tutto… è proprio tutto.
Io spero che un giorno John Cale venga finalmente riconosciuto come… il Beethoven o qualcosa del genere, dei nostri giorni. Ha talmente tante conoscenze nel campo musicale, è un così grande musicista. E’ completamente matto – ma questo perché è gallese.
Nico è quel genere di persona che tu incontri e dopo di questo, non sei più lo stesso di prima. Ha una mente meravigliosa, e “The Marble Index” (album solo di Nico uscito nel Gennaio del 69, ndr. ) è sicuramente una pietra miliare tra gli LP rock.
Maureen Tucker è così bella. Credo che debba essere una delle persone più fantastiche che mai io abbia incontrato in tutta la mia vita.
Stavo lavorando sull’innocenza di Doug Yule… sono sicuro che non abbia mai capito niente di quello che stava cantando. Non sapeva di che cosa si trattasse. Io credo, penso che fosse molto… ingegnoso (?!)… adoro la gente come lui… che è così ingegnosa… capite?.
Andy Warhol: senza dubbio lo amo”.

 

Sandra De Vita

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