Lou Reed: crescendo in pubblico (Supermusic, 1980)

Lou Reed, trentotto anni, di New York, proviene da una famiglia dell’alta borghesia e, come tutti i giovani rampolli dell’ ambiente bene, ha studiato pianoforte classico per cinque anni, prima di scoprire il rock’n’roll e le bidonvilles della Bowery Street e dell’East Village percorse dall’alcool, dalla droga e dal sesso disperato. Aveva quindici anni quando formò il suo primo gruppo, gli “ Shades“, con cui incise anche un disco, “So Blue “, che risulta praticamente introvabile. Prima di diventare un rocker tutto d’un pezzo, Reed aveva fatto in tempo a frequentare anche l’università, la scuola di giornalismo e quella d’arte drammatica. Lavorando, poi, alla Pickwick Records incontrò John Cale e Sterling Morrison. Con i due formò un altro gruppo che ebbe diversi nomi: “The Primitives” (con questo nome incisero “The Ostrich“), ” The Warlocks“, “The Falling Spikes” e, finalmente, con l’inserimento di Maureen Tucker, quello di “Velvet Underground“.
Ed è stato appunto con questo nome che il gruppo decollò verso il successo” un successo al traino del mondo e dell’arte di Andy Warhol, il pittore e regista statunitense che si impose come il massimo rappresentante della pop-art. Il primo album dei “Velvet Underground” era pioneristico nel campo del rock, si potrebbe definirlo come l’espressione di una “new wave” dell’epoca. Lou Reed ere l’artefice di questo rock tenebroso, decadente e disperate che proveniva dallo spirito della New York sotterranea e metropolitana.
Anni intensi e disperati, quelli nell’orbita di Warhol. Fin quando anche il “genio” venne ingoiato dal business. Allora i “Velvet” si dissolsero e Lou Reed per due anni si ritirò dalle scene imboccando il lugubre tunnel dell’eroina. Si ripresentò in Inghilterra con il suo primo album, “Lou Reed“, in cui il rock aveva assunto dimensioni più classiche, meno anarcoidi e disperate, il pubblico non rispose con troppo entusiasmo, ma il successo arrivò con il secondo, “Transformer“, prodotto dal suo allievo, amico e rivale David Bowie. A fare da “apripista” aveva contribuito, in maniera determinante, il primo 45 giri di successo dell’artista americano, il famosissimo “Walk On The Wild Sid“. Subito dopo, in autunno (siamo nel 73), arrivò “Berlin“, un album di inconfondibile stile Reed, in cui tornavano prepotentemente alla luce temi a lui cari come la droga, il sesso, la violenza e il suicidio.
Liberatesi dal peso dell’eroina, Reed tornò negli Stati Uniti e a New York, all’Academy of Music, registrò “Rock’n roll Animal”, l’ellepì che fino a quel momento fu il più venduto. In rapida successione vennero alla luce altri due album, “Sally Can’t Dance” e “Lou Reed Live“. Poi venne il doppio di sperimentazione elettronica “Metal Music Machine” e “Coney Island Baby“, in cui trovavano posto brani come “She’s My Best Friend” e “Kicks“.
Nel 76 ha cambiato casa discografica e subito ha inciso “Rock’n Roll Heart “, seguito, due anni più tardi, da “Street Hassle“, definito unanimemente come una pietra miliare della storia del rock, un capolavoro. Affermatesi, quindi, come uno dei pochi eroi che il rock ha prodotto, Lou Reed ha definitivamente imboccato la strada (volente o nolente) del mito. L’ultimo suo album, “Growing up in public” è stata un’ulteriore dimostrazione del suo genio, creando un rock inusuale per lui, senza ritmo ossessionante, glaciale.

 

Maurizio Lupi

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