L’impulso della perversione (Jam! 2003)

Lou Reed è uno di quegli artisti che fanno parlare di sé. Quando si vocifera di un nuovo album le notizie volano con molto anticipo attraverso ogni genere di fonte mass mediatica, web in primis. Spesso si tratta di notizie contraddittorie, alcune reali e altre un po’ meno. Ma ciò è inevitabile, quando si incarna un mito senza tempo o, per meglio dire, più miti al tempo stesso: quello di ‘pupillo’ di Andy Warhol, con tanto di sublime parentesi musicale titolata Velvet Underground, e quello di uno degli autori americani di maggior talento. Ecco cosa accomuna Lou Reed ad Edgar Allan Poe dal quale, alla pari di molti altri musicisti famosi, ha tratto ispirazione per il suo nuovo album, The Raven. C’è un episodio importante però che chiarisce da dove giunga questo lavoro: “Una sera, quella di Halloween, insieme a Hal Willner, il mio co produttore“, ha raccontato Reed, “stavo partecipando a un reading alla St. Ann’s Church. Stavo leggendo i versi di Il cuore rivelatore di Poe: fu in quel momento che capii cose su di lui che non avevo mai capito prima“. E in quel momento il musicista ha capito che doveva andare a fondo in questa “celebrazione del poeta americano”, facendone un disco. L’ex Velvet Underground, come ha raccontato lui stesso, si è però preso qualche licenza poetica: “The Raven comincia con la prima coppia di versi originali di Poe, poi diventa ‘Lou’. Sapete, Edgar Allan Poe non avrebbe mai detto ‘bugiardo fracido senza cazzo’… Oppure: ‘Uomini di affari, non vale neanche la pena cagare su di voi’. Credo che quei versi siano particolarmente appropriati, con gli scandali recenti in cui alcuni uomini di affari sono stati coinvolti”. Il vecchio “moralista del rock”, evidentemente, non ha perso la sua verve…

C’è infatti, per Lou Reed, un filo rosso che lega saldamente il poeta ottocentesco alla nostra società contemporanea: “Poe scrisse un articolo dal titolo L’impulso della perversione, in cui si chiedeva perché siamo attratti da quelle cose che sappiamo siano nocive per noi. È certamente un sentimento universale e qualcosa da cui sono profondamente attratto”.

In disco, oltre alla collaborazione con il vecchio amico David Bowie, vede la presenza di leggende come Ornette Coleman: “Quando ero un ragazzo non potevo permettermi di andarlo a vedere nei club. Così, adesso, lavorare con lui è stato il sogno di una vita che si è realizzato“, ha commentato a proposito del musicista jazz.

Come ci ha riferito lo stesso Lou l’unico gesto necessario per capire veramente di cosa si sta parlando è ascoltare l’album in questione. “The Raven“, ha detto Lou nel corso di un’altra intervista, “è assolutamente il culmine di tutto quello che ho sempre fatto, eccetto la fotografia. Tutte le mie idee sul suono, lo scrivere, l’enfasi e le rime: è tutto qui. È il culmine di tutto quello che ho fatto prima, di tutto. Più lo ascolti, più cose vi troverai dentro. È il mio picco a duecento chilometri all’ora“.

Quando si attende una telefonata in piena notte – o, per meglio dire, nelle primissime ore di un’alba invernale che, in quanto tale, con la notte ha in comune una straordinaria somiglianza – capita di non andare neppure a letto per un breve riposo perché, tanto, sarebbe inutile e non si riuscirebbe a chiudere occhio. Specialmente sapendo che, di lì a poco, all’altro capo del filo ci sarà un certo Louis Firbank alias Lou Reed. E allora inizi a incrociare le dita, rileggi le domande che ti sei preparata pur sapendo che, con larga probabilità, ti serviranno a malapena per rompere il ghiaccio iniziale. Ciò nonostante, mentre ti auguri che non si dimentichino di te e che il maltempo in corso non impedisca i collegamenti telefonici (tutto ma non questo, per favore, non stanotte!), il tuo foglietto inizia ad assumere un rasserenante effetto placebo che, alla fine, contribuisce a dare i suoi frutti. E già immagini come Lou potrebbe essere vestito dall’altra parte dell’oceano, in pieno inverno, a New York. Forse indosserà occhiali da sole, come sempre e indipendentemente dalle circostanze: del resto, nel suo cameo nel film di Paul AusterBlue In The Face“, Lou esplicitava in un monologo l’importanza di indossare i suoi occhiali, anche se questi non avevano neppure le lenti.

Solo più tardi, quando inizia realmente la conversazione con Reed, finalmente la logica dei discorsi prende il sopravvento e il breve percorso ‘tira diritto’ senza particolari scossoni.


Mister Lou Reed? Good evening. Italy’s speaking.
Good morning. In Italia è mattina, se non ricordo male.

Sì, è così. In Italia, i tuoi reading con Laurie Anderson della scorsa estate ancora riecheggiano nella mente e nel cuore dei tanti tuoi fan. L’Italia è un paese che vuole particolarmente bene a Lou e a Laurie..
Io e Laurie ce ne siamo accorti con piacere. Lo sapevamo già ma, almeno per me, era la prima volta che il soggiorno non era solo finalizzato a qualche concerto e nulla più.

Posso chiedere quale città ti ha maggiormente impressionato?
Dovendo scegliere, Venezia. Ma è una scelta difficile.

Parliamo di The Raven, il tuo ultimo e attesissimo album in uscita.
Dimmi cosa vuoi sapere e io rispondo. Su questo lavoro potrei parlare all’infinito oppure non dire una parola perché, quando uscirà l’album, l’unico modo per comprendere veramente tutta la storia è ascoltarlo, ascoltare i suoi testi e le musiche.

Il fatto che parli di testi e di musiche significa che – essendo, tra l’altro, un album che prende vita da un precedente progetto teatrale – le due parti, nella realizzazione, hanno preso vita in maniera distinta?
Diciamo che considero i testi fortemente ispirati da Edgar Allan Poe. Li ho scritti io e sono strettamente collegati alla musica, nei brani. Però mi reputo più ‘autore musicale’ che fautore dei contenuti. Io e Wilson abbiamo avuto l’idea, che però è nata dallo straordinario stile letterario di Poe.

C’è qualcosa che accomuna la sua scrittura alla tua?
Un certo stile, sì.. (pausa, nda.) Ma soprattutto il far emergere le emozioni per poter entrare in contatto – getting in touch – con la coscienza, i sentimenti, le contraddizioni delle persone. Mi piace scrivere di cose che rappresentano l’umanità. Non conosco altro argomento più importante di questo.

The Raven è stato presentato, ancor prima della sua uscita, come uno dei tuoi progetti più ambiziosi in assoluto. Sei d’accordo?
Un’opera di questo tipo comporta sempre un’ambizione di fondo, quando a scriverla è un musicista rock. Ci sono precedenti di questo tipo, in questo campo, caratterizzati dal connubio tra la poesia e la musica. Ho iniziato a suonare, giovanissimo, con una band che faceva un certo tipo di musica, anche improvvisando. Ma la scrittura, la poesia è qualcosa che ho sempre coltivato fin da allora. Non solo per i testi delle mie canzoni, nel momento in cui ho iniziato a comporre, ma in disparte.

So che, al liceo, la poesia e la letteratura ti hanno in qualche modo ‘salvato’ spianandoti la strada verso un mondo che, altrimenti, non avresti forse mai conosciuto. È a quell’epoca che risale il tuo ‘innamoramento’ nei confronti di Edgar Allan Poe?
Al college ho avuto il privilegio di conoscere un insegnante incredibile, Delmore Schwartz, una figura che ha avuto nella mia vita un’importanza fondamentale, soprattutto in quegli anni, e che ha rappresentato un punto di riferimento importante per il mondo della letteratura e della poesia che andavo via via scoprendo mentre iniziavo a scrivere. Tuttavia ho scoperto Poe solo negli ultimi anni. Lo avevo letto in precedenza ma non lo avevo approfondito – cosa che, invece, è fortunatamente accaduta in età matura. Ora lo comprendo quando leggo i suoi brani. La collaborazione con Wilson è stata un’ulteriore occasione per approfondire la conoscenza di questo autore.

Ho letto che nel disco hai inserito spezzoni, recitati e musicati, conformi a quelli originali delle liriche di Poe.
È vero. Ma soffermarsi a parlarne è inutile: the more you listen to it, the more you’ll find.

 

Eleonora Bagarotti

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