martedì , 23 Aprile 2019
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Libertà di cambiare (Ciao2001, 1976)

Esce in questi giorni “Rock’n’roll heart”, ultimo album di Lou Reed, e il primo dell’artista per una nuova etichetta discografica, che lo ha lasciato, per la prima volta, completamente libero di creare. L’evoluzione musicale di Lou, insieme alla più recente intervista.

di Manuel Insolera

Per Lou Reed, dopo il suo recente passaggio dalla RCA alla nuova combattiva etichetta Arista di Clive Davis, molte cose sono cambiate: per sua stessa ammissione, è forse la prima volta che lo si lascia completamente libero di fare ciò ohe esattamente vuole, e i risultati, come vedremo tra poco, non si sono fatti aspettare.
Durante tutta la vicenda artistica, Lou Reed è stato sempre molto contrastato, dai mass-media come dalla sua casa discografica. Su basi musicali ed espressive molto diverse, vi sono comunque, a livello generale, parecchie analogie con il caso di Frank Zappa. Entrambi, infatti, cominciarono a manifestarsi (il primo con le Mothers of Invention a Los Angeles, il secondo con i Velvet Underground a New York) nel 1966. Entrambi, ognuno a loro modo, rivoluzionavano sperimentalmente il concetto di rock, e scrivevano testi scabrosi, crudi, realisti, che portavano alla ribalta, e allo stesso tempo demistificavano coti ironia, il mondo degli emarginati. Infine, entrambi venivano censurati e boicottati dalla stampa conformista, mentre venivano esaltati dagli ambienti underground delle rispettive città in cui si ritrovavano ad agire.
Una curiosità, ignorata da molti, è che Lou Reed, prima di fondare i Velvet e aprire così un nuovo capitolo nella evoluzione elettrica del rock, si dilettava, intorno agli anni 1963-64, a comporre e suonare delle canzonine in stile “suri” (quello dei primi Beach Boys, per intenderci)! Di questi suoi incredibili esordi esiste anche una testimonianza su vinile: si tratta di un 45 giri uscito proprio in questi giorni iper l’etichetta alternativa francese Skydog: contiene quattro brani, registrati intorno al ’64, in cui Lou gorgheggia parole stupide e allegre, accompagnato dai vari groppi da lui fondati prima dei Velvet: i Primitives, i Beachnuts e i Roughnecks.
La storia dei Velvet Underground è ormai anche da noi conosciutissima. Fondati da Lou Reed e John Cale nel 1965, dopo un primo periodo volto all’esplorazione di una specie di jazz orientaleggiante, si misero ad elaborare un rock elettrico, avanguardistico, diventando ben presto II punto di riferimento della New York emarginata, dai cui ambienti essi stessi in gran parte provenivano. Entrati nel giro di intellettuali estremisti che facevano capo ad Andy Warhol e al locale chiamato Max’s Kansas City, fecero uscire due album terribili e violenti (“The Velvet Underground & Nico” e “White light/white heat“). Frequenti contrasti tra due forti personalità come Reed e John Cale, portarono quest’ultimo a uscire dalla formazione. Dopo un album di transizione (“The Velvet Underground“) e un nuovo capolavoro (“Loaded“) considerato il primo manifesto annunciatore dell’attuale movimento “punk” newyorkese, anche Lou abbandonava il gruppo, nel 1970. Sarebbero usciti postumi due LP live, di cui uno (“Live at Max’s Kansas City“) registrato malissimo e un altro (“Live 1969“), doppio, davvero bello.
Lou Reed iniziava quindi una carriera solista, che attraverso album quali lo splendido e sotterraneo “Berlin“, il durissimo “Rock’n’roll animal” inciso dal vivo, l’ambiguo “Sally can’t dance” salito ai vertici delle classifiche americane, io sperimentale “Metal machine music” (quattro facciate di suoni elettronici) e il cristallino “Coney Island baby“, avrebbe creato il culto di cui oggi è oggetto, quale principale ispiratore del nuovo rock urbano (punk-rock) oggi in ascesa. E adesso il passaggio alla Arista, e finalmente la completa libertà di creare. Ce ne parla lui stesso, in questa recentissima intervista.

 

 

IL NUOVO LOU

D.: Perché hai cambiato etichetta discografica?
LOU REED: Soprattutto a causa della personalità di Clive Davis, il direttore generale della Arista: è uno ohe tiene conto della personalità della gente che ha a che fare con lui; non è, come spesso succede, solamente un commerciante.

D.: Qual è il tuo album “solo” in cui ti sei sentito più libero?
LOU REED: Sono molto affezionato a “Berlin” e a “Metal Machine Music” ma, a parte quello che ho appena finito di registrare, il mio preferito è “Coney Island Baby”: qui ho avuto per la prima volta un controllo pressoché totale… In effetti, penso che sia il miglior disco che io abbia registrato, dopo l’epoca dei Velvet.

D.: Che significato ha avuto, per te, il travestitismo, con il quale, ispirando Bowie, hai dato vita al fenomeno ” decadente” ?
LOU REED: E’ stato vero per me, nel momento in cui sentivo di farlo. La moda che ne è derivata non mi interessa (e non mi riferisco a Bowie, che stimo molto). Sapete, le cose cambiano, bisogna sempre che accada qualcosa di nuovo, sennò si diventa dei fossili. Perché, al fondo di me stesso, io non scherzo affatto… mi sembra inconcepibile che si debba mentire.

D.: Che genere di dischi ascolti?
LOU REED: Mi piace quella che io chiamo la “stupid music”: cioè una musica ascoltando la quale si prova piacére {alcuni esempi di splendida “Stupid music“: Diana Ross, K. C. & the Sunshine Band, il reggae di Bob Marley). In realtà, io mi sforzo, da parte mia, di fare della “stupid music”. Sapete, una buona parte della musica dei Velvet era della “stupid music“. All’epoca, volevo che suonassimo della “stupid music” che avrebbe potuto dire, nello stesso tempo, altre cose. Oggi, chi vuoi comunicare delle cose, ha un po’ dimenticato il lato “fun”, vale a dire il saper manifestare cose anche importanti senza perdere di vista il lato del “piacere” che la musica deve procurare.

D.: Con i Velvet, sembravate tentare una sìntesi tra la musica sperimentale e il mondo della strada…
LOU REED: All’epoca, non ci sembrava essere una musica sperimentale. Descrivevamo semplicemente ciò che vedevamo nella strada. Volevamo creare delle impressioni reali, palpabili. Allora, all’epoca, non ci spiegavamo la reazione della gente, l’odio, gli attacchi di cui siamo stati vittime. Ci assimilavano élla perversione, alla violenza… mentre noi non facevamo altro che raccontare ciò che avevamo sotto gli occhi, a New York. Più tardi, abbiamo capito fino a che punto eravamo arrivati. Come Andy Warhol, siamo arrivati in anticipo. Nel momento in cui, oggi, queste situazioni si ritrovano un po’ dappertutto nel mondo, a livello dei grandi centri urbani.

D.: Cosa pensi dell’attuale rock di New York?
LOU REED: Per ora, è una situazione positiva, che ha ancora molto da esprimere. Mi piacciono soprattutto Patti Smith e i Television. Un po’ meno i Ramones. E mi piace, soprattutto, New York.

 

ROCK’N’ROLL HEART

II nuovo album di Lou Reed, in corso di stampa anche da noi, si intitola “Rock’n’roll heart“, e non “Nomad“, come in un primo momento era stato comunicato. Composto, prodotto, arrangiato e missato da Lou (che vi suona anche il piano e tutte le chitarre) presenta, rispetto ai precedenti, soprattutto la novità di una Maggiore ricchezza del suono, e una comunicatività esuberante, rinnovata, che nulla toglie alle atmosfere dense, vellutate, di quella frenetica dolcezza in cui Lou è maestro. Gli altri accompagnatori (Michael Fonfara, tastiere; Bruce Yaw, basso; Michael Suchorsky, batteria e Marty Fogel, sassofono) sono gli stessi già presenti in “Coney Island baby“, e costituiscono l’attuale gruppo stabile di Lou, con il quale, dopo una tournée americana, verranno in Europa gli inizi dell’anno prossimo.
Rimandando alla specifica recensione per un giudizio critico più approfondito, diamo ora un cenno delle canzoni presentate. L’iniziale “I believe in Love” e “Senselessly cruel“, leggere e movimentate, introducono perfettamente al concetto loureediano di “stupid music“; “Banging on my drum“, “Claim to fame” e “Rock’n’roll heart” riprendono in dimensioni futuriste l’essenza vitale e i sussulti del rock’n’roll; “Follow the leader”, frenetica, martellante e quasi jazzata riprende le fila angosciate della paranoia urbana; “Vicious circle“, ballata acustica e vellutata, si riallaccia all’acre sotterraneità di “Berlin“; “A sheltered life“, pianistica e strana, si rifa strettamente alle atmosfere dei cabaret europeizzante; “Chooser and the chosen one” è un brano strumentale, che abbina soluzioni ritmiche e jazzate; infine i tre brani più belli e più lunghi: “You wear ìt so well“, canzone di ampio, drammatico respiro; “Ladies pay“, cesellata e dolcissima; e “Temporary things“, secca e tesissima, alla maniera dei “classici” loureediani più apprezzati.

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