martedì , 23 Aprile 2019
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Intervista a Lou Reed (Musician, 1996)

Lou Reed è sempre stato là, sulla frontiera. Senza paura di cambiare, senza la paura che sperimentando avrebbe potuto fallire, senza paura di essere un outsider o a volte di sparire, è l’articolo genuino nello scaffale. Il suo nuovo album Set the Twilight Reeling farà vorticare la vostra mente, quando sentirete l’artista al meglio della sua violenza sulla chitarra. E violentando le convenzioni dimostra la profondità della sua originalità. 
In questa acuta intervista l’influente musicista parla di ciò che lo rende triste, felice o folle.

Non avete bisogno di ascoltare troppo a lungo il nuovo disco di Lou Reed, Set the Twilight Reeling (Warner Bros.), per capire dove si trovi l’artista in questo momento della sua vita. Negli ultimi anni ha pianto la perdita di alcuni amici, tra i quali Sterling Morrison, chitarrista e membro fondatore dei Velvet Underground, morto di cancro l’anno scorso; ed ha pubblicato due meditazioni musicali sul tema della morte, il cupo Magic and Loss e, insieme a John Cale, l’album omaggio a Andy Warhol Songs for Drella. Ma il cinquantatreenne Reed è tornato a ghignare, e nel potere e nella gloria della chitarra elettrica e nella sua relazione sentimentale con la performer art-pop Laurie Anderson egli rivela in quale modo sembri cercare un senso più vero di sé.

Ho incontrato questo “nuovo” Lou Reed pochi giorni prima che il suo vecchio gruppo, i Velvet Underground, fosse ammesso nella Rock and Roll Hall of Fame dove esso, trentun anni dopo aver cambiato le dimensioni del rock, ha finalmente ricevuto la consacrazione ufficiale. Sono stato sorpreso dalla socievolezza di questo notoriamente brusco soggetto da intervista. Molto desideroso di parlare del suo nuovo disco, della sua nuova mentalità, e del rispetto per il suo mentore (nonché fondatore di questa rivista) Andy Warhol.

 

RAY ROGERS: Quando ascolto Set the Twilight Reeling ricevo forti vibrazioni, c’è dentro molta energia positiva. I tuoi dischi degli anni ’60 e ’70 sembravano riflettere ciò che ti mettevi in corpo in quel periodo, eroina e alcol. E visto che questo album si apre con una canzone intitolata “Egg Cream” (Zabaione), mi chiedevo cosa ti metti in corpo adesso.

LOU REED: Mangio più sano, questo è sicuro. Possiamo anche metterla così. Però si può anche dire che quelli erano i tempi per quelle cose, e che io ero più giovane. 
Non direi che nei miei vecchi lavori ci fosse energia negativa. C’erano canzoni incredibilmente belle e positive, fin dai primi dischi. “I’ll Be Your Mirror” è una splendida canzone, come “Pale Blue Eyes”. E alcuni rock sono davvero potenti, per esempio “Sister Ray” o “White Light/White Heat”. Ma non le definirei negative, dio mio. Le considero super-divertimento. Wow. Potenza, vera azione viscerale.

 

RR: Senti di avere adesso una pace interiore che prima non avevi?

LR: Pace interiore? Di sicuro adesso mi sento meglio rispetto alla vita di quanto non mi sia mai sentito. Avere il controllo mi ha fatto sentire davvero bene.

 

RR: Tu suoni tutte le chitarre su questo disco. Considerata tutta la tecnologia che abbiamo a portata di polpastrello, come mai la chitarra risulta ancora così bella?

LR: La gente ha fatto cose con le corde per poterle colpire ininterrottamente. I gruppi rock mi hanno sempre ricordato quelle bande nel Medioevo che giravano di città in città a fare spettacoli. I gruppi rock fanno questo, hanno solo bisogno dell’elettricità. Capisci, non puoi portarti in giro un piano a una festa; un banjo non ha alcuna forza; dell’arpa non frega niente a nessuno; il violino in qualche modo è interessante, ma bisogna saperlo suonare. Una chitarra può suonarla qualunque idiota (risate).

 

RR: Nei tuoi ultimi dischi sembra diventata più acuta la tua capacità di mettere a fuoco le cose.

LR: Credo di essere più costante, ora. Credo che la qualità della scrittura sia migliorata. Voglio dire, all’interno del modesto ambito nel quale si svolge il mio lavoro, una canzone deve poter essere cantata. [Mi viene in mente] la filosofia di Andy: “Lavora, lavora, lavora. Stai sempre al massimo. Sei pigro, cosa c’è che non va?” Lo ripeteva, ripeteva e ripeteva ancora, come un disco rotto. “Sei pigro! Dovresti scrivere quindici canzoni al giorno!”

 

RR: Cosa ti manca di Andy Warhol?

LR: Era intelligentissimo, maledettamente intelligente e divertente. Andy diceva cose che mi lasciavano secco. Non ti capita tanto spesso, e invece lo avrei voluto. Ti fa sentire solo.

 

RR: Ho notato che la canzone “Sex With Your Parents (Motherfucker) part II” è stata registrata il 4 Luglio: è voluto?

LR: No, è capitato così. Quando qualcuno ha fatto caso alla data, ci è sembrato molto divertente. Abbiamo schermato il microfono con uno zerbino da bagno su cui era scritta a stencil la parola NEWT (il nome di Newt Gingrich, esponente di punta dell’ala più conservatrice del Partito Repubblicano, n.d.t.) per essere più ispirati patriotticamente.

 

RR: (ride) Grande! Che differenza c’è tra il registrare questa canzone nella situazione politica attuale con i tempi ai quali hai registrato “America”?

 

LR: Non ci vedo nessuna contraddizione. Vuoi dire che “America” era patriottica? Ma anche “Sex With Your Parents” lo è. E’ molto patriottica. Voglio dire che discutere obiettivi politici, vedute e prospettive è la cosa più americana che si possa concepire. E questa gente [i conservatori di destra] sono spregevoli, sono dei traditori dell’ideale democratico. Sono disgustosi. E’ giusto prenderli in giro, ed è una presa in giro educata. E’ anche una delle poche canzoni che conosco che di fatto spieghi e mostri specificamente cosa sia “motherfucking”. Ed è qualcosa che riguarda senza dubbio Dole, Gingrich e Rush Rambo (sic).

 

RR: Cosa c’è nei tuoi lavori che spaventa i Dole e i Limbaugh del mondo?

LR: Rispondo a questa domanda in “Sex With Your Parents”: tette e cazzi giovani. Preferiscono di gran lunga la violenza.

 

RR: Perché credi che siano così spaventati da “tette e cazzi giovani”?

LR: Perché sono repressi da morire. Guardali. E’ proprio orribile. Questa è l’America. E noi dovremmo essere capaci di scuoterla. [Il sindaco di New York] Rudy Giuliani vuole togliere i sex shop. E’ incredibile, non lo capisco. Ma forse non devo capirlo, scrivo solo canzoni su queste cose.

 

RR: La tua musica è mai stata censurata direttamente?

LR: No. Ascolta “Street Hassle”: inizia con “That cunt’s not breathing”. Il problema di solito non è che io usi una parola considerata offensiva, è un’idea. Chi capisce le parole di “Big Hole”? Nessuno. Il gruppo sì, ma a quei tempi le persone della casa discografica non sapevano cosa ci fosse sul disco perché non erano in grado di capirne una parola. E siccome non sopportavano la musica, non si mettevano mai ad ascoltare l’album con attenzione per capire cosa ci fosse.

 

RR: E’ Laurie Anderson la “donna dai mille volti” di cui parli nella tua nuova canzone “Trade In”?

LR: Sì, e la definizione non le rende giustizia.

 

RR: Vi ispirate creativamente a vicenda?

LR: Non posso parlare per lei, ma è una persona che ispira davvero, e mi è stata di grande aiuto. (Scimmiotta se stesso) “E’ stata di grande aiuto”. Però è vero, è di aiuto poter dire “Non riesco più a sentire niente, vuoi ascoltare tu e dirmi cosa ne pensi?”

 

RR: Una buona parte di questo disco sembra parlare d’amore: questo contrasta con il tuo modo forte di parlare, con il tuo personaggio duro.

LR: Beh, dopotutto io sono un’icona di New York (ride). E’ necessario avere quest’immagine ma, per l’amor di Dio, è un po’ limitativa. Mi piacerebbe darle un po’ d’aria. Non credi? Il modo in cui la gente la recepiva cominciava a logorarmi.

 

RR: E’ difficile, quando scrivi, mettere da parte l’immagine di Lou Reed?

LR: Più che metterla da parte si tratta di umanizzarla molto.

 

RR: Dev’essere un grosso lavoro.

LR: Sì, perché in quel momento ti stai ricostruendo. La gente dice “Allora non è così duro”. Ma io non ho mai detto di esserlo.

 

RR: Cosa ti ha spinto a scrivere in modo più espressivo?

LR: Quanto materiale buono c’è ancora da scrivere? Non puoi mantenere quel tipo di immagine, non ne vale la pena. Voglio dire che ho fatto musica a lungo, deve esserci qualcosa in più. Non sono un Marlowe, il detective creato da Raymond Chandler. Quando ci pensi, dico a Raymond Chandler, quanti buoni romanzi aveva? Quanti bei dischi puoi scrivere sulla vita? E’ meglio ampliare i propri orizzonti.

 

RR: Ventisette anni dopo lo scioglimento del gruppo originale, i Velvet vengono finalmente accolti nella Rock’n’Roll Hall of Fame. Cosa significa questo per te?

LR: Vorrei fosse successo quando Sterling [Morrison] era ancora vivo. E’ questa la prima cosa. Ma devo ringraziare le persone che hanno lavorato duro ogni anno per farci ammettere. Penso sia una sorta di rivendicazione, per noi e per Andy, per coloro i quali hanno creduto in noi e pensavano che quello che facevamo fosse valido.

 

Ray Rogers

Traduzione di Giulio Pasquali

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