martedì , 23 Aprile 2019
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Intervista a Lou Reed (Jam!, 1998)

Vestito rigorosamente di nero, con tanto di occhiali da sole inforcati, Lou Reed risponde con molta “coolness” alle domande. È a Milano per presentare PERFECT NIGHT LIVE IN LONDON, un lungo disco dal vivo che ricapitoli una carriera inimitabile. Lou non è uno che scherza: quando un giornalista di un ‘tiggì’ gli chiede di commentare l’arresto di George Michael per atti osceni, Lou alza gli occhiali, lo fissa impassibile, e non dice una parola. Il problema è che, mediamente, Reed è più brillante e intelligente dei suoi intervistatori: non si nasconde mai, o quasi, dietro a risposte vaghe, ed è uno di quei tipi a cui piace mettere i puntini sulle ‘i’. Nell’intervista che segue Lou Reed parla un po’ di tutto: la nascita del nuovo disco, I Velvet Underground, i vecchi amici persi per strada, la Factory di Andy Warhol, la pièce teatrale Time Rocker. E, ovviamente, NewYork, senza la quale, ammette Lou, oggi non sarebbe la persona che è.

Ezio Guaitamacchi: Come e quando hai deciso di mettere in piedi il progetto PERFECT NIGHT?
LOU REED: Alla Royal Festival Hall di Londra si tiene un festival chiamato Meldtown dove ogni anno c’è un direttore artistico diverso che fa una performance e invita i propri amici artisti ad esibirsi. L’anno scorso è toccato a Laurie Anderson, che mi ha invitato. Avevo appena comprato una delle famose chitarre di Jim Qlsen, che aveva un suono incredibile, e un normale amplificatore. Mi sarebbe piaciuto fare uno show basato proprio sul suono di questa chitarra, però amplificata. La chitarra aveva un suono fantastico anche acustica, ma la volevo amplificare ed è quello che abbiamo fatto e che si può sentire su PERFECT NIGHT LIVE IN LONDON. Se la serata è stata davvero perfetta è per merito di quella chitarra.

 

E. G.: Quindi hai deciso di suonare diciamo ‘acustico’, per via del suono di quella chitarra…
LOU REED: Si, assolutamente. In verità non chiamerei il suono ‘acustico’, è semplicemente un suono elettrico di tipo differente. Non mi piace nemmeno come viene utilizzato il termine ‘unplugged’, perché la Maggior parte delle volte la spina è attaccata. Ho utilizzato un vero pick-up magnetico collegato direttamente all’amplificatore: non è facile suonare così, ma pensavo sarebbe stato interessante ascoltare un tipo di suono elettrico differente dal solito. Molta gente ascolta l’album e pensa che sia una Telecaster…

 

E. G.: Con quale criterio hai selezionato i brani?
LOU REED: Mi sono visto con la band e ho detto: scordatevi il set elettrico, voglio un repertorio che sia divertente fare con questa chitarra. I titoli da includere nel set sono stati scelti da me e dai vari membri della band, ognuno dei quali aveva delle preferenze.

 

E. G.: Ci sono canzoni che volevi includere nel set e che per qualche ragione sono state escluse?
LOU REED: No, abbiamo incluso tutto quello che volevamo. Il resto delle canzoni era stato pensato per la chitarra elettrica e non si adattava al nuovo arrangiamento elettroacustico.

 

E. G.: Nel disco ci sono tre canzoni tratte dalla pièce teatrale Time Rocker. Puoi dirmi qualcosa a proposito?
LOU REED: Time Rocker è una pièce che ho scritto con Robert Wilson, commissionata dal Thalia Theatre di Amburgo, che aveva già fatto una pièce con Tom Waits e Bob Wilson. Time Rocker è stata rappresentata in tutta Europa, ma non a Londra e non qui a Milano, e onestamente non so perché. Negli Stati Uniti è stata solo a New York per dieci giorni… Credo che sia una meravigliosa pièce teatrale, parla di viaggiare attraverso il tempo.

 

E. G.: Pensi che pubblicherai mai su disco le musiche di Time Rocker?
LOU REED: A parte le tre canzoni incluse in PERFECT NIGHT LIVE IN LONDON, sto scrivendo un nuovo album adesso: se non rifarò integralmente Time Rocker da solo, includerò comunque un paio di canzoni tratti dalla pièce.

 

E. G.: Nel disco dal vivo ci sono anche due canzoni tratte da NEW YORK, che personalmente considero un grande album. Qualcuno ha detto che NEW YORK è l’album ideale da fare ascoltare a chi odia il rock’n’roll per fargli cambiare idea…
LOU REED: Mi sembra una buona idea, non sarò certo io a respingerla…

 

E. G.: Nel documentario televisivo Lou Reed: Rock And Roll Heart dici che la città di New York fa parte del tuo Dna: quanta parte di New York c’è ancora oggi nella tua musica? Esisterebbe Lou Reed senza NewYork?
LOU REED: Esisterebbe, ma non sarebbe com’è oggi. Devo molto alla città: è una questione di emozioni, di ispirazione, di feeling, anche grazie agli artisti meravigliosi che ci vivono. La città è davvero un grande sorgente di ispirazione, ecco perché dico che mi porto dietro la città nei miei geni.

 

E. G.: Se qualcuno venisse per la prima volta a NewYork e tu dovessi fargli da guida, che cosa gli mostreresti per fargli capire il vero spirito della città?
LOU REED: Lo porterei a un art show. Le cose più eccitanti della città sono la musica, le performance, le mostre, i musei. Certo però che non abbiamo cose vecchie di centinaia, centinaia, centinaia e centinaia d’anni come avete voi qui. Il nostro è un paese relativamente giovane.

 

E. G.: Hai mai pensato di trasferirti altrove?
LOU REED: Penso continuamente di trasferirmi altrove, lo dico sempre. In realtà a New York tutti dicono che vogliono trasferirsi… Sarebbe bello avere più di un posto dove stare.

 

E. G.: Pensi che la città sia tanto cambiata rispetto agli anni Sessanta, artisticamente parlando?
LOU REED: Tutto è cambiato rispetto agli anni Sessanta, non solo a NewYork. Ma è ancora un paradiso per i giovani artisti, che non vanno certo a finire a Hoboken, New Jersey.

 

E. G.: Parliamo dei Velvet Underground. Quando andaste a suonare a San Francisco odiavate la California. La pensi ancora così?
LOU REED: Non odio la California. È bello visitare la California, là ho degli amici, è un grande stato. Il fatto di odiarla dipende da dove abiti, e alcune delle persone che dicono di odiare la California, in realtà ci vivono.

 

E. G. : Ti ricordi il momento in cui è nata in te la passione per la musica?
LOU REED: Di sicuro ricordo il momento in cui ho ascoltato per la prima volta Fats Domino, Little Richard, Elvis, Roy Orbison, Chuck Berry, Carl Perkins, gli Harptones e James Burton, che suonava con Ricky Nelson e con Elvis.

 

E. G.: C’è stato un momento particolare in cui ha deciso di diventare un musicista professionista?
LOU REED: Non ho mai pensato in termini di professionismo, non abbiamo mai guadagnato molti soldi, ho sempre lavorato nei bar, anche durante la high school, e guadagnavo di più li che con i Velvet Underground. Non è mai stata una professione per fare soldi, non è mai accaduto. Piuttosto che professionista, ho sempre preferito definirmi un musicista e un songwriter.

 

E. G.: Prima hai nominato i tuoi eroi musicali. E la letteratura? I tuoi testi vengono considerati poesia: quando hai iniziato a scrivere canzoni?
LOU REED: Molto presto. Quando frequentavo il college sono rimasto colpito da uno dei miei insegnanti, Delmore Schwarze. In particolare ero rimasto impressionato da un suo racconto intitolato In Dreams Begin Responsabilities che possedeva un incredibile potere emozionale per qualcosa come cinque pagine. E mi piacevano anche Hubert Selby, William Burroughs, Allen Ginsberg, ogni novità diventava sorgente di ispirazione per il mio stile.

 

E. G.: Pochi mesi fa Bob Dylan è stato a un passo dal prendere il Nobel per la Letteratura: pensi che sia possibile che un songwriter ottenga il Nobel?
LOU REED: Certo, spero che lo prenda. Non vedo perché no.

 

E. G.: E stato così magico il periodo con Andy Warhol alla Factory?
LOU REED: Certo, e lo diventa sempre più ogni giorno che passa. Si trattava di un periodo e di un luogo magico, gente con storie personali diverse si riunivano dando vita alla possibilità di sperimentare e provare cose diverse. L’influenza di quei giorni è ancora viva nell’arte, nella moda, nel cinema, nella pubblicità.

 

E. G.: Cosa ti manca di più di Andy Warhol, l’artista o l’amico?
LOU REED: Mi piacerebbe sapere cosa farebbe oggi. Era così brillante. Tenero e brillante. La cosa interessante è che se io e Andy osservavamo una cosa, alla fine sembrava che guardassimo cose diverse, ed era sempre interessante capire quello che ‘vedeva’ lui. Mi piacerebbe davvero sapere che cosa ‘vedrebbe’ oggi.

 

E. G.: E vero che Warhol aveva una ferrea filosofia del lavoro, che ti accusava continuamente di essere pigro e di non scrivere abbastanza canzoni?
LOU REED: Sì, l’ho scritto in una canzone di SONGS FOR DRELLA. Andy possedeva un’etica del lavoro molto forte, continuava a chiedermi: “Perché sprechi così tanto tempo, perché non scrivi più canzoni, perché non lavori?”.

 

E. G.: Posso chiederti di ricordare la figura di Nico, che forse è stata dimenticata?
LOU REED: Ho sempre amato la musica che faceva Nico e ovviamente amavo come interpretava le canzoni che scrivevo per lei.

 

E. G.: Negli ultimi anni hai perso molti amici, hai anche fatto un album, MAGIC AND LOSS, dedicato a Doc Pomus. Mi chiedo quale sia la tua reazione con la morte. Ne hai paura o la consideri parte integrante della vita?
LOU REED: E tu?

 

E. G.: Mi fa paura.
LOU REED: Hai avuto degli amici morti?

 

E. G.: Sì.
LOU REED: La Maggior parte della gente ha tragedie nella vita…

 

E. G.: Ti fanno nascere un senso di rabbia…
LOU REED: E dopo cosa succede?

 

E. G.: Credo che alla fine nella natura umana, in un modo o nell’altro, il potere della vita prevalga. O almeno questa è la mia opinione personale…
LOU REED: Oh, è anche la mia. Devi andare avanti. Non c’è niente che tu possa fare, non puoi cambiare nulla. Paul Auster mi disse qualcosa di interessante a proposito: devi andare avanti, ha detto, perché l’alternativa è macabra.

 

E. G.: Lavori ancora con lui?
LOU REED: Ho appena fatto un piccola parte in un film scritto da lui intitolato Lulu On The Bridge, ma il titolo non ha niente a che fare con me. Si tratta di una parte piccolissima.

 

E. G. : Ti piace lavorare nel cinema?
LOU REED: Si, ma lo faccio solo con registi che mi piacciono davvero tanto. Mi piacciono Greenway, Cohn, Wenders. Trovo divertente recitare con abiti che non mi appartengono.

 

E. G.: Ho visto una vecchia fotografia con te, David Byrne, Patti Smith e John Cale che suonate insieme. C’è qualche possibilità di vedere insieme una band così un giorno?
LOU REED: Dubito, ma non si sa mai.

 

E. G.: Nel video-documentario Lou Reed: Rock And Roll Heart ci sono, tra gli altri, David Bowie, Patti Smith, David Byrne e membri dei Sonic Youth che parlano di te e ti definiscono una fonte di ispirazione e addirittura il loro maestro. Come ci si sente?
LOU REED: Non so… Ognuno di noi cerca di fare il meglio che può. Come si dice in America: cerca di giocare le carte che hai in mano. Che altro possiamo fare?

 

E. G.: Ci sono giovani musicisti che negli ultimi anni hanno particolarmente attirato la tua attenzione?
LOU REED: Mi piacciono molto Joshua Redman, Branford Marsalis e Vernon Reid.

 

E. G.: I primi due sono jazzisti: ascolti molto jazz, quindi?
LOU REED: Si, a volte mi piace farlo.

 

E. G.: E ti capita mai di ascoltare un tuo album una volta registrato?
LOU REED: Non lo faccio mai. Mai. L’ho incisa io, l’ho gia sentita… C’è così tanta musica in giro che sarebbe po’ troppo da narciso mettersi ad ascoltare la propria musica.

 

E. G.: Altri artisti spesso dicono di avere ascoltato fino alla noia le proprie canzoni durante la fase di mixing da non volerlo fare più…
LOU REED: A me invece capita sempre di trovare gli errori.

 

E. G.: PERFECT NIGHT è una sorta di riassunto della tua carriera. C’è un album che consideri particolarmente rappresentativo del tuo spirito, un disco che faresti ascoltare a una persona che viene introdotta per la prima volta alla tua musica?
LOU REED: Ci sono molti album che mi piacciono molto. Non so… potrei prendere il primo dei Velvet Underground, il terzo, BERLIN, NEW YORK, MAGIC AND LOSS, oppure l’ultimo. Ognuno rappresenta una parte diversa di me stesso.

 

E. G.: Nel documentario di cui parlavamo prima affermi che nella tua vita hai preso una sola lezione di chitarra. In effetti le tue canzoni, dal punto vista musicale, sono molto semplici, hanno due, tre, quattro accordi. È una scelta razionale o un modo spontaneo di esprimerti?
LOU REED: Ho sempre amato quegli accordi e la loro combinazione. Sono gli accordi che sono alla base del folk e del blues e, risalendo indietro, li puoi ascoltare nella musica africana e in vari tipi di musica sacra. C’è qualcosa in quelle modulazioni di incredibilmente soddisfacente, ecco perché continuano a venire utilizzati.

 

E. G.: Ha qualche senso per te la parola ispirazione?
LOU REED: Certo, mi piace bussare alla porta dell’ispirazione in ogni momento. “Hallooo, halloooo, c’è qualcuno in casa oggi? Salutate Lou!”

 

E. G.: Ne hai un’idea romantica e spirituale oppure è solo un fatto di esperienza, di tecnica musicale?
LOU REED: In un giorno se tutti questi elementi più un po’ di ispirazione sono riuniti nella mia testa, li posso davvero ascoltare.

 

E. G.: In passato hai sperimentato nuovi suoni, ma negli ultimi dieci anni sei tornato a una forma essenziale e semplice di rock. Non ti interessa la sperimentazione o pensi che stai ancora sperimentando, solo in un altro modo?
LOU REED: Cercare il suono di PERFECT NIGHT LIVE IN LONDON è stata una forma di sperimentazione. Ci sono sempre nuove cosa da fare con il suono. Sono ancora affascinato da suoni che non mai ascoltato prima.

 

E. G.: Hai altri interessi, a parte la musica?
LOU REED: La fotografia. Ho partecipato a due mostre collettive e mi è piaciuto molto. Fotografo edifici, paesaggi, gente, animali in Africa…

 

E. G.:Pensi di vivere ancora sul ‘lato selvaggio’ della vita?
LOU REED: Penso che la vita stessa sia selvaggia, ricca di differenti colori e sapori.

 

E. G.: Recentemente Eric Clapton mi ha detto che la sua esperienza con la droga è stata allo stesso tempo buona e cattiva. Cattiva perché è stata una perdita di tempo, buona perché era uno dei passi che lo ha portato ad essere quello che è oggi. Sei d’accordo?
LOU REED: Certo, perché no? Suona bene. Non c’è nulla che non sottoscriverei in questa affermazione.

 

E. G.: Hai qualche rimpianto artistico?
LOU REED: No, perché le opportunità per fare le cose ci sono ancora. Non rimpiango il fatto di non essere perfetto, sarebbe stata una vera perdita di tempo, e non rimpiango di non avere più talento di quanto ho, perché non ci posso fare niente. Puoi utilizzare solo il talento di cui sei dotato.

 

E. G.: Parafrasando il titolo del tuo disco, e della canzone Perfect Day, credi che possa esistere una canzone ‘perfetta’?
LOU REED: Sarebbe interessante chiedere alla gente cosa crede sia una canzone perfetta. Per te, come fan, qual è una canzone perfetta?

 

E. G.: Forse una di Joni Mitchell… Direi che California da BLUE è quanto di più vicino ci sia a una canzone perfetta, ma è un giudizio molto personale e non sono un musicista…
LOU REED: Non devi essere un musicista per riconoscere una canzone perfetta, così come non devi essere un regista per riconoscere un film perfetto, un architetto per riconoscere un edificio perfetto o un ingegnere per riconoscere un’automobile perfetta.

 

E. G.: Volevo dire che forse ci sono standard tecnico-musicali oltre che emozionali a far sì che una canzone sia perfetta…
LOU REED: Io sono interessato soprattutto alle emozioni… Se dovessi fare una lista delle canzoni perfette inizierei con Amazing Grace. Spesso sono le cose semplici a colpire. Pensa al testo di Amazing Grace: tutti hanno a disposizione quelle parole e quindi potresti pensare che tutti possono scrivere una canzone così. La verità però è che sono poche le persone capaci di scrivere qualcosa di potente come Amazing Grace. La Maggior parte delle persone scrivono Amazing Waste (è un gioco di parole: ‘waste’ qui sta per ‘spazzatura’, ndr).

 

E. G. : Vuoi essere un musicista per il resto dei tuoi giorni?
LOU REED: Amo suonare. Se la gente smetterà di amarmi, aprirò un bar, mi assumerà da solo, così che nessuno mi potrà licenziare.

 

E. G.: Un’ultima domanda: c’è qualche possibilità che un giorno tu e Laurie Anderson facciate un album o un intero concerto insìeme?
LOU REED: Non credo che accadrà. Suoniamo insieme, ma solo in privato.

 

Ezio Guaitamacchi

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