Intervista a Lou Reed (Ciao2001, 1979)

“E’ da molto tempo che non parlavo più con te, ma questa sarà la volta giusta”, annunciava quasi profeticamente Lou Reed in una canzone chiave di “Street Hassle”. E da quel momento, dopo essere uscito da un ennesimo e lungo black out umano ed artistico, il suo essere artista ha subito una svolta radicale e profonda, che lo ha portato di nuovo, come quindici anni fa, per le strade della disperazione, dell’ironia, dell’impossibilità genetica di definirsi animali razionali, per le backstreets del vizio e della perversione, della Coca Cola e dei piccoli bar, per i sentieri tortuosi della Paura e della Negazione, per i viottoli incontaminati del momento al di fuori del tempo, nel quale si riesce ancora a scorgere tra le nebbie del progresso, la possibilità di se stessi.
L’anno scorso Lou Reed ha lavorato molto in America, se prescindiamo da una rapida apparizione in Danimarca in occasione di un maxi-raduno all’aperto. Ed i commenti riguardo queste sue esibizioni sono sempre stati lusinghieri; i toni usati erano ovviamente sul tipo di “La rinascita del fantasma(!?)” oppure “Lou riprende un discorso interrotto dai tempi del primo album dei Velvet Underground”. Il segnale comunque più importante del “ritorno alle origini” si è avuto con la messa in circolazione del live “Take no prisoners”, album nel quale Lou Reed è passato ironicamente in rassegna alle sue capacità di uomo di spettacolo con uno sguardo* però venato da sfumature autodistruttive.
L’album infatti segna la definitiva decodificazione, delle sue canzoni: lo stravolgimento operato le ha rese diverse dagli originali, soprattutto come intenzionalità. E già quest’operazione artistica era apparsa agli occhi di molti come qualcosa di altamente sommo; ma il 1979 è portatore di grandi novità non logicamente derivabili dalle premesse (o forse sì, se ci collochiamo in un altro dei tanti mondi possibili), che hanno sempre come punto di riferimento la totalità di quelle componenti umano -chimiche che danno la vita a Lou Reed.

– CONCERTO A BASILEA
Dopo una mezz’ora di attesa Lou Reed e la sua band sono comparsi sul palco, con tutte le luci del teatro accese. Lou sempre di spalle, con una maglietta bianca e un gilet di cuoio nero. Mostra il suo volto soltanto dopo i primi magici e consueti accordi di “Sweet Jane“, il brano che apre da sempre i concerti. Tre chitarre (compresa la sua) un basso, una batteria ed un sax costituiscono l’affiatato tappeto sonoro. Il suono è più o meno quello di “Take no prisoners“, anche se tutto sommato Lou canta di più, gioca di meno ma soprattutto è immerso fino al collo in una dimensione “da musicista” che da tempo aveva perduto. “Coney Island Baby” viene a cadere in un momento dì estrema tensione tra il pubblico e per questo motivo la sua esecuzione non è delle migliori. Iniziamo per questo a temere il peggio ma Lou si rimbocca le maniche e si produce In una “l’m waìting for my man” tirata all’inverosimile. Da segnalare un suo lungo assolo chitarristico iniziale ed un’ottima performance di Marty Fogel al sax. Ritmo martellante ed incandescente e la platea inizia a scaldarsi. A questo punto però arriva la sorpresa: “I’ll be your mirror“, vecchio hit dei Velvet, che viene riproposta in veste soft, in-timistica. E Lou Reed sempre fermo e statuario, le sue uni-che mosse consistono in rapidi e secchi cenni ai suoi musicisti. Il ghiaccio comunque è rotto ed inaspettatamente Lou propone “Perfect Day” brano romantico di “Transformer“, sempre ignorato ne! concerti. Gli arrangiamenti sono tutti molto compressi, colpiscono senza dilungarsi. Lou è una vecchia volpe, capisce che è arrivato i! momento di riscaldare un po’ gli animi ed allora è la volta di “Plack Pack”, un inedito e scatenatissimo rock’ n’roll, nel quale tira fuori dal cappello alcuni virtuosismi chitarristici davvero notevoli.
Al termine di questo brano Lou si prende un breve riposo, beve il solito bicchierino e decide di cambiare i suoi panni artistici; da musicista freddo, magnetico diventerà infatti completo interprete di se stesso. Colonna sonora di questa fase sono alcuni tra i più bei brani di “Berlin“, l’incisione forse più matura e meno capita della sua intera produzione discografica. “Man of good Fortune” durante la quale l’artista ripete più volte
“Fuckin* Fords” (in offesa agli Agnelli americani), la stessa “Berlin” eseguita in modo identico alla versione di “Take no prisoners“, e poi le grandi sorprese e cioè “Caroline Says“, “The Kids” e alla fine “The bed“: ovvero tre brani mai eseguiti dal vivo dall’autore. Acustici nella versione originale, a Basilea hanno assunto la veste canonica di ballate metropolitane, con l’alternanza studiata di momenti intimisti e istanti violenti, aggressivi ma mai esplicitati fino in fondo. In questa fase del concerto Lou diventa primadonna: vive sul palco la storia delle sue canzoni, le mima, le soffre: dà vita ad una situazione intensa, forse irripetibile.
Dopo questa lunga parentesi Lou riprende le vesti di musicista, abbraccia la sua chitarra trasparente ed arriva il clou dell’esibizione, sotto il profilo musicale. “Street Hassle” è in un certo senso la nuova “Heroin“: intensa, ricca di variazioni, di momenti sospesi nelI’ inespresso. Una vera e propria danza che nell’arco di quindici minuti sintetizza (in qualcosa di nuovo) i vari momenti artistici di Lou, dall’elettronica alla ballata, dal jazz al rock’n’roll. Il finale è a dir poco travolgente: in primo piano ci sono Ellard “Moose” Boles al basso distorto e potente, e Lou Reed con i suoi assoli assordanti.
Il concerto è così concluso ma il pubblico non ne vuole sapere. I bis concessi sono due: “Walk on the wild side“, eseguita con un tempo velocissimo e con un Lou che sottilmente ironizza sulla New York malata da cartolina che in questi anni è passata a livello di media e “Bells” il brano guida del suo nuovo album, un pezzo veramente maestoso.

– CONSIDERAZIONI
Insomma quello di Basilea è stato un concerto che ha rilanciato Lou Reed ai nostri stessi occhi. L’immagine opaca e triste di due anni fa è stata completamente cancellata: attualmente Lou attraversa un buon periodo umano e artistico . Da questo punto di vista II suo nuovo disco ci fornirà decisamente delle indicazioni più precise. Certo, a Basilea abbiamo visto agire sul palco un musicista che suona tramite gli altri musicisti, un chitarrista ritmico veramente deciso ed importante (sulle parti soliste il discorso è troppo personale), un cantante che usa la voce proiettandola in molte dimensioni, ma soprattutto una persona che per il momento ha messo in secondo ordine i motivi di autodistruzione che da sempre costituiscono la nota dominante della sua vita. Il suono che producono le complesse, teutoniche apparecchiature tridimensionali ideate da Lou Reed e da Manfred Shunke, è avvolgente e compresso, ma soprattutto dà vita ad un continuo incredibile nei quale raramente emerge il suono del singolo strumento; prescindendo ovviamente dalle singole parti di primo piano. A livello musicale abbiamo avuto la netta sensazione che Lou Reed stia attraversando un momento di estrema libertà espressiva: durante il concerto è passato con tranquillità e noncuranza dal rock’n’roll al momento intimista, dal jazz al blues, sempre però avendo come punto di riferimento la tecnologia di “Metal Machine Music”. E la cosa più interessante è che non ci sono in realtà dispersioni: il suo ruolo più importante è proprio quello di tenere raccolte un metro sotto I suoi piedi queste diversissime componenti, il successo è stato comunque notevole: alla fine il pubblico non voleva sapere di lasciare il teatro, nonostante il sorridente e compiaciuto “Thank you very very very very much” di Lou Reed, al termine del bis.

– L’INTERVISTA
Mattino dopo il concerto. Prime luci dell’alba. Veniamo svegliati dallo squillare ripetuto del telefono. Il nostro informatore (un capo-concierge italiano) ci voleva comunicare che: “quello (?!) è appena sceso dalla sua stanza. Ed ora sta passeggiando da solo qua attorno”. Ci vestiamo, senza badare troppo per il sottile e raggiungiamo Lou Reed in un tristissimo giardinetto svizzero. Stentiamo a farci riconoscere, ma alla fine la memoria viene a salvare una situazione che avrebbe potuto prendere dei toni antipatici, ed il nostro obiettivo viene così raggiunto


2001: “Ormai sei entrato nella fase conclusiva di questo tour. Puoi tracciare per noi una specie di bilancio?”.
Lou Reed: “Le ragioni che spingono un musicista on the road sono molteplici, e non sempre nascono unicamente dal suo desiderio di avere un contatto con il suo pubblico. A me ad esempio delle volte non mi andava affatto di mettermi in viaggio; lo dovevo fare perché magari avevo delle scadenze economiche o roba del genere. Anche sotto il profilo musicale le cose non sono mai così semplici e determinate: puoi andare in tour soltanto perché devi pubblicizzare il tuo disco. Questa invece è stata una tournée che mi ha visto pronto a tutti gli effetti: nella mia mente per tutto questo tempo non ho fatto altro che pensare al concerto serale, al tipo di pubblico che avrei incontrato e così via”.
2001: “I motivi di questa dimensione…”.
Lou Reed: “E’ difficile capire il vortice in cui un musicista come me ruoterà fino alla fine della sua vita. All’inizio guardavo questo dover stare nel vortice come una vera e propria maledizione, non mi volevo identificare in quella situazione. Ora, con tanti anni
sulle spalle mi sono reso conto che quella è una condizione necessaria per ogni esistenza umana. Per questo motivo sto curando moltissimo l’aspetto musicale della faccenda, lo stesso cerco di fare musica continuamente”.
2001: “II concerto di ieri sera ha abbastanza evidenziato questa tua esigenza?”.

Lou Reed: “Sì anche se in quel teatro ho voluto offrire al pubblico più punti di lettura del mio spettacolo. Non molti comunque li hanno individuati. Erano tutti troppo preoccupati ad agitarsi…”.
2001: “Una curiosità sul “suono”. E’ veramente qualcosa che non capita di ascoltare tutti i giorni “.
Lou Reed: “Tutti gli strumenti vengono filtrati prima che arrivino al mix da due scatoline che li suddividono in due gruppi, come se fosse una normale stereofonia. Infatti al rnixer arrivano in realtà due fasci di suoni ben distinti. Il lavoro del tecnico è di equalizzare le componenti di ogni fascio e di miscelare i due fasci, trovare i volumi giusti. Lavorato dall’uomo, il suono ritorna completamente stereofonizzato all’impianto di amplificazione, che tra l’altro ha delle speciali apparecchiature di diffusione tridimensionale delle onde”.
2001: “Anche tu stai scoprendo la tecnologia?”.
Lou Reed:  Eh, per uno uno che vive a New York da più di trent’anni è impossibile non avere fin dalla nascita un rapporto tecnico con il mondo. All’inizio, quando io suonavo con i Velvet Underground, il mondo moderno era visto come un qualcosa di immutabilmente negativo, era visto sotto una ottica tipicamente passiva, era come se noi fossimo stati per anni interi a guardare una macchina, senza mai avere II coraggio di salirci, su. E di fronte all’intimidazione, noi abbiamo risposto in modo analogo. Il Lou Reed di oggi non è assolutamente sconfitto, anche se constata la vittoria delle leggi, forse però ho imparato una grande lezione. Tutto è apparenza, gioco, falsità ed allora hai davanti a te due possibili alternative: il matto (Lou Reed di ieri) o il musicista (il Lou Reed di oggi). Ad esempio la musica che eseguo oggi è fortemente tecnicizzata, si avvale cioè di alcune invenzioni dì prima mano. Ma qua la tecnica è resa strumento obbediente, e rendere strumento non vuole dire affatto teorizzare una squallida estetica dell’acciaio bullonato come fanno ora i Kraftwerk o David Bowie“.
2001: “A livello musicale, numerosi sono gli stili che confluiscono attualmente nelle tue cose?”.
Lou Reed: “Per molto tempo è stato detto che rappresentavo uno degli aspetti musicali della mia città. Ma come tu stesso sai, New York non è soltanto rock’n’roll, ma anche jazz (di ogni scuola possibile) blues, easy listening, disco-music. E non mi sembra corretto dimenticare queste componenti”.
2001: “Nello spettacolo di ieri sera hai inserito canzoni non molto note, o perlomeno che non hai mai eseguito on stage”
Lou Reed: “E’ ora che la gente mi apprezzi per tutte le cose che ho scritto e non soltanto per “Heroin“, oppure per “Rock’n’roll” oppure per “Vicious“. Odio identificarmi fino in fondo con quello che scrivo; per questo ho deciso di rendere piuttosto fruttuante la scaletta dei miei brani live”.
2001: “Veniamo al tuo ultimo album, “Bells”.
Lou Reed: “Ovviamente è la cosa migliore che io abbia mai inciso (lieve sorriso ironico appare tra le sue labbra) e per questo motivo rappresenta un discreto passo in avanti rispetto a “Street Hassle“.

 

Aldo Bagli


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