Contraddizioni e i rumori della strada (Ciao2001, 1977)

Il personaggio Lou Reed continua a meravigliare. Arrivato all’età di 36 anni il musicista sembra rinnovarsi proponendo nuovo se stesso. Lo abbiamo intervistato anche per parlare del suo nuovissimo album intitolato “Street Hassle”, ovvero “piccoli fastidi (o rumori) della strada”.

di Aldo Bagli

Giunto alla veneranda età di 36 anni, luride si può considerare come uno dei “vecchi” del rock’n’roll americano. La sua è stata una storia artistica ed umana molto travagliata, ricca di contraddizioni, di momenti neri, di angosce esistenziali che hanno influenzato in maniera lacerante il prodotto musicale, di episodi fortunati, insomma luride e uno di quei pochi personaggi che sono andati al di là della moda, del proprio habitat storico-naturale, per affermarsi come un “qualcosa” di molteplici, a volte persino incomprensibile.
Su di lui sono scritte del tumulto, che lo ama lo elevato mito, padre spirituale della New York ammalata e metropolitana che oggi sta trascinando molti turisti bene di mezzo mondo, chi lo odia lo ha elevato ugualmente a simbolo (questa volta negativo però) di un mondo in rovina, senza più valori e possibilità di critiche. Da parte nostra non c’è assolutamente la presunzione di voler giudicare o di incasellare un personaggio come Lou Reed (lui stesso detesta le vuote etichette), ma soltanto la volontà di parlare ancora una volta di un’artista, che non può e non deve passare inosservata a coloro (e sono tanti) che non hanno mai sentito parlare dei Velvet Underground, di album allucinanti (Berlin e Metal Machine Music) ed in generale di un’intera storia umana consumata distrutta dalle più importanti contraddizioni che vive l’uomo moderno, figlio della tecnologia delle grandi città. Lou Reed è in questo senso un prototipo ideale che ha avuto anche la capacità di staccarsi dall’associazione storico-sociale (anche la disco-music e un prototipo dei nostri giorni) e di arrivare a creare una forma d’arte non limitata la sola musica, ma estesa anche ad altri campi (cinema-gesto) un fatto espressivo quasi del tutto indipendente dal condizionamento industriale.

 

UN NOBEL PER IL ROCK?

Da circa due mesi il luride ha cambiato casa e dall’elegante Side si è trasferito di nuovo nel Greenwich Village tornando simbolicamente alle origini (almeno come ambiente) della sua avventura artistica. abbiamo incontrato Lou proprio nella sua “tana”, una casa molto bella, piena di libri, di telecamere a circuito chiuso, i proiettori e di televisioni.
In questo periodo luride sembra essere quasi ossessionato dalle possibilità comunicative dell’immagine: infatti tiene continuamente in funzione quel gigantesco apparato di macchine da presa, che firmano tutto ciò che accade dentro casa.

2001: “ti è rimasto un buon ricordo dell’Italia?”.

Lou Reed: “quello che è accaduto da voi è stato veramente terribile. Ho sofferto molto e tutto sommato per una cosa così stupida… stai tranquillo, nella mia vita non si recheranno ma che episodi del genere”.

2001: “da molta gente, viene considerato uno dei più grandi rock’n’roller”.

Lou Reed: “smettiamola di parlare sempre solo di musica. Come si può del resto prendere sul serio una “cosa” come il rock’n’roll? un rock’n’roller non vincerà mai un premio Nobel e la sua attività non verrà mai riconosciuta come artistica. Si sarà fortunata da un disco in classifica. Tutto qui. Il rock’n’roll (come del resto tutta la cosiddetta musica pop) è un ghetto culturale e sociale dalla quale è molto difficile uscire”.

2001: “ma rimane il fatto che hai fatto molto…”.

Lou Reed: ” ho scritto soltanto delle canzoni d’amore. Altre hanno scritto loro fantasie su alcune mie canzoni. Il meccanismo è sempre lo stesso: il più delle volte l’artista finisce per comunicare altri contenuti rispetto a quelli che si era prefissati”.

2001: “qualcuno, anzi molti, ma scritto che tu sei il padre spirituale del punk-rock”.

Lou Reed: “non ho più salutato tutti coloro di mia conoscenza che hanno scritto certe cose. Odio le etichette. Tutto ciò che etichetta e commercio, soldi… guarda e Velvet Underground, nessuno mai riuscita ad etichettarle per questo sono rimasti sempre margini. Il punk rock?… è disco-music più ritmata. Il cervello non c’è. In quella musica esiste soltanto il corpo le sensazioni più immediate, meno elaborate”.

2001: “che ne dici del grande momento che sta vivendo New York City?”.

Lou Reed: “perché volete sempre dei giudizi da me…”.

2001: “per il semplice fatto che tu, volente o nolente, se state continuò ad essere uno degli artisti più (Lou interrompe)…”.

Lou Reed: “ricordati… Lou Reed non è niente di tutto questo. È la storia che mi ha fatto essere a volte nero, a volte rosso: anzi l’immagine e offerto la gente ha determinato tutto con le cose sul tipo “Lou Reed: principe della notte”. Le persone per vivere hanno sempre bisogno di miti. E i cantanti pop assorbono benissimo la loro funzione di miti fabbricati. Per questo e non voglio essere niente, se non la rappresentazione del negativo”.

2001: “ma anche quella può diventare un mito”.

Lou Reed: ” tutto può diventare ed essere tutto. La nostra è un’epoca superficiale, camaleontica ed eclettica. Se volessi, potrei fare anch’io dei soldi rappresentando il negativo. Ma non sono questi i miei piani . Non ti dimenticare che oggi esistono i Mass media (radio-televisione-stampa), che praticamente annullano ogni progresso rapido”.

2001: “sta per uscire in tutto il mondo il tuo nuovo e d’atteso album…”.

Lou Reed: “è un album e coraggioso che inizia là dove è finito “Metal Machine Music“. Infatti produce una sgrammaticalizzazione formale del rock’n’roll, sia a livello meramente compositivo, sia a livello sonoro.che vuol essere vivo oggi, vista l’impossibilità pratica di creare, può soltanto operare sul già determinato (industrialmente Nrd) e stravolgerlo, distruggerlo, rifarsi la faccia forza di pugni…”.

2001: “queste tue “concezioni” si avvicinano molto a quelle delle avanguardie newyorkesi, in particolare a Warhol …”.

Lou Reed: “e allora?”.

 

STREET HASSLE

Street Hassle” (piccoli fastidi della strada) è il titolo del nuovo album di Lou Reed, registrato dal vivo in Germania con delle nuove apparecchiature che formano il “suono binaurale stereo”, una “diavoleria” che produce un suono distorto, graffiante, a volte persino sgradevole.già questo primo particolare c’è fatto capire che il Lou Reed con questo album ha completamente abbandonato la strada della stupid-music di “Rock’n’Roll Heart“, il suo precedente disco. Ci sono dei cambiamenti, e dalla luce di quanto “Street Hassle” offre, possiamo dire che sono anche abbastanza vistosi e non lasceranno indifferente gli ammiratori di Lou. Alla base di quest’opera c’è sicuramente il concetto autoironico di decodificazione del proprio passato, e a livello formale e a livello contenutistico.e facendo questo Lou ironizza anche sul 20 anni di musica industriale. Ci spieghiamo meglio: pur essendo composto di composizioni gradevoli, molto belle e suggestive, il disco contiene dei momenti di dissoluzione completa: il suono è indefinibile, la voce di Lou Reed (non in tutti brani) sembra quella di un bambino capriccioso, a livello musicale può e non esiste un filo conduttore: dal jazz anni 50 (deformato totalmente) si passa alla rocca notturno, marce e malato, da violini bar occhi ed ossessivi a canzonette stile anni 50, con relativo corretto. I testi a volte sono persino indecifrabili…

Street Hassle” e un album e sperimentale, che riporta l’autore vertici dei primi album dei Velvet Underground, con quasi vent’anni in più di esperienze artistiche, e un’incisione che ci fa capire come gli esperimenti (tra l’altro molto di moda) di Bowie (Heroes) e di Eno debbano tutto a Lou Reed, alle sue follie sonore ed esistenziali.

Veniamo a parlare del disco, in maniera più descrittiva. Tra le composizioni non possiamo non ricordare l’omonima “Street Hassle“: undici minuti drammatici, mari, dove un violino ossessivo rende l’immagine esotica di inquietante. Nella parte finale della composizione, Lou si trasforma in cantante d’atmosfera, regalando dei momenti di una tensione impercettibile primo ascolto. “Dirt” è pregnata di violenza sotterranea, inespressa, ogni paragone con altra canzone punk, oppure con “teppisti” come Iggy Pop, è praticamente impossibile. Lou suona la chitarra e sembra avere acquistato il gusto al solismo, un tempo perduto. “Shooting Star” è la classica ballata loureediana, completamente distorto da un suona da una voce… (manca l’aggettivo esauriente), mentre “Leave me alone” è un brano jazz ripetitivo e violento. “Real good time together” invece è una riedizione di un vecchio d’inedito classico dei Velvet Underground. Comunque queste colonne sono servite solo per fornire alcune anticipazioni…

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