martedì , 23 Aprile 2019
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Cavalieri e Dame caduti (Ciao 2001, 1975)

Continuando la serie di presentazioni di articoli di giornalisti stranieri, oggi ne presentiamo uno un po’ singolare, dello stesso Lou Reed. Non credo ci sia di meglio per inquadrare la personalità di un’artista che leggere quel che scrive senza malefiche mediazioni giornalistiche! Lou Reed scrive spesso su Fusion, e quelli che vi presento è un articolo che s’intitola, appunto, “cavalieri caduti e dame cadute”.

di Lou Reed

Nell’età in cui l’identità è un problema, certa gente si unisce a gruppi di rock’n’roll e fa spettacoli per altra gente che ha le stesse difficoltà. La differenza d’età tra il pubblico e l’artista, nel caso del rock, non è molto. Ma, sfortunatamente, quelli del pubblico danno per scontato che quelli sul palcoscenico sappiano qualcosa che loro non sanno. Il che non è vero. Ci serve un ego molto forte per lasciarsi amare per quel che si fa piuttosto che per quel che si è. Il cantante ha un’anima, ma sente di non essere amato di fuori della scena. O, e forse è peggio, sente di brillare solo in scena e di avvizzire fuori di essa. D’altronde non siamo che fiocchi di neve, no?

Brian Epstein costruì un impero ma visse abbastanza da avere parecchio tempo a sua disposizione. Io ho famiglia e provvedo ad essa. Se si ha del tempo libero, si cerca di metterlo a frutto, specie quando è raro. Siamo una razza che ha bisogno di lavorare. Brian Jones mori per mancanza di questo, Janis Joplin e Jimi Hendrix per troppo lavoro e del tipo sbagliato.

Ricordo bene i primi giorni dei Beatles. La polizia della città che ospitava la mia università orientale mi chiese di allontanarmi dal luogo prima della mia laurea, per vari operazioni clandestine di cui ero accusato. In prigione solo alcuni avevano i capelli lunghi e fumavano marijuana. Io stavo preparando certe analisi mediche per evitare la leva quando giunsero “loro”, con le fotografie in ogni vetrina, e i dischi in tutti i juke-box; nel posto in cui i poeti del posto inarcavano le sopracciglia e leggevano fra loro, dove sofisticate anziane donne venivano a pregare per l’imberbe gioventù e dove io spesso andai a bere da solo per brindare al fatto che quella settimana non avevo perduto nulla. Era il mondo di Kant e di Kirkegaard e delle polemiche metafisiche che duravano tutta notte; e fu in questo mondo che la musica dei Beatles giunse, prima come novità poi come moda; gli stivaletti spagnoli, il taglio dei capelli, gli accenti, uno stile che avrebbe preso piede e alla fine dominato per tutto il decennio dei Sessanta.

Io ero stato da poco iniziato alle droghe da un negro di nome Jaw, che aveva la faccia a due piani, come una casa.

Jaw immediatamente mi contagiò con l’epatite; e la cosa è tragicomica se si riflette che io scrissi subito una canzone che raccontava questa esperienza. Comunque il suo sangue malato mise fine alle mie escursioni e di conseguenza mitigò tutto il mio entusiasmo per la pop music.

I Beatles erano innocenti, non avevano colpa del mondo e delle sue malvagità, lo sentivo, mentre io non ero più in questa vecchia posizione. Dopotutto avevo avuto l’itterizia! Quando la mia mente e il mio fegato mi evitarono il servizio militare anch’io ballai alla musica dei Beatles. Ma era stato Brian Epstein consapevole della loro importanza? Aveva legato il suo aquilone alla loro cometa o viceversa?

Beh, se non ebbe molto peso nel successo dei Beatles, è più facile accettare la sua morte. Nella sua autobiografia scrisse che era mite e che aveva ricevuto vita dai quattro. Forse sbagliò a non diventare un attore? Io me lo ricordo impacciato e pallido in un filmato in televisione. Forse, invece, fu un genio delle macchinazioni, che si espresse attraverso i quattro musicisti. Come deve aver sofferto quando i Beatles decisero di non fare più tour! La cosa per cui lo ricordo di più è che aveva solo servitori spagnoli che non parlassero una parola di inglese, una vera lezione di discrezione.

Dopo i Beatles, vennero gli Stones, e, tra gli Stones, non si può ignorare Brian Jones, segno zodiacale dei pesci, gli occhi sofferenti, incredibili vestiti, sciarpe, sempre avanti con la moda, sempre perfetto. Com’è possibile che avesse l’asma?, una malattia psicologica, ci hanno insegnato, certo strana per un membro di un gruppo di rock’n’roll.

Si legge nelle interviste che avrebbe dovuto essere il capo del gruppo, e che lo fu fino a quando il tour americano non elesse Mick ad idolo delle donne americane. Vi ricordate il 1964, quando si dava degli omosessuali agli Stones perché portavano i capelli lunghi? Come devi avere riso, Mick, con due quattordicenni per braccio! Tra i Beatles l’attenzione era equamente distribuita, ma tra gli Stones Mick diventava sempre di più il perno. D’altronde, salvo rare eccezioni (come gli Yardbirds, in cui Keith Relf fu sopraffatto da Clapton, Beck e Page), il cantante solista non può essere superato da uno strumentista. E tu, Brian, ti sei volto a strumenti sempre più esotici per ristabilire la tua presenza di fronte a te stesso e agli altri. Nuove droghe, nuovi paesi, indietro al blues, tua sola musica. Pensasti “devo trovarmi una nuova definizione perché ‘l’io’ che volevo diventare è materializzato da un altro corpo”. Gli intenditori non sanno che un gruppo è un gruppo, ma la massa guarda Mick non Brian, come capo.

“Ma sono stato io a cominciare la cosa” potresti dire. “Erano i miei dischi all’inizio. Dovrei essere un maledetto cantante per far saltare il mondo?”. E già, proprio questo. Oppure potresti essere un campione di chitarra. Poi ci sono gli arresti per stupefacenti, e l’eterno subbuglio mentale. “Se continuassero senza di me? Morirei di fame? (Morì in realtà pieno di debiti) se suono per conto mio, ne sarò fuori prima che mi ci buttino gli altri e potrò costruire un mio proprio mito, stile, voce. Gli occhi saranno su di me, avrò un futuro; conosco tante cose, musica, musica, musica, chi potrebbe capirlo da questo? Posso farlo, devo farlo, lo farò, è destino ch’io lo faccia”.

Voi capite che all’età di questi artisti, il più della gente si è stabilita in un modo di vita, in cui probabilmente resterà fedele tutta la vita, probabilmente ha trovato l’anima gemella ed è affaccendata con un figlio o due. La vita sembra ordinata e con uno scopo. Eppure non c’è figlio che possa essere delinquente come il pubblico, nessuna famiglia altrettanto caotica degli ascoltatori che vengono a sedere al tavolo del rock. Chi altro ha emozioni così imprevedibili?

Allora, caro artista, stai attento. Se vieni qui a cercare amore, assicurati di avere una bella pelliccia e il cuore duro. Oppure, come dice il mio psicoanalista, non c’è innamorata, amico o dottore che tengano.

Hendrix dipendeva dal suo pubblico, da cui si faceva portare in qualsiasi posto che non fosse quello in cui erano. Ma, insistendo nell’entrare nel loro trip piuttosto che nel portarli nel suo, fu alla fine costretto ad affrontare la sua immagine di pagliaccio. L’innamorato chiede fedeltà e, a meno che tu non abbia preso a priori la novità come norma, sarai in ogni caso definito un adultero. Puoi accettare l’illogico come tua logica solo se è per sempre, non quando è raro come una melagrana di una coltivazione di pesche. Hendrix era alla mercé di talmente tanta gente che è da chiedersi come abbia fatto a tirare avanti così a lungo. Chiunque al posto suo sarebbe uscito pazzo. Era la follia dell’io, perché la frustrazione può solo esplodere in modi violenti, non può diventare imitazione. Se invece qualcosa dell’io diventa falso, allora le energie vitali vengono utilizzate per imitare i peggiori aspetti dell’io stesso e il corpo dell’anima si esauriscono presto… Jimi faceva uno spettacolo sensuale, era l’idolo splendente del sesso, diffidente accanto a compagni che non erano del suo stesso stampo. E il gruppo si scioglie. Viene un’alba amorfa ed egli capisce: “ma io non sono uno spogliarellista, sono un chitarrista. Perché ora che lo so non mi prendono seriamente?”. Il massimo della burla e fare il Macbeth in rock; come si suole dire? Tutti i comici vogliono ha, ha, essere degli attori tragici. Ma! Io! Sono! Un! Artista! Io! So! Suonare!”.

Ed era vero. Avrebbe potuto suonare il Lear o l’Amleto, perché suonava musica meravigliosa, momenti di continua tensione, musica solare permeata di pensieri ed azioni. Per forza egli doveva dire: “devo riuscire a suonare vera musica oppure morire in una giornata spazzata dal vento”.

E così pure per Janis. A chi poteva parlare per la strada? Ella portò un sovraccarico di sentimenti nella moribonda musica bianca. Sempre sulla strada, vedendo solo notti, mai belle giornate di un grasso sole del midwest. Tutti i compagni sono drogati e ‘hip’ e così sofisticati (parliamo ad un livello così alto che solo i cani possono capirci) circa quel che succede e chi l’ha fatto a chi… lei è così scossa! A chi vuoi parlare quando sei famosa e sola e tutta la gente ti idolatra e vuole caricarsi grazie a te e mostrarti che è anch’essa ‘hip’, che capisce cosa sta accadendo e la guarda ubriacarsi, lei è così divertente quando s’ubriaca che te ne innamori…

Io ricordo gente che spinta in un ruolo che poteva avere voluto all’inizio si è poi ridotta, consapevolmente o no, a emulare il modello, a diventare gradualmente la ‘persona’, e poi, ormai sola, essere all’altezza di quella immagine che loro vogliono. Forse anch’io dovrei morire; dopotutto tutti i grandi cantanti blues sono morti, no? Ma la vita comincia a migliorare, ed io non voglio morire.

Se è vero che tutto quel che è accaduto era inevitabile, se è vero che tutti i reali sono destinati ad essere insozzati, allora noi tutti siamo cavalieri caduti”.

 

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