sabato , 20 Aprile 2019
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Bentornato Lou Reed (Rolling Stone, 14 Giugno 1980)

Sta per arrivare in Italia. L’ultima volta che è venuto a trovarci è scoppiata una battaglia. La prima di una lunga guerra, che ha tenuto il rock’n’roll lontano dalle nostre orecchie per troppo tempo.

 

Gli elicotteri dell’esercito americano sono caduti nel deserto solo da poche ore. 20.000 miglia più ad ovest e una pioggia lenta e compatta sciacquò l’isola di Manhattan, mentre la gente continua ad uscire dalla subway con la stessa intensità, e da folle soliti posti del centro per il lunch.
Il taxi arriva al 1501 di Broadway, all’altezza con Times Square, guidando il suo artista cinese tra le insegne pubblicitarie.
36 piani più in alto c’è l’ufficio di Eric Kronfeld, maestro di Kung-Fu e manager di Lou Reed.
L’appuntamento è per l’una in punto.
Alle 12. 55 una stupenda donna di colore con un orecchino tondo al naso mi riceve mi propone del caffè. Dal tavolo un televisore segnale immagine dell’undicesimo canale. Uno schifo di commedia, piena di “commercials” senza senso.
All’1. 07 nessuno si è ancora fatto vivo. Eric è occupato al telefono, e non essere ancora avvertito il mio arrivo. Ma lo dà per scontato. Tanto è vero che, pochi minuti dopo, entra nell’ingresso sicuro di trovarmi. Mi dice: “Lou abita nel New Jersey, ed avrà trovato un casino per strada con questa pioggia. Comunque sarà qui a minuti”. Sorride e rientra nel suo ufficio di corsa, perché un paio di telefono e lo stanno chiamando. Mi rimetto alla finestra. Sotto il braccio ho una cartellina rossa con una trentina di domande per Lou Reed. All’1.40 attendono ancora una risposta. Mi avevano avvertito. E di molti anche. Amici.
Lou Reed durante le interviste parla proprio poco poco.
Risponde a monosillabi. Poiché guarda dritto negli occhi l’accenno di sorriso. Ma solo un istante.
Che ricomincia a fissare, aspettando che tu gli chieda qualcosa ancora. E tu un poco aspetti. Sperando che sia lui ad aggiungere qualcosa. Il tempo passa.
E lui non ti prende più sul serio se non t’inventi qualcosa.
Cinque minuti dopo l’ascensore alle mie spalle si aprì improvvisamente e mi coglie sopra pensiero.
Lou entra lentamente, con il passo di uno che arriva con cinque minuti in anticipo. Si dirige verso il bagno.
uscendo passa davanti alla bellissima con l’orecchino al naso, afferra una cosa da bere e imbocca la porta di Eric. Mi chiamano immediatamente. E mentre mi avvio le penso che “Lou Reed durante le interviste parla proprio poco poco”.
visto con quel giubbotto di pelle nera del berretto di velluto rosso, consumato e messi in testa di traverso, potrebbe sembrare uno dei tanti rockers di St. Mark’s Place.
Chiede spesso sigarette.
Dice che quelli che fumano vicino a lui non vogliano inconsciamente farlo. Ma le fuma col bocchino. Un oggetto di corno di metallo che ama tenersi tra le dita. Mi dice: “senti, ce l’ho io una bella domandina per te. Come sarò colto questa volta in Italia?”.
In realtà il suo tono divertito fa capire che non tema assolutamente nulla. Ma vuole sentirlo dire perché vuole farsi quattro risate alle mie spalle.
Gli rispondo: “oramai ti aspettano”.

Perché i Velvet Underground e negli anni 60 non hanno avuto dai Mass media tutta l’importanza che invece meritavano?
Perché?
Sì, perché?
Il contenuto… hanno avuto più importanza negli anni 70.
Chi era il pubblico dei Velvet Underground e negli anni 60?
Non lo so… della gente come noi. Ah! Cosa vuoi dire Lou?! Voglio dire della gente che voleva ascoltare qualcosa di più sostanziale di quello che arrivava allora ai “Top 40”. Quello che si faceva… volevamo sentire qualcosa di diverso da quello che si dava la radio allora.
Quali sono stati due rapporti all’inizio con il produttore scrittore Richard Robinson?
Richard Robinson. hum! Mi ha aiutato molto quando ho lasciato i Velvet Underground e per incidere da solo. Ed e stato un amico che mi ha molto incoraggiato.
Perché hai deciso nel 1971 di andare proprio a Londra per registrare il tuo primo disco solista?
A quell’epoca, i dischi migliori uscivano dall’Inghilterra. Sembrava che tutti gli album inglesi avessero un suono migliore di qui, sembravano più avanzati nelle loro tecniche d’incisione.
Solo per ragioni tecniche quindi?
Giusto.
Non è anche perché i musicisti inglesi, in un certo modo, all’epoca vi influenzavano?
Oh no. Ragioni tecniche solamente. Tutti gli album che uscivano dall’Inghilterra sembravano avere un suono migliore allora.
Incontrare musicisti quali Steve Howe, Rick Wakeman e Clem Cattini ebbe allora per te una qualche importanza particolare?
Nessuna. Non li conoscevo. Erano soltanto dei musicisti di studio. Steve faceva parte di un gruppo chiamato Yes. Anche Rick Wakeman più tardi ne avrebbe fatto parte. Ma allora non lo sapevo. Erano solo dei musicisti dagli Stati Uniti.
Che cosa devi a David Bowie? e cosa invece ti deve lui…
Cosa a David Bowie e cosa mi deve lui? Niente.
Quale influenza ha avuto la musica del tuo “Transformer” su musicisti quali i Roxy Music e lo stesso Bowie?
Mah, non lo so. Non ne ho la minima idea. Tutti siamo influenzati da tutti. Non credo valga la pena di pensarci. Non penso che si possa veramente arrivare a dire una cosa del genere.
Cosa ha significato per te avere un hit nella classifica americana e in quella inglese contemporaneamente?
Beh,”Walk on the wild side” è stato l’unico hit che ho avuto.
Ma ha avuto importanza?
È stato l’unico hit. Punto.  Qui e là. Più o meno nello stesso momento. Ha voluto dire, huh, non sarei stato disoccupato per ancora un bel pezzo.
Perché dopo questo successo hai preferito andare in tour con un gruppo di giovanissimi musicisti newyorkesi sconosciuti, i Tots?
Ah. Questo era. hmmm. ricominciavo a zero, e quello è stato. Quella è stata la cosa che ho combinato, ricominciando da zero.
“Rock’n’Roll Animal” ha avuto più importanza per te e per il gruppo?
Bah, per tutti noi.
Fino a che punto “Street Hassle” e “Metal Machine Music” sono stati influenzati dalla musica classica?
Molto. Voglio dire, stavo ascoltando molta di quella roba allora. Per via di alcuni con i quali stavo sempre insieme. Ho sentito quella roba e mi sono detto che potevo fare meglio. Sai, penso ancora che sia migliore. Gli altri possono ascoltarlo o meno. Ho cercato tanti modi di scusare “Metal Machine Music”. Ho detto che l’avevo fatto per rompere il contratto con la RCA. E non è vero. Anche se per un po’ l’ho detto. Ho anche detto che era un disco per la droga. Ed anche ciò non è vero. Ho detto un sacco di cazzate. Voglio dirti qualcosa di eccitante. L’unica recensione che ho letto che avesse un senso, e che fosse gentile, è stata quella di John Rockwell. Ha scritto una recensione fantastica, nella quale mi ha paragonato a certi compositori moderni europei. Una delle cose che ha scritto è stata “non so se il pubblico pop potrà ingurgitare un tale disco, un disco del genere!…”. La RCA non l’ha fatto uscire neanche in Europa. Negli Stati Uniti lo hanno tolto dal mercato dopo tre settimane. Il capo della sezione musica classica della RCA all’inizio mi ha incoraggiato molto. Poi invece un giorno detto: “insomma, questo drogato mi arriva in ufficio con tutte queste idee. Penso che deve già avere un sacco di contatti qui, gli dico sempre ‘si’. Gli ho fatto fare quello che voleva, anche se realtà non c’ho mai creduto. Neanche per un minuto… “.
Beh, non è la stessa cosa che disse a me. Allora gli altri si sono tirati indietro, quando quest’è venuto fuori. All’inizio volevano che mettessi un altro nome su “Metal Machine Music”, come altra gente fa, e che lo pubblicassi per l’etichetta Red Seal. E forse avrei potuto farlo. Ma sono contento di averlo fatto come ho fatto. E poi ho scritto delle cose che sai, penso non avrei dovuto scrivere. Voglio dire, dovevo ammonirli in modo esemplare. Perché proprio questo pensavano loro di me. Ed io ero in tanti, tanti modi. Ma li ho ammoniti perché sapevo che tanto loro, in qualche modo, se la sarebbero presa con me. Tanto valeva allora dargli l’appiglio giusto per farlo. Il disco l’ho preso molto sul serio, ci ho lavorato sodo. E ne esiste una versione incredibile difficilissima da trovare. Io l’avevo, ma qualcuno me l’ha rubata…
Di quale versione stai parlando?
Voglio dire il quad, il quad, il quad. La versione quadrifonica era assolutamente incredibile. Dato che avevo parlato con la RCA, a quel punto li avevo convinti ad andare fin in fondo con me. Mi hanno lasciato utilizzare le macchine quadrifoniche della CBS. Ed era stato semplicemente incredibile. Quello che voglio dirti è che per me è stato molto eccitante. Sono passati molti anni. Tutti dissero che quel disco per me sarebbe stato l’ultimo, che la mia carriera sarebbe finita. Fine della corsa, insomma. Ed io ho detto: “fatela finita perché dopo questo disco non ne farò più un altro. È la fine, ciao. Preferisco vendere scarpe…”.
Certamente non avevo nessuna intenzione di vendere scarpe. Mi piace fare dischi rock’n’roll, e mi piace molto. Ho lavorato duro per quella cosa. Ero… ero proprio serio. Voglio dire che ero serissimo. Se sia stato buono o meno… io penso sia stato buono. Un giorno mi contattò una ragazza che aveva un gruppo di ballo, e mi chiese se poteva farci una danza moderna. Le dissi che ne sarei rimasto entusiasta. Ma le ho anche detto di non utilizzarlo come un’ espressione di rabbia. Lei ha detto: “Oh no. Non lo vedo così”. E poi ha aggiunto: “devi venire a vedere quello che ho fatto”. Allora siamo andati agli studi Cunningham di Westbeth, qui al Village, e l’ho guardata ballare la sua ‘cosa’. Una esplosione di energia! La gente si esprimeva e fioriva, splendeva. Ero entusiasta. Assolutamente entusiasta. È stata una delle cose più favolose della mia vita. Lei ha preso una cosa valida e per il verso giusto, e ne ha fatto qualcosa di valido.
“Street Hassle” invece, doveva tanto a Broadway quanto alla musica classica. Il concetto di montare una cosa con l’orchestra, ta du dun doo dun dun dun è come “Oklaoma”: “My Boy Bill”.
L’ho fatto vedendo l’aspetto urbanistico moderno della cosa. Poi c’ho messo dentro delle parole che mi garantissero che lo si potesse suonare… ma in ogni caso l’abbiamo fatto. Spero di aver risposto alla tua domanda.
Personalmente preferisco “Metal Machine”…
Quando sono andato in Giappone, i giapponesi sono stati davvero sorprendenti. Sono andato alla RCA Victor di Tokio: sono entrato ed avevano la musica di “Metal Machine Music” a tutto volume. Non mi stavano prendendo in giro: anche perché quello era l’ultimo disco di Lou Reed. Non gli sembrava strano per niente.
Come mai non ti sei mai molto impegnato nella produzione discografica di altri artisti?
L’ho fatto una volta, con Nelson Slater. Non ho continuato perché è una cosa che mi costa molto. Mi prende molto. Quelli che vendono un sacco di dischi di solito lo fanno, perché molti chiedono loro di farlo. Pochi mi chiedono di produrre loro cose, perché non vendo tanti dischi. Mi vedono come uno non tanto ‘commerciale’ come loro desidererebbero, e come uno un po’ difficile anche. Per quello che mi riguarda, ed Eric te lo può confermare, quando produco un disco ci metto tutto me stesso dentro. Tutto il mio cuore.
Voglio dire che per me, produrre un disco è come se fosse l’ultimo giorno del pianeta terra. Tutto conta e ha la sua importanza. Tutta la mia vita dipende dal disco che sto facendo in quel momento. Voglio dire, mi prende esattamente così.
Del disco entra a far parte anche la gente che in quel momento è intorno a me. Sì, è come l’ultima ora della terra, l’ultimo minuto, l’ultimo secondo. Se qualcosa non va è la fine del mondo. E con questo spirito che vivo il disco. Ed e solo così che ce la faccio, sia con il ‘budget’ e sia con il tempo. Ci lavoro sopra fino all’ultimo secondo, fino a che, letteralmente, non posso dire “grazie a Dio”. Purtroppo in studio ci sono delle scadenze di tempo ben precise, altrimenti continuerei all’infinito. In tutti questi anni, con i bilanci e le altre cose, ho imparato un sacco di cose. Certe cose le devo lasciar perdere. Voglio dire, Eric ed io in queste cose ci siamo passati. Certe volte lui mi ha detto: “basta, devi proprio farla finita, fermarti e smettere insomma”. Ed io allora smetto e me ne vado da qualche altra parte per non impazzire. Anche gli altri che stanno con me lo fanno.
Ma è così che io prendo la produzione. Se fossi il produttore di uno, vorrei che fosse serio almeno quanto me: uno e due. Dovrei amare quello che fanno, abbastanza per poterlo fare: per mettermici dentro. Devono essere proprio così. Uno, devo dare loro delle cose. Due, deve impazzire per quello che fanno. Adoro le cose di Nelson Slater.
Le adoravo e le adoro ancora. E poi, non ci sono tante cose che ho sentito da uno e che voleva che io lo producessi. Cose con le quali erano pronti a fare di tutto. Certe cose io non le prendo tanto per farle. Le prendo sul serio. Per me se non facciamo cose come queste sul serio è la fine del mondo. Dobbiamo fare queste cose bene. È così tutte le persone che lavorano con me…
Abbiamo un’espressione fra di noi: “vorresti trovarti intrappolato con… vorresti avere quel tizio vicino a te… uno su cui contare per la vita e la morte? Questo è il tizio che voglio con me studio”. Un tecnico, per esempio, che mi farà avere quel suono che voglio, e che non mi dirà mai che è impossibile. Uno che riuscirà ad avere quel suono nonostante tutto, qualsiasi cosa succeda… lo prendo molto sul serio tutto ciò. Ho finalmente imparato.
Ma non c’è molta gente che vuole andare in fondo alla cose in questo modo. E poi io ho le mie idee ben precise su come devono essere fatte le cose. Sai, non mi va di sbagliare niente: sui termini, sulle condizioni.
Hah! Hah! mi piace farlo a modo mio. Ecco perché produco solo me stesso, dati i fondi e le opportunità disponibili al momento. Ho sempre fatto il meglio di quello che ho potuto, pur non avendo soldi.
Certe volte, proprio per la scarsa disponibilità di denaro, ho fatto le cose in modo più spontaneo. Andavo in studio ed incidevo dal vivo. Tutti i miei dischi sembrano registrati dal vivo. Non accetto il fatto d’essere fuori dallo studio, dall’altra parte del vetro. Certe volte siamo stati tutti costretti a vivere nello studio di registrazione per un sacco di tempo…
Cosa ricordi dei tuoi studi alla Syracuse University e delle tue esperienze giornalistiche e del tuo lavoro come compositore per la Pickwick Records?
All’epoca frequentavo la Syracuse University perché c’erano tante cose che m’interessavano e perché volevo vivere sull’East Coast. C’era una scuola di cinematografia che mi interessava molto, una di recitazione ed una di teatro. Ce n’era anche una di giornalismo. A me il giornalismo interessava moltissimo. Sì, c’erano tutte queste cose che m’interessavano. E volevo avere un tipo di scelta in quel senso. Volevo essere coinvolto…
Ed è stato allora che ho preso il mio primo lavoro alla Pickwick Records…
Come mai un gallese, John Cale, una tedesca, Nico, ed un newyorkese hanno avuto tanta importanza nell’Art Rock americana?
Perché credo che noi tutti amassimo il rock’n’roll. Portammo nel rock’n’roll americano una nuova, eclettica caratteristica. Facevamo tutto per amore, e credo che noi tutti ne abbiamo ricevuto moltissimo. La gente ci ha trovati interessanti…
Quali sono stati i tuoi rapporti, se mai ne hai avuto qualcuno, con la musica della California?
La musica californiana non mi è mai piaciuta. Mi piace molto di più oggi che allora. Mi piacevano i giovani Beach Boys. Ma non sono mai riuscito ad ascoltare le parole delle canzoni californiane. Quello che mi piaceva era invece il rock’n’roll. L’ultimo disco dei Beach Boys è talmente stupido, sentimentale e ‘sessista’: un perfetto esempio. Hanno una canzone che mi offende moltissimo chiamata “di cosa parlano le ragazze” o qualcosa del genere. Ricordo di averlo sentito… mia moglie mi ha chiamato e mi ha detto: “vuoi sentire una cosa che ti farà scappare dalla stanza?”. Si, hanno delle belle armonie e tutto il resto ma, hum hum, tante altre cose non le hanno proprio. Tutte le cose ‘storte’ della vecchia musica californiana di ieri, oggi le vedo amplificate. È un atteggiamento stupido, sessista e pieno di pregiudizi. Sai, molti di loro dicono che alle ragazze non interessano i problemi mondiali, che stanno lì sedute a parlare dei loro amori. E che poi arrivano gli uomini, i soli che facciano le cose importanti. Ma insomma, in che epoca vivono?!
E non puoi prendere la musica californiana seriamente da molti punti di vista. Voglio dire che in genere è idiota e poco sofisticata. È assolutamente quello che ti puoi aspettare dalla California. Non è niente d’interessante. È come un fumetto. Un fumetto animato.
A proposito: ma tu li guardi mai i cartoni animati in televisione?
Alcuni li seguo. Ma non sono più belli quelli che trasmettono oggi ci sono dei programmi che guardo la mattina, ma non li guardo spesso perché non sono buoni come quelli di una volta. I fumetti erano più belli prima. Oggi hanno sempre le stesse cose, come l’Uomo Fantastico. Ma quelli non sono male. L’animazione non è eccezionale, è quella che è. Potrebbero fare di meglio. L’animazione della tv è a buon mercato, potrebbero fare di meglio. Ti annoi immediatamente.
Allora ripeschi Topolino oppure Mighty Mouse oppure Tom e Gerry. I Fantastici Quattro vanno bene ma i disegni non valgono niente. L’uomo ragno fa schifo, non è un fumetto. I fumetti sui giornali sono più belli di quelli che puoi vedere in televisione. L’unico show che guardo volentieri è quello del dottor No. Quello è favoloso, che può anche far paura certe volte. A me fa paura. Questo scienziato che aveva vaccinato un tale e cercava di accoppiare una persona con una pianta, riuscendoci. Era un coso con una massa di foglie che gli uscivano fuori…
Lo scorso anno stavi per andare in Italia. Poi ci hai ripensato… come mai?
Abbiamo visto che veniva più gente di quanta ne credevamo possibile. Non c’erano posti abbastanza grandi, e noi non volevamo tenere la gente fuori. Così abbiamo deciso di spostare i concerti per poter suonare davanti e più gente possibile. Sono cinque anni che manco dall’Italia…
Sai che c’è una grande attesa per questi tre concerti italiani…
Così ho sentito. È per questo che noi vogliamo tutto in regola. Non vogliamo fare uno show dove la gente possa dire che ci guadagniamo un sacco di soldi. Non vogliamo che la gente resti fuori dai posti dove suoniamo. Sai, mi piace far ancora dischi solo perché mi piace moltissimo suonare…
Chi viene con te questa volta?
Un gruppo bravissimo. Voglio sonare con loro per un sacco di gente, in Italia…
A New York invece preferisci esibirti in piccoli club
Mi piacciono moltissimo i piccoli club. Suonando nei posti grandi si può diventare più popolare, ma non sai mai esattamente cosa succede. Allora adoro andare nei piccoli club: per odorarlo. La gente ti è vicina fisicamente, e può assistere allo show. Ti può perfino toccare… saper suonare in un posto grande è un’arte. Io amo invece i posti piccoli dove tutto è più reale, tutta la situazione più credibile. Tu ci sei, e l’altra persona c’è…
Te li senti tutti più vicini…
Ognuno può fare quello che vuole. Mi piacciono le cose di questo genere. Non mi attirano invece i grandi auditori. Quando fai una cosa non puoi vedere chi l’ha fatta, e non puoi ricambiare. Questo vuol dire che molta gente, per esempio, lancia delle cose, per nessuna ragione. Non perché non gli piaci o non gli piace lo show… ma perché sono stupidi e vigliacchi. Quello che non mi piace, inoltre, è la depersonalizzazione del grande show.
Quando suono dal vivo cerco sempre di mantenere le cose a livello personale, e non impersonale.
So che la gente vuole venire a vedermi suonare, vogliono vedermi suonare, ed io voglio suonare per loro. Solo così tutti otteniamo quello che desideriamo.
Fino a che punto la gente ama Lou Reed? e fino a quale punto le sue canzoni?
Non lo so… non lo so… so che alcuni mi vogliano bene veramente, anche se negli ultimi tempi la mia musica non è stata un granché. So che altri non mi possono proprio vedere anche se pensano che quello che faccio musicalmente sia migliorato. Voglio dire che alcuni mi amano, qualsiasi cosa io faccia. E che altri mi odiano qualsiasi cosa faccia, lo stesso. Altri invece se ne fregano…
Qual è stato il primo disco che è comprato in vita tua?
Che ho mai comprato? Fats Domino “Aint it a shame”.
“Growing Up In Public” ci dice che sei cresciuto tra la gente. In quale generazione ti identifichi maggiormente…
Anni cinquanta
Quale tipo di pubblico avevi all’inizio della tua carriera?
Il mio pubblico iniziale era composto, pare, all’inizio, di drogati e “greasers”. Poi è diventato un pubblico più stabile, più educato. Sia attraverso le università che le scuole… e la strada.
Ti scrivono?
Sì, e leggo tutte le lettere che ricevo. Ma non rispondo mai a nessuna. Voglio dire, i miei amici mi scrivono ed io non rispondo lo stesso. Non sono uno che scrive lettere. Perché? Non scrivo lettere. Punto. Non scrivo assolutamente. Perché comunque dimenticherei di imbucarle. Non scrivo ai miei genitori, non mando cartoline. Non sono il tipo. Faccio altre cose. Chiamo. Chiamo piuttosto che scrivere. Ho sempre pensato: “sai, scrivi una lettera, la imbuchi. Come arriverà?”. Ma le lettere le leggo tutte. Certa gente dice delle cose molto profonde, interessanti…
E poi c’è altra gente che mi scrive mi dice: “tu, carogna, persona cattiva…”. La maggioranza però di quelli che scrivono, ti trovano simpatico. Quelli ai quali non piaci, non ti scrivono. Non ricevo tanta posta-odio. Ma quella poca che ricevo è tremenda…
Hei, è dura…
Sì. Voglio dire che sono capaci di uccidere. Sono sicuro che ho avuto un sacco di matti tra il mio pubblico. E ricevo lettere da gente matta…
Qual è il miglior consiglio che ti è stato dato?
Il miglior consiglio che ho mai ricevuto? Me lo ha dato un tecnico pakistano della RCA di Londra. Il tecnico capo. Mi ha detto: “l’unico errore che fai, Lou, è quello di ascoltare gli altri…”.
Perché hai chiamato Don Cherry con te in studio nel tuo penultimo album?
Perché adoro come suona. Uno dei miei musicisti lo conosceva, e allora ho potuto incontrarlo. L’ho ascoltato ed ho adorato la sua musica. Lo ascoltavo e mi piaceva. Sono rimasto estremamente eccitato dal fatto che ha potuto sonare sul mio album. La mia musica non è stata un problema per lui. Sapevo che sarebbe stato d’accordo. Vado matto per come suona. C’è della gente che mi fa impazzire, qualsiasi cosa faccia. Non può non essere grande…
Il reggae sarà il R&B degli anni 80?
No, per niente. Lo posso immaginare… a me non me ne frega niente del reggae…
Quale sarà dunque il futuro del reggae?
Non lo so. È esotico, viene dalle isole. È una piccola moda, follia. Alcuni tratti saranno assorbiti dal corrente rock’n’roll. Ma il reggae non mi piace per niente. Voglio dire, non mi piace neanche un poco. Mi piace quella canzone di Marley “No Woman No Cry”…
Perché è una canzone super, in ogni modo. L’amo specialmente quando le interpreta il mio amico Garland Jeffries… gli artisti americani assorbiranno un poco di reggae…
Loro comunque hanno la loro spazzatura, e noi la nostra…
So che giochi molto a flipper. Dove vai di solito?
All’incrocio della cinquantaduesima strada con Broadway, a due passi da qui. Si chiama “Broadway Amusements” e lo gestisce un mio amico chiamato Steve Epstein. È l’unico posto di flipper a New York dove le macchine funzionano perfettamente e sono mantenute bene. Sono sempre livellate e lucidate. E se qualcosa si spacca puoi chiamare il gestore e ti rimborsa. Non ti rubano i soldi… è un posto con tutti i documenti in regola…
Quale ruolo avresti voluto interpretare ed in quale film?
È un film italiano che ho visto un sacco di anni fa. Si intitolava “Gentleman above suspicion” (“Un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, protagonista Gianmaria Volontè Ndr). Un film di polizia. Lui uccide qualcuno e non lo vogliono credere. Poi ci sono un sacco di studenti radicali, il confronto con i testimoni, i ragazzi che manifestano, lui che cerca di confessare ma non gli credono. E gli dicono che lavora troppo deve prendersi una vacanza. Bellissimo film…
Grazie a Lou Reed.

 

Franco Schipani

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