THE BLUE MASK: lo speciale

The Blue Mask (1982)

L’immagine del poeta nella brezza

Se The Bells e Growing Up in Public sono stati due album di transizione nei quali Lou Reed ha cercato di costruirsi una nuova immagine attraverso la sperimentazione d’influenze musicali diverse dal rock, l’album che è pubblicato qualche giorno prima del suo quarantesimo compleanno segna senz’altro un ritorno in splendida forma.

The Blues Mask arriva dopo due anni d’assenza dalle scene, fatta eccezione per un brevissimo tour europeo del 1980; durante questo periodo divide la sua vita tra il Greenwich Village e la casa di campagna a Blairstown, e tiene il suo matrimonio con Sylvia lontano dalle luci della ribalta.

Lou Reed è ormai diventata una leggenda nella storia della musica: i movimenti Punk e New Wave lo hanno eletto “padrino” e gli rendono costantemente omaggio; il pubblico ha riscoperto i Velvet Underground che da ora in poi saranno redenti dall’oblio attraverso varie pubblicazioni e la Arista pubblica una raccolta di successi che scala le classifiche sull’onda di Walk On The Wild Side.

Ellen Willis, una delle più note critiche musicali americane, scrive che “negli anni Settanta, ogni sviluppo significativo nel rock ha portato l’impronta di Lou Reed”.

Privatamente, continua il suo recupero psicofisico: smette di bere, comincia a frequentare gli Alcolisti Anonimi, si sottopone a regolari sedute di psicanalisi.

È questo il periodo in cui, lontano dalle scene, riflette su ciò che non ha funzionato negli ultimi album: “negli ultimi anni ho lavorato con musicisti dell’ambiente jazz e funk. Non suonavo la chitarra su quei dischi semplicemente perché non potevo far musica con loro essendo un semplice musicista rock & roll. Pensavo fosse interessante quella direzione, ma c’era sempre un vuoto tra me e loro che si poteva intuire sui dischi. La musica non era consistente, io sembravo isolato, le idee erano lì ma sparivano subito, così sciolsi il gruppo”.

Nel 1981 Sylvia fa conoscere a Lou un amico della sorella, un chitarrista di nome Robert Quine che ha suonato nei Richard Hell & The Vovoids ed è un fan di vecchia data, precisamente dai tempi dei Velvet Underground.

L’idillio tra i due è immediato; Quine è intelligente, colto, ed è uno dei migliori chitarristi che Lou abbia mai incontrato. Convince Lou a riprendere in mano la chitarra anche su disco, e riempie i vuoti in maniera non convenzionale con un ampio uso delle dissonanze, con scatti nervosi ed emozionanti che prendono a piene mani dalla lezione dei Velvet Underground.

La nuova collaborazione crea un’atmosfera nervosa ed eccitante, e il gruppo si completa con Fernando Saunders al basso e Doan Perry alla batteria, tornando alla formazione elementare del rock’n’roll.

The Blue Mask non è una continuazione quanto una rinascita nella quale si sente forte il bisogno di Lou Reed di raccontarsi in prima persona, eliminando quasi totalmente il “personaggio” che tutti hanno conosciuto negli anni ’70 e riassumendo il suo passato in un unico disco.

L’idea della copertina è affidata a Sylvia, che concepisce un’immagine che, secondo la prospettiva da cui si guarda, restituisce o l’immagine iconografica della leggenda (lo stesso scatto della copertina di Transformer colorata di blu) oppure quella dell’uomo comune che si nasconde dietro di essa.

Naturalmente la RCA, la vecchia etichetta discografica alla quale Reed torna, pubblica il disco mantenendo solo la prima immagine.

L’album sarà missato con la chitarra di Lou Reed sul canale destro, e quella di Quine su quello sinistro.

 

MY HOUSE

La canzone racconta di un fatto realmente accaduto, come ha tenuto a precisare Lou stesso: una sera, nella loro casa di campagna nel New Jersey, lui e Sylvia giocano con una tavola Ouija, quelle che riportano le lettere dell’alfabeto e che si usano per evocare gli spiriti. A quanto pare l’esperimento funziona talmente bene che evocano nient’altri che il vecchio amico e maestro Delmore Schwartz, al quale aveva tra l’altro dedicato European Son sul primo album dei Velvet Underground. Verità o invenzione, My House gli dà modo di pagare il giusto tributo al primo “grand’uomo” della sua vita. Daedalus e Bloom sono due personaggi dell’Ulisse di Joyce ed erano i soprannomi con cui i due si chiamavano scherzosamente. Il cantato sereno ed emozionato di Lou, la musica elegiaca e il testo toccante si sciolgono alla fine nella dichiarazione di Lou di “avere avuto una vita fortunata” e nella consapevolezza che il giudizio del maestro sul suo lavoro non può essere che positivo. Lo “spirito di pura poesia” illumina il suo percorso e vive nella sua casa.

The image of the poet’s in the breeze
Canadian geese are flying above the trees
A mist is hanging gently on the lake
my house is very beautiful at night

My friend and teacher occupies a spare room
he’s dead, at peace at last the wandering Jew
Other friends had put stones on his grave
he was the first great man that I had ever met

Sylvia and I got out our Ouija Board
to dial a spirit, across the room it soared
We were happy and amazed at what we saw
blazing stood the proud and regal name Delmore

Delmore, I missed all your funny ways
I missed your jokes and the brilliant things you said
My Daedalus to your Bloom, was such a perfect wit
and to find you in my house makes things perfect

I’ve really got a lucky life
my writing, my motorcycle and my wife
And to top it all off a spirit of pure poetry
is living in this stone and wood house with me

L’immagine del poeta nella brezza
le oche canadesi volano sopra gli alberi
un velo di nebbia esita delicatamente sopra il lago
casa mia è incantevole di sera

Il mio amico e maestro occupa una camera spoglia
è morto, ha trovato infine pace l’ebreo errante
altri amici hanno posato pietre sulla sua tomba
è stato il primo Grand’Uomo che io abbia conosciuto

Sylvia ed io abbiamo tirato fuori la tavola Ouija
per evocare uno spirito, e si è librato attraverso la stanza
eravamo felici e meravigliati da ciò che vedevamo
fiammeggiava il nome fiero e nobile di Delmore

Delmore mi sono mancati i tuoi modi bizzarri
mi sono mancate le tue battute e le cose brillanti che dicevi
il mio Dedalus al tuo Bloom, una sottigliezza impeccabile
così, trovarti in una stanza della mia casa rende tutto perfetto

Ho una vita davvero fortunata
la mia scrittura, la mia moto, e mia moglie
e a coronamento di tutto uno spirito dì poesia pura
vive con me in questa casa di pietra e legno

WOMEN

Dopo l’apertura magistrale di My House, arriva il passo falso di Women, un brano che sembra l’ideale continuazione di A Gift dell’album Coney Island Baby; ma se allora Lou dichiarava con ironia di “essere un dono per le donne di questo mondo” ora, sposato da due anni, capovolge la prospettiva e dichiara che sono le donne il vero dono per gli uomini. Una dichiarazione, dopo le affermazioni sessiste e misogine degli anni passati, che è vista con fastidio e imbarazzo, come una sorta di negazione del passato e di sintomo d’imborghesimento.

A parte le considerazioni sul cambiamento di vedute, Women risulta, a livello musicale e lirico, del tutto mediocre. Costituita di frasi generiche e scontate, sembra più una giustificazione del comportamento passato che una canzone nata da una qualche sorta d’ispirazione.

I love women, I think they’re great
they’re a solace to the world in a terrible state
They’re a blessing to the eyes, a balm to the soul
what a nightmare to have no women in the world

I love women
we all love women

I used to look at women in the magazines
I know that it was sexist, but I was in my teens
I was very bitter, all my sex was on the sly
I couldn’t keep my hands off women, and I won’t till I die

Amo le donne, credo siano una gran cosa
sono una consolazione in un mondo terribile
sono una benedizione per gli occhi, un balsamo per l’anima
che incubo sarebbe non avere donne nel mondo

Amo le donne
tutti noi amiamo le donne

Una volta guardavo le donne nelle riviste
so che questo era sessista, ma ero adolescente
ero molto amareggiato, facevo sesso solo di nascosto
non riuscivo a tenere le mani lontane dalle donne, sarà così finché vivo

UNDERNEATH THE BOTTLE

È la prima canzone che racconta dei suoi sforzi per smettere di bere; il protagonista passa dal fermo proposito iniziale di abbandonare il vizio, alle scuse campate in aria per giustificare il suo crollo di volontà davanti ad un bicchiere d’alcol. Accanto alla consapevolezza del disastro incombente (“non riesco a lavorare con questi tremori”), l’alcolizzato mente a sé stesso convincendosi che ha bisogno di un drink solo per rilassarsi, e che bere “lo rende libero”.

“Underneath” in inglese vuol dire “sotto”, ma il corrispettivo italiano dell’idioma inglese è “dentro una bottiglia”.

Ooohhh-wheee, look at me
lookin’ for some sympathy
It’s the same old story –
– of man and his search for glory
and he found it, there underneath the bottle

Things are never good, things go from bad to weird
hey gimmie another scotch with my beer
I’m sad to say –
– I feel the same today as I always do
gimmie a drink to relax me

Ooohhh-wheee, liquor set me free
I can’t do no work, the shakes inside me

Ah shucks
I got the lousiest luck, I’m sick of this
underneath the bottle

Ooo-wheeee, guarda me
cerco un po’ di simpatia
è la solita vecchia storia –
-di un uomo e della sua ricerca di gloria
e l’ha trovata, là dentro una bottiglia

Le cose non vanno mai bene, vanno male o sono assurde
ehi, dammi un altro scotch con la mia birra
sono triste a dover ammettere –
– che oggi mi sento come mi sento sempre
dammi qualcosa da bere per rilassarmi

Ooo-wheee, l’alcol mi libera
non riesco a fare nulla con questi tremori dentro di me

aaah, cazzo
ho la più grande sfiga! non ne posso più di stare
dentro una bottiglia

THE GUN

La dicotomia che pervade l’album, quella che Lou Reed descrive come “due personaggi in lotta tra loro”, trova in The Gun la sua prima espressione; alla poetica leggerezza dei primi brani si contrappone l’ansia e la crudezza di questa e di altre canzoni, prime fra tutte la title-track. Interpretata con un misto d’indifferenza e nervosismo, disegna un altro soggetto dalle aspirazioni omicide, capace di tutto purché abbia in mano un’arma. Lou racconta la scena su una base musicale composta di tre accordi fondamentali, esasperatamente lenta e carica di tensione.

The man has a gun
he knows how to use it
Nine millimeter Browning, let’s see what he can do
He’ll point it at your mouth
says that he’ll blow your brains out
Don’t you mess with me
I’m carrying a gun

Get over there
move slowly
I’ll put a hole in your face
if you even breathe a word
Tell the lady to lie down
I want you to be sure to see this
I wouldn’t want you to miss a second
watch your wife
Carrying a gun
shooting with a gun
Dirty animal

L’uomo ha una pistola
sa come usarla
una Browning nove millimetri, vediamo cosa sa fare
Te la punterà in bocca
dicendo che ti farà saltare il cervello
non provocarmi
ho una pistola

Va’ di là
muoviti lentamente
ti farò un buco in faccia
se provi a dire anche solo una parola
di’ alla signora di stendersi
voglio essere sicuro che tu veda
non voglio che te ne perda neanche un attimo
guarda tua moglie
ho una pistola
sparo con la pistola
sporco animale

THE BLUE MASK

Lou Reed descrive la canzone come un autoritratto e spiega: “ci sono due personaggi impegnati nel farsi violenza l’un l’altro. È una ricerca di salvezza che entrambi sanno che non può venire, e di una redenzione che non esiste. È troppo per loro, l’hanno già superata, si torturano l’un l’altro e indossano delle maschere blu scure”.

Il significato della maschera è noto solo all’autore, ma sicuramente aggiunge un tocco di bestialità alla incredibile dose di dolore ossessivo e dolore. È da scartare l’ipotesi, ventilata da alcuni, che può riferirsi ad una maschera applicata durante i trattamenti d’elettroshock ai quali era stato sottoposto a diciassette anni; durante queste “cure” non era applicata alcuna maschera.

La maschera del titolo e della copertina non offre in ogni caso alcuna via di fuga dal sangue e dal dolore come succedeva invece in Venus in Furs.

Lo scontro dei due personaggi non è nient’altro che lo scontro tra le due distinte personalità di Lou Reed evocate dalle frequenti sedute di psicanalisi alle quali si sta sottoponendo.

La musica evoca una violenza inaudita già dall’apertura, quando le chitarre brutalmente seviziate di Quine e Reed si intrecciano in un potente duello a suon di ritmiche martellanti e feedback, chiamando alla memoria il secondo album dei Velvet Underground.

Se all’inizio le immagini possono far pensare ad una scena militare, ben presto diventa chiaro che il protagonista partecipa volontariamente al suo martirio, fisico e psicologico, in una disperata ricerca di redenzione che non arriverà mai (“sei macchiato per sempre”). Mentre la lotta tra le due diverse personalità si fa sempre più profonda e le accuse sempre più pesanti (il complesso edipico, il desiderio di uccidere i propri familiari), la voce di Lou diventa grido fino a raggiungere il climax del finale, nel quale invita a “castrare lo stallone alla monta/e  ficcarglielo in bocca” pur di tacere e avere la vittoria finale.

The Blue Mask è uno dei capolavori di Lou Reed, figlia diretta degli anni Settanta e ideale compendio della sua storia che entra con prepotenza e rinnovata vitalità negli anni Ottanta.

They tied his arms behind his back
to teach him how to swim
They put blood in his coffee and milk in his gin
They stood over the soldier in the midst of the squalor
There was war in his body
and it caused his brain to holler

Make the sacrifice
mutilate my face
If you need someone to kill
I’m a man without a will
Wash the razor in the rain
let me luxuriate in pain
Please don’t set me free
death means a lot to me

The pain was lean and it made him scream
he knew he was alive
They put a pin through the nipples on his chest
he thought he was a saint
I’ve made love to my mother, killed my father and brother
what am I to do
When a sin goes too far
it’s like a runaway car, it cannot be controlled

Spit upon his face and scream- there’s no Oedipus today
This is no play you’re thinking you are in
what will you say
Take the blue mask down from my face and look me in the eye
I get a thrill from punishment – I’ve always been that way

I loathe and despise repentance
you are permanently stained
Your weakness buys indifference and indiscretion in the streets
Dirty’s what you are and clean is what you’re not
you deserve to be soundly beat.

Gli hanno legato le braccia dietro la schiena
per insegnargli a nuotare
gli hanno messo sangue nel caffè e latte nel gin
in piedi guardavano al soldato in mezzo allo squallore
aveva la guerra nel corpo
e questo gli faceva urlare il cervello

Si compia il sacrificio
sfigurami il viso
se ti occorre qualcuno da uccidere
io sono un uomo senza volontà
sciacqua il rasoio nella pioggia
lascia che io goda nel dolore
non liberarmi, per favore
la morte significa molto per me.

Il dolore era acuto e l’ha fatto gridare
sapeva di essere vivo
gli hanno infilato uno spillone nei capezzoli
credeva di essere un santo
ho fatto l’amore con mia madre, ho ucciso mio padre e mio fratello
cosa mi rimane da fare?
quando il peccato si spinge troppo oltre
è come una macchina impazzita, non lo si può controllare

Sputagli in faccia e grida – oggi niente Edipo
questa non è la recita di cui pensavi di far parte
allora cosa dirai?
Toglimi la maschera blu dal viso e guardami negli occhi
Il castigo mi eccita – sono sempre stato cosi.

Disprezzo e detesto il pentimento
Sei macchiato per sempre
la tua debolezza porta indifferenza e insolenza nelle strade
immondizia ecco ciò che sei e puro ecco come non sei
meriti di essere picchiato come si deve.

AVERAGE GUY

Average Guy è quasi un balsamo dopo la straordinaria violenza della precedente canzone. Eseguita con la voce querula di Street Hassle e The Bells, non è che una dichiarazione d’intenti per gli album futuri nel quale Lou Reed si dichiara un “ragazzo medio” lontano dall’immagine della rockstar maledetta degli anni ’70 e dall’icona glam che campeggia in copertina travestita di blu. Fa un po’ male ascoltare da lui questo tentativo di risultare normale, ma il brano è lo stesso godibile e spezza la tensione accumulata. Molti anni dopo ne ha smentito il senso: “Andy diceva che non dovevo raccontare la verità. Così a volte non lo faccio”.

I ain’t no Christian or no born-again saint
I ain’t no cowboy or a Marxist D.A.
I ain’t no criminal
or Reverend Cripple from the right
I am just your average guy
trying to do what’s right
I’m just your average guy

I worry about money and taxes and such
I worry that my liver’s big
and it hurts to the touch
I worry about my health and bowels
and the crime waves in the street
I’m really just your average guy
trying to stand on his own two feet
I’m just your average guy

Non sono un cristiano, né un santo rinato
non sono un cowboy né un avvocato marxista
non sono un criminale
né un qualche reverendo Storpio della destra
sono un tipo medio
che cerca di fare quello che è giusto
Sono solo un tipo medio

Mi preoccupo dei soldi delle tasse e cose simili
mi preoccupo perché ho il fegato ingrossato
e fa male a toccarlo
mi preoccupo della mia salute e dell’intestino
e della criminalità che dilaga nelle strade
sono proprio il tuo ragazzo medio
che cerca di stare dritto sui suoi piedi
Sono solo un tipo medio

THE HEROINE

Secondo l’autore dovrebbe essere un omaggio, sotto forma di metafora, a Jackie Kennedy “che cerca di scavarsi con le unghie una via d’uscita da quell’auto” riferendosi alle immagini dell’omicidio del Presidente che ha traumatizzato l’opinione pubblica quasi vent’anni prima. Ma dopo il riferimento esplicito della copertina del disco a quella di “Transformer”, e a “Heavenly Arms” che rifà il verso a “Satellite of Love”, non può neanche sfuggire la somiglianza del titolo ad un altro classico, questa volta dei Velvet Underground: “Heroin”. Pura coincidenza, forse, ma le coordinate e i riferimenti alla carriera passata sono davvero tanti.

Dopo aver ascoltato la versione incisa in studio con il gruppo, Sylvia suggerisce che il demo originale con chitarra e voce è molto più suggestivo; Lou accoglie il suggerimento della moglie e decide di scartare la versione elaborata.

The heroine stood up on the deck
the ship was out of control
the bow was being ripped to shreds
men were fighting down below
The sea had pummeled them for so long
that they knew nothing but fear

And the baby’s in the box
he thinks the door is locked
the sea is in a state
the baby learns to wait for the heroine

Ooohhh-ooohhh, for the heroine
locked in his defense, he waits for the heroine

The mast is cracking as the waves are slapping
sailors rolled across the deck
and when they thought no one was looking
they would cut a weaker man’s neck
While the heroine dressed
in a virgin white dress
tried to steer the mighty ship
But the raging storm wouldn’t hear of it
they were in for a long trip
Baby’s in the box
thinks the door is locked
he finds it hard to breathe
drawing in the sea

L’eroina stava sul ponte
la nave aveva perso il controllo
la prua si stava schiantando
di sotto gli uomini stavano lottando
il mare li sbatteva qua e là già da un bel pezzo
ormai non conoscevano altro che la paura

E il bambino rinchiuso nella sua cuccetta
crede che la porta sia serrata
il mare è in un tale stato
che il bambino impara ad aspettare l’eroina

Ohhhh-ohhhh l’eroina
rinchiuso nel suo nascondiglio aspetta l’eroina

L’albero maestro scricchiola mentre le onde picchiano
i marinai rotolavano sul ponte
e quando hanno creduto che nessuno guardasse
hanno sgozzato gli uomini più deboli
mentre l’eroina si vestiva
di un bianco abito virginale
hanno provato a guidare la grande nave
ma la tempesta rabbiosa non glielo consentiva
gli toccava un viaggio ancora lungo
Il bambino nella sua cuccetta
crede che la porta sia serrata
fa fatica a respirare
affogando nel mare

WAVES OF FEAR

La rinuncia alla droga e poi all’alcol e le sedute di psicanalisi portano Lou a soffrire di attacchi di panico: “Allora ero in cura da uno strizzacervelli di fama mondiale”. L’ansiosa descrizione di questi attacchi si stende sul riff di chitarra su cui l’intera canzone si basa, con il lancinante suono di Quine in primo piano.

Waves of fear, attack in the night
waves of revulsion, sickening sights
My heart’s nearly bursting
my chest’s choking tight
Waves of fear, waves of fear

Waves of fear, squat on the floor
looking for some pill, the liquor is gone
Blood drips from my nose
I can barely breathe
waves of fear
I’m too scared to leave
Waves of fear, waves of fear

I’m too afraid to use the phone
I’m too afraid to put the light on
I’m so afraid I’ve lost control
I’m suffocating without a word

Ondate di paura assalgono di notte
ondate di disgusto – visioni ripugnanti
il cuore mi sta per scoppiare
il petto mi soffoca
Ondate di paura, ondate di paura

Ondate di paura, rannicchiato sul pavimento
in cerca di qualche pillola, l’alcol è finito
mi sanguina il naso
respiro a fatica
ondate di paura
sono troppo spaventato per muovermi.
Ondate di paura, ondate di paura

Ho troppa paura per usare il telefono
ho troppa paura per accendere la luce
ho così paura che ho perso il controllo
sto soffocando senza una parola

THE DAY JOHN KENNEDY DIED

La canzone rappresenta, insieme a The Heroine e a pochissime altre canzoni della sua carriera, un indizio di consapevolezza e di critica politica nell’opera di Lou Reed. Kennedy e il suo tragico assassinio sono ancora oggi un punto di svolta nella psicologia degli Stati Uniti: più d’ogni altro presidente ha incarnato l’ideale del sogno americano e la sua morte la fine di quel sogno.

Il ricordo di quel giorno, privo di qualsiasi ironia, è solo una scusa per raccontare il desiderio di poter cambiare la politica americana e la corruzione dilagante della sua amministrazione.

I dreamed I was the president
of these United States
I dreamed I replaced ignorance
stupidity and hate
I dreamed the perfect union
and a perfect law, undenied
Most of all I dreamed I forgot
the day John Kennedy died

I dreamed I was the president
of these United States
I dreamed that I was young and smart
and it was not a waste
I dreamed that there was a point to life
and to the human race
I dreamed that I could somehow
comprehend that someone
shot him in the face

Ho sognato di essere il presidente
di questi Stati Uniti
ho sognato di aver sostituito l’ignoranza
la stupidità e l’odio
ho sognato l’unione perfetta
e la legge perfetta, indiscutibile
e più di tutto ho sognato di aver dimenticato
il giorno in cui mori John Kennedy

Ho sognato di essere il presidente
di questi Stati Uniti
ho sognato di essere giovane e brillante
e che tutto ciò non era uno spreco
ho sognato che esistesse un punto di svolta per la vita
e la razza umana
ho sognato di poter in qualche modo
comprendere perché qualcuno
gli avesse potuto sparare in faccia

HEAVENLY ARMS

L’album chiude con la prima canzone d’amore assolutamente non ambigua che Lou abbia mai scritto, dedicata a sua moglie Sylvia il cui nome riempie l’intero ritornello. Musicalmente è una versione accelerata di Satellite of Love che appariva su Transformer, e forse non è casuale questa auto-citazione in chiusura di un disco che riporta in pratica la stessa copertina e che, a detta di Lou, deve rappresentare un sunto musicale della sua intera carriera. Liricamente abbastanza modesta, è però uno dei rarissimi brani in cui cerca di cantare in maniera consueta, abbandonando la tecnica del “cantato-recitato” con pregevoli risultati. La voce in falsetto, in coda alla canzone, è di Saunders.

Heavenly arms come to my rescue
Only a woman can love a man
In a world full of hate
love should never wait
Heavenly arms reach out to me

Heavenly arms strong as a sunset
Heavenly arms pure as the rain
Lovers stand warned
of the world’s impending storm
Sylvia

Braccia celesti arrivano in mio soccorso
solo una donna può amare un uomo
in un mondo colmo d’odio
l’amore non dovrebbe mai aspettare
braccia celesti si tendono verso di me

Braccia celesti forti come un tramonto
braccia celesti pure come la pioggia
gli amanti sono avvertiti
della tempesta che incombe sul mondo
Sylvia


Registrato agli RCA Studio, New York City

Prodotto da Lou Reed e Sean Fullan

Musicisti: Lou Reed (Voce, Chitarra), Robert Quine (Chitarra), Fernando Saunders (Basso, cori), Doane Perry (Batteria)


Tutte le canzoni di Lou Reed

Published by Metal Machine Music, Inc. – All rights Administered by Screen Gems – EMI

Tratto dal libro “Le Canzoni di Lou Reed” – di Daniele Federici (Editori Riuniti, 2004)

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